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“Rosso come il sangue. La storia della mia vita” – di Alessandro Pino

13 Giu

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

Il leImmaginettore non si lasci ingannare dal titolo “forte” e un po’ fuori bersaglio rispetto al contenuto: qui non si evocano atmosfere alla Dario Argento né si preme l’acceleratore sulla militanza politica, nonostante l’autore, Gustavo Manoni – classe 1928 – di questo volumetto di memorie sia stato per una ventina di anni consigliere del Pci in quello che oggi è il III Municipio di Roma e nella prefazione ribadisca la sua appartenenza. Si limita a questo la “colorazione” politica di un agile libriccino – curato dalla giornalista Luciana Miocchi – che rientra invece a pieno diritto in una fiorente pubblicistica locale volta a tramandare quelle storie minime spesso catalogate sprezzantemente come “Italietta” soltanto perché lontane dalle cronache nazionali e che hanno invece nel Dna la dignità delle persone qualunque che ogni santo giorno hanno pedalato per mandare avanti la carretta.

Si tratta dunque di una serie di appunti, di quadri di vita personale che nel caso di Gustavo Manoni combaciano quasi integralmente con quella di Settebagni, oggi quartiere a nord della Capitale, ieri borgata alla cui nascita contribuì partendo quasi da zero. Come osservando delle foto di famiglia in bianco e nero – effettivamente inserite in appendice al testo – sembra quasi di assistere a un documentario su quell’Italia di una volta che oggi invece si vuole stravolgere senza rispetto alcuno per le proprie radici (e in questo bisogna dire che proprio gli eredi del partito caro all’autore stanno dando il proprio deleterio apporto). Sfogliando le pagine si susseguono agilmente episodi legati o meno tra loro, che in un caso – il blocco della via Salaria per protestare contro l’arrivo degli zingari, qui vivaddio così definiti in barba alla correttezza politica imperante – farebbero anzi pensare a simpatie tutt’altro che “rosse”.

Un sentito ricordo viene dedicato al matrimonio civile con Palmira – mancata l’anno scorso – che fu l’innesco di una vena polemica di Manoni nei confronti dell’autorità ecclesiastica, favorita da un carattere che lo stesso autore definisce “tignoso”. Quasi una tradizione per lui, quella degli screzi con i parroci di Settebagni, che ha trovato strascichi anche in occasione della presentazione del libro, tenutasi davanti a un nutrito pubblico presso un esercizio commerciale “amico” dopo che gli organizzatori – forse avventatamente – ne avevano dato anticipazione in rete preannunciandone l’inserimento tra le iniziative di contorno ai festeggiamenti per Sant’Antonio di Padova, patrono del quartiere. Ne è nata una spiacevole polemica – che a qualche osservatore esterno ha ricordato atmosfere alla Guareschi – nella quale occorre dire che Manoni ha avuto ruolo di spettatore – alimentata anche da interventi a gamba tesa (in periodo di mondiali ci sta tutta) da parte di politici locali solitamente più misurati e accorti. Sono venuti allo scoperto malumori latenti tra la fazione del parroco e quella del partito, ultimo revival di un mondo che scompare: la maggioranza dei residenti, arrivata da poco con le nuove edificazioni, non ha voluto prendere posizione (da registrare uno schietto “ma ‘sti cazzi, li probblemi so artri” rivolto allo scrivente) e poco le importa di vicende ormai storiche e che solo operazioni editoriali come questa salveranno dalla dispersione, assieme ai loro protagonisti, nell’impietoso fluire del tempo. Alessandro Pino

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