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Un viaggio nel tempo a Campo di Giove nei libri di Giovanni Presutti – di Alessandro Pino

8 Mag

Campo di Giove è un minuscolo paesino abruzzese di nemmeno ottocento abitanti che sorge a poco più di mille metri di altezza ai piedi del massiccio della Majella,nel Parco Nazionale omonimo, con un centro storico quattrocentesco che di sera sembra un presepe e una stazioncina ferroviaria ai bordi di una pineta che somiglia a Twin Peaks e fa molto plastico dei trenini. Negli ultimi 

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trent’anni del Novecento aveva conosciuto un boom turistico che aveva attirato villeggianti da tutto il Centro Sud e aveva dato impulso all’edilizia delle seconde case. Da metà anni Novanta in poi invece c’è stato un declino che tra l’altro ha visto chiudere i tre storici grandi alberghi un tempo brulicanti di ospiti; di pari passo è andata la riduzione del traffico ferroviario fino alla cessazione del servizio regolare: per adesso la linea si è salvata grazie al transito saltuario di convogli turistici con materiale storico. Da qui a dire che rischia di diventare un paese fantasma ce ne vuole, però in questi casi c’è comunque il rischio di vedere sbiadire man mano un patrimonio in termini culturali, nel senso di concezione del mondo, usanze, tradizioni, modi di vita quotidiana, ricordi personali e collettivi. Se tutto questo non accadrà sarà anche grazie alla penna di uno scrittore che paradossalmente da Campo di Giove è partito più di mezzo secolo fa per intraprendere una carriera come sottufficiale della Marina Militare, trascorsa – dopo diverse assegnazioni – a La Maddalena in Sardegna, dove ha scelto di rimanere dopo il congedo mantenendo però il legame con il paese natale: Giovanni Presutti. Nel corso degli anni lo scrittore – che è stato anche cronista locale – ha pubblicato circa quindici libri (inclusi alcuni sulla figura di Giuseppe Garibaldi e il suo legame con la Sardegna) e proprio recentemente è andato in stampa il suo lavoro più recente, intitolato “Quando i comignoli fumavano”. Il volume, al pari dei precedenti – ma senza mai ripetersi – conduce il lettore in un viaggio a ritroso nel tempo tra le viuzze del borgo medievale, tra atmosfere, situazioni, volti e nomi che riprendono improvvisamente vita. Nei libri di Presutti sono trascorsi praticamente tre secoli di storia e quotidianità locale campogiovese sullo sfondo di quella italiana: il brigantaggio dopo l’Unità d’Italia, i giorni bui dell’occupazione tedesca durante la guerra, i riti stagionali legati all’allevamento, le spedizioni esplorative sulla Majella, le famiglie illustri del luogo, i matrimoni, i battesimi, le feste e anche le morti.
Anche quando la penna descrive vicende più minute e private non lo fa mai con narcisismo autoreferenziale ma appare sempre sullo sfondo il contesto storico, il quadro in cui esse si sono svolte: storie minime di tutti i giorni che hanno nel Dna la dignità delle persone autentiche e che prese tutte insieme costituiscono l’epopea campogiovese di cui Giovanni Presutti verrà ricordato quale autentico cantore: “…aprire alle nuove generazioni una piccola finestra sul mondo di ieri – scrive l’autore nel suo più recente lavoro – per far conoscere la strada percorsa”. Un prezioso lascito culturale che non andrebbe mai perso di vista, da usare come la bussola assieme alla carta nautica – se ci si passa l’accostamento con i trascorsi marinari dell’autore – per tenere in qualche modo la rotta nel turbine di una postmodernità all’insegna di una globalizzazione selvaggia nella quale sembra mancare qualsiasi riferimento certo e stabile.

Alessandro Pino

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