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Quella mattina di dieci anni fa in via Ventotene nel ricordo di uno dei primi soccorritori

29 Nov

Dieci anni fa, uno dei primi ad accorrere sul luogo della tragedia fu padre Gaetano Saracino. All’epoca era il vice parroco e direttore del centro giovanile della comunità. Oggi è il titolare della chiesa del Ss Redentore. Quei giorni sono rimasti impressi in maniera indelebile nella sua memoria, giorni in cui un quartiere popolare come tanti fu trasformato in un fondale informe fatto di polvere, sangue, rottami e lacrime. Lui stesso, dopo aver gridato per ore chiamando i nomi dei dispersi, poi trovati privi di vita, rimase due giorni senza riuscire a dire una sola parola. Una delle prove più dure a cui un uomo di fede possa essere sottoposto, vedere la propria comunità travolta da un lutto collettivo, dover consolare e aiutare le famiglie rimaste senza nulla, senza affetti, senza tetto,  consapevole della propria fragile condizione umana. Ma il ricordo di padre Gaetano è anche e soprattutto un messaggio di solidarietà nella disperazione, fatto di sostegno materiale e psicologico, con il centro giovanile trasformato in Unità di crisi funzionante ventiquattr’ore su ventiquattro per più di un mese.

«All’epoca ero viceparroco, responsabile di quello che era il centro giovanile di questa parrocchia. Quella mattina toccava a me la messa delle nove e la celebrai nella cappellina in fondo, un po’ di corsa ma non mi ricordo perché, forse dovevo andare via. Alle nove e venti ero già in sacrestia, stavo salendo sulle scale per andarmi a cambiare. All’improvviso un botto tremendo e vidi tremare tutto quanto. Mandai qualcuno ad informarsi mentre finivo il cambio d’abiti. Mi raccontarono immediatamente di una colonna di fumo dalle parti di piazzale Jonio. Scappai fuori senza prendere nemmeno il giubbetto. In via Ventotene, un paesaggio lunare.

All’improvviso è stato come se si fermasse il tempo, lo spazio, tutto. Tutti attoniti, incapaci di reagire e di dire nulla se non “fermi” perché non sai da dove cominciare». L’istantanea che Padre Saracino non potrà dimenticare è di quelle che rendono appieno il senso della tragedia anche a chi non ha mai visto un solo fotogramma di quella che era iniziata come una mattina qualunque: «tutti quanti fermi come un senso di impotenza e la cosa peggiore è che ti viene da dire “chi mi può dare una mano? Chiamare Polizia! Carabinieri! Vigili del Fuoco! e vedere la camionetta dei vigili del fuoco con le ruote afflosciate per terra, mi dico “porco cane, pure questi stanno male”. Non mi rendo ancora conto di quel che è successo, vedo solo polvere, detriti. Nessuno risponde, l’occhio mi cade subito nel salone di parrucchiera della signora Maria, che conosco benissimo. La sera prima sono stato a casa loro. La chiamo dall’altro lato della strada, perché non ci si può avvicinare, con tutti quelle macerie in mezzo. Il fumo che si alza in una densa colonna, fiamme che vengono per aria e acqua, tubazioni dell’acquedotto divelte, tutta quell’acqua che non spegne il fuoco. Alzo lo sguardo e vedo una Panda in un balcone ad un piano alto, un motorino scaraventato al secondo. Riesco non so come ad arrivare dentro il salone. Ne vien fuori un vigile del fuoco tutto nero dalla fuliggine, gli dico «qui ci sono persone, sono sicuro!» ma quello mi risponde sgomento «non li vedi i miei per terra…». Ero passato affianco e non lo avevo visto! Sull’asfalto, il corpo esamine di un suo collega. Poco più avanti, un altro. Uomini preparati, consapevoli dei rischi che correvano, sorpresi dalla repentinità dell’esplosione mentre accorrevano per mettere in sicurezza l’isolato.

Torno al salone, so che li dentro ci sono delle persone ma non si vede nessuno. C’è una voragine sotto, non so da dove cominciare. La salto, tra le macerie deve esserci la signora Maria. Comincio un po’ a piangere, un po’ a tirare fuori con le mani. Di lei è stato trovato ben poco. La figlia Fabiana invece, che noi credevamo fosse all’università, è stata ritrovata sulla porta, schiacciata dalla trave. L’assistente della parrucchiera, Roberta, viva, con una mano che si intravede appena tra i calcinacci. Chiamo un signore che ho visto fuori: «Leandro vieni, aiutami a spostare ‘sta cosa». Mentre spostiamo questo ha un rimbalzo e si spacca una mano pure lui, ha ancora i segni. Un poliziotto entra, prende Roberta e la porta fuori, le chiedo se sta bene ma lei non risponde. La vado ad adagiare vicino alla gioielleria di Fabio Ricciardi. Io rimango lì dentro, impolverato, disperato. Appena trovo la forza di uscire vedo i familiari di questa signora che erano scesi. Altra gente è stata fatta scendere in un cortile interno che dà su piazzale Jonio perché il portone principale è ostruito.. In questo buco dentro al negozio c’è finita la parrucchiera, la figlia, una cliente che si stava facendo i capelli – Elena,  di 82 anni – e i signori al primo piano del civico 32, Davide Misasi e Michela, la ragazza scozzese sua compagna. Davide si è salvato ma Michela è morta. Mi butto a consolare ma continuo a vedere la macchina dei vigili del fuoco afflosciata come un giocattolo rotto e i componenti della squadra a terra. Provo a salire in casa per cercare di capire dov’è Fabiana, il padre sviene. Chiamiamo il  cellulare della ragazza. Squilla. Ce l’aveva addosso. Poi a un certo punto si scarica. Sconvolto, corro al centro giovanile per cominciare a fare telefonate. Arrivano i soccorsi, il presidente del Municipio mi chiama e mi dice “Gaetano qui stanno facendo evacuare”. Tutti gli evacuati li mandano su al centro giovanile. All’una cominciamo ad arrivare gli sfollati e da lì comincia un regime diverso. Io passo a cercare questa ragazza fino alle due del pomeriggio, poi arriva la notizia che non c’è più. La parrucchiera e la sua cliente le trovano all’una di notte. Non parlo per un giorno e mezzo, quelle immagini mi pietrificano così. Intanto il centro giovanile diventa unità di crisi, al posto di Monte Rocchetta o di via Gottardo, all’epoca municipio e Questura. Arrivano la protezione civile, altre quadre dei vigili del fuoco, vigili urbani, psicologi, ci chidono di fare le cose più umili: andare a svuotare le case delle persone, quando è ripartita la vita mettere a posto i negozi, siamo rimasti aperti  h24 dal 27 di novembre ai primi di gennaio. Si davano informazioni, tutto un mettersi al servizio di queste persone».

I rientri nelle case, secondo i ricordi di padre Gaetano, non cominciarono non prima di cinque o sei giorni. Molti andarono dai parenti. La parrocchia preparava circa cinquecento pasti al giorno. Il campo sportivo fu requisito per l’atterraggio degli elicotteri, il campionato fu sospeso per due settimane. Val Melaina salutò le vittime del quartiere celebrandone i funerali il 5 dicembre, alla mattina quelli dei vigili del fuoco caduti per l’imperizia e la superficialità di chi doveva controllare le tante segnalazioni fatte dai residenti, si tennero in piazza della Repubblica. Gli abitanti del civico 32 finirono a vivere per tre anni in un residence di via Suvereto.

Luciana Miocchi e Alessandro Pino

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3 Risposte to “Quella mattina di dieci anni fa in via Ventotene nel ricordo di uno dei primi soccorritori”

  1. Virginia 27 novembre 2013 a 12:24 #

    Grazie dell’articolo . Share on twitter . Virginia : @ciaodavirginia

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