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L’Aquila – anno IV D.T.

7 Apr

raduno fiaccolata - foto virale da Fb(pubblicato su http://www.di-roma.com il 6 aprile 2013)

La fiaccolata del ricordo ha avuto luogo a partire dalle 22, in anticipo rispetto agli anni precedenti. Il luogo del raduno era davanti alla Fontana Luminosa in piazza degli Alpini ed ha raggiunto piazza Duomo attorno alla mezzanotte, dopo essersi fermata davanti il cratere della casa dello studente, in via XX Settembre. Qui si sono aggiunti il ministro Barca il gruppo dei familiari degli operai morti nella fabbrica Tyssen e quelli della strage di Viareggio. Dopo la funzione religiosa, officiata dall’Arcivescovo Molinari, sono stati liberati nel cielo 309 palloncini bianchi a memoria delle vittime, mentre ne venivano letti i nomi, per ognuno un rintocco di campana. L’ultimo alle 3.32, ora della scossa devastatrice.

Intorno, il centro storico è ancora tutto un immenso puntellamento. I giunti metallici sono ormai opachi, i legni di sostegno mostrano chiaramente gli anni di esposizione alle intemperie, al peso della neve e alla potenza dilatatrice del ghiaccio.

I cantieri avviati sono ancora pochissimi, l’auditorium progettato da Renzo Piano è un puntino colorato e deserto nel parco del Castello cinquecentesco. Qui ancora la gente non torna. Fuori dalle mura la situazione è migliore, nei quartieri più esterni sono cominciate le demolizioni, le case meno danneggiate sono state riparate e ora mostrano intonaci riverniciati in colori da sorbetto psichedelico finora mai visti. I paesi intorno sono nelle stesse condizioni, con le erbe spontanee che piano piano guadagnano terreno tra le macerie, qualche stabile rimesso a nuovo, travi a contrasto, MAP un po’ dappertutto.

Ma chi può, va via da questa città, dove molte imprese che si erano prestate a lavorare nell’emergenza sono state costrette a chiudere perché i pagamenti delle lavorazioni non arrivavano, dove il terremoto ha dato il colpo di grazia ad un’economia che stentava a tenere il passo, vittima della crisi di diverse fabbriche storiche. Dove la soluzione delle new town – acclamata dai più con ovazioni di giubilo e avversata da pochi con lo sguardo lungimirante sul futuro più prossimo e anche su quello più lontano –  ha creato di fatto decine di dormitori non collegati né con il resto della città, senza servizi né luoghi di aggregazione, ha assorbito gran parte delle risorse stanziate lasciando solo poche briciole per la ricostruzione di un centro che a questo punto, essendo il progetto C.A.S.E. un progetto definitivo, forse non interessa nemmeno realizzare. Chi può immaginare, infatti, venendo da fuori, una popolazione che cala di anno in anno, stipata in condomini tirati su in fretta ma realizzati per essere permanenti, non eliminabili come le soluzioni provvisorie dei moduli M.A.P., tornare in un centro ricostruito, non più fantasma. A quel punto si avrebbero interi quartieri abbandonati, ché L’Aquila non è Milano, non è Roma, non attira nemmeno orde di immigrati, troppo freddo, poche speranze di lavoro.

In fin dei conti gli aquilani, prima dei soldi per la ricostruzione, necessari, perché senza di quelli i mattoni non si comprano, cercano parole. Quelle parole che dovrebbero venire dalle Istituzioni, capaci di accendere la speranza di poter tornare un giorno, ad avere una città da vivere, dove andare a fare le vasche in centro e non ripiegare sulle gallerie dei centri commerciali spuntati un po’ ovunque come funghi tra le maglie del provvisorio tutto si può fare dappertutto. Serve infatti una volontà politica che non sia finalizzata a mera passerella per ego da gratificare ma che sia capace di trovare la soluzione al danno arrecato alla vita di relazione e all’ambiente, che voglia riportare effettivamente gli abitanti in centro e non solo gli avventori di pochi esercizi commerciali riaperti con deroghe provvisorie.

Questa città invece, che va avanti volando un po’ alla cieca, non ha avuto la forza di avere pietà neppure per i suoi morti. Il cimitero monumentale semi abbandonato, transennato, quelli nelle frazioni lasciati a se stessi ché la priorità sono i vivi. Un solo esempio per tutti: in quello piccolissimo di Preturo, l’anno scolpito sulla pietra dell’ingresso lo data al 1870, c’è ancora la transenna provvisoria messa su quattro anni fa a causa di una lastra di un loculo non utilizzato, in terza fila, rimasta spezzata e in bilico sul vuoto. Sotto le tombe di due anziani, tenuti in ostaggio da quattro anni dai tondini e dalla rete di protezione. I fiori i familiari sono costretti a tirarli da lontano, con l’occhio fisso sul marmo pericolante. Non si trova il responsabile della rimozione.

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