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L’alba del Giorgio dopo. Napolitano è il XII Presidente della Repubblica italiana

22 Apr

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

NAPOLITANOL’italia ha il suo nuovo, anzi vecchio, Presidente della Repubblica. Dopo cinque scrutini con fumata nera, il Presidente uscente ha ceduto alle pressioni congiunte di Pdl, Pd e Centro e, nonostante avesse più volte ribadito la propria intenzione a non ricandidarsi, ha accettato di cavar le castagne dal fuoco ad una politica sempre più incapace di prendere la minima decisione.  Per Scalfaro, nel 92, si arrivó alla diciottesima votazione in un clima pesantissimo,con all’orizzonte la fine della prima Repubblica sotto i colpi delle inchieste giudiziarie, Dc e Psi che non volevano arrendersi all’evidenza dei sintomi e lottavano per imporre i propri nomi al resto dei partiti che invece avevano ben chiaro che si era prossimial crollo verticale della polica fino ad allora conosciuta. Questa volta ci si  è fermati prima e dopo appena tre giorni si è scelto come salvatore della patria un fresco giovanotto di ottantotto anni – Napolitano li compirà a giugno – e, passi per Bersani ormai costretto a navigare a vista, passi per Monti che si è sempre aggrappato all’Istituzione, non si capisce l’appoggio di Berlusconi che aveva più volte nel corso degli anni tacciato il neoPresidente di essere di parte, comunista e dedito all’interferenza negli affari del governo. Infatti nelle Inquadrature dei tg, il più contento, con un sorriso a settantadue denti è proprio lui,  riuscito a rendere indispensabile il suo intervento, un vincitore.

Bersani non è l’unico ad uscire con le ossa rotte da queste elezioni, anche l’intera dirigenza si è dimessa, aprendo le porte ad un congresso straordinario dove verranno regolati parecchi conti e forse i rottamatori o i giovani turchi o come sceglieranno di farsi chiamare, rousciranno finalmente a mettere le mani su un corpo ormai agonizzante, capace di trasoemare una vittoria annunciata nella peggiore delle sconfitte. In realtà è l’intero sistema dei partiti di governo ad essere malato, incapaci di accettare un rinnovamento invocato dall’intera nazione preferiscono tirare a campare affidandosi alla credibilità di un uomo di Stato che se anche non è stato dei più amati sicuramente non ha mai messo in imbarazzo il paese difronte la comunità internazionale. L’usato sicuro, insomma, che consenta un governo del Presidente che possa realizzare quelle riforme, come la giustizia, il sistema elettorale e il conflitto di interessi, che in questi 21 anni di Seconda Repubblica nessuno ha mai voluto o potuto, varare. A voler malignare le ragioni di una scelta incomprensibile all’opinione pubblica sono due: tra i franchi tiratori che hanno bruciato prima Franco Marini e poi Romano Prodi ci devono essere degli aspiranti alla carica che premendo per una scelta necessariamente di breve termine sperano cinicamente che si presenti il momento propizio per eleggere se stessi oppure l’intento era quello di escludere, costi quel che costi, qualsivoglia candidato appoggiato da Grillo, senza nessun risentimento di carattere personale verso Stefano Rodotà, giurista ex garante della privacy e presidente dei Ds, uomo già conosciuto nel sistema quindi, ma con il peccato originale derivante dalla sua designazione esterna ai partiti tradizionali ad opera di un movimente che in questi due mesi dai risultati delle urne non ha voluto costruire un dialogo con nessuno e quindi potenzialmente destabilizzante.

L’impressione che l’opinione pubblica ne ha ricavato non è stata delle migliori. Senza voler tohliere nessun merito all’uomo di Stato, la scelta di un quasi novantenne restituisce l’immagine di una politica che si avvita su se stessa nel tentativo di salvare l’egemonia di pochi noti e chiede di fare la foglia di fico a termine ad un nonnino troppo ligio al dovere per inviarli a quel paese. Di solito è l’eletto che ringrazia, non gli elettori, come è avvenuto ieri, aspiranti gattopardi senza la forza di cambiare tutto perchè rimanga tutto uguale.
Sono tempi tristi questi, dove non sembrano esserci figure carismatiche  e competenti. Tutti aprono bocca e gli danno fiato senza pensare alle conseguenze, come Grillo che denuncia il colpo di stato – in diretta tv e secondo i regolamenti delle camere unite –  e invoca la rivolta delle piazze, salvo poi far marcia indietro e raccomandare la protesta pacifica. Che abbia ricevuto un’amorevole tirata d’orecchie dal ministro dell’Interno, annamaria Cancellieri, già Questore?
Chi in piazza ci è andato davvero racconta che le poche decine di attivisti grillini ripetevano “golpe” e “rivoluzione” come un mantra isterico, davanti alle forze dell’ordine schierate e preparate al peggio.
Da parte sua Quagliariello, uno dei “saggi” designati da Napolitano ci mette il carico da novanta, dicendo davanti ai microfoni “Non possiamo governare facendo quello che dicono le piazze, la politica è politica”. Chi legge tragga  le conseguenze.
Nichi Vendola, leader di Sel che aveva tenuto fede agli accordi presi, ha annunciato l’apertura di un nuovo cantiere per la rifondazione di una sinistra da iscrivere al partito socialista europeo.

A nemmeno un giorno dalla riconferma di Napolitano, intanto, già si rincorrono le voci su una possibile composizione del futuro governo, con papabili Enrico Letta e Giuliano Amato, nonchè Monti al ministero degli Esteri. Il vecchio che avanza e non arretra, a meno che non si voglia considerare una novità il già pensionato Amato, già primo ministro qualche lustro addietro e sempre presente sulla scena politica.
Intanto domani Giorgio Napolitano renderà note le motivazioni che l’hanno spinto a tornare sui suoi passi e chissà che non faccia delle rivelazioni “scioccanti”.
Luciana Miocchi

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