Eataly di Roma in anteprima per la stampa. Nel tempio del made in Italy culinario

22 Giu

Un lunedì mattina, squilla il telefono: «C’è una presentazione alla stampa questo pomeriggio all’ex Air Terminal Ostiense e io non posso andare, ti andrebbe di partecipare al posto mio?». La risposta, complici la mia solita incapacità a dire no unita al fatto che appena svegli non si è molto coscienti, non può che essere  «Ma certo». Ma certo anche se se non ho la minima idea di cosa si tratti, ricevo solo la rassicurazione che è un evento legato al cibo e si prevedono parecchi assaggi: quindi non  la solita soporifera assemblea di quartiere o sulle scaramucce tra consiglieri in municipio – già questo mi solletica – ma mi prendono proprio per la gola, mio punto debole, anzi debolissimo.

Dunque si parte col piede giusto, come conferma anche il fatto che per strada incontro poco traffico e una volta giunto sul posto riesco a trovare subito un posto per la macchina, per giunta con le strisce bianche quindi non a pagamento (c’è la crisi, anche l’eurino l’ora risparmiato ha il suo porco fascino). Raggiunto l’ingresso dell’Air Terminal vedo che non è più la struttura abbandonata di un tempo, simbolo dei peggiori sprechi di casa nostra e soprattutto noto sulle facciate in vetro una scritta enorme: “EATALY”, che è chiaramente un anglofono gioco di parole tra “eat” (mangiare, pronunciato “it”) e Italy. Promette bene insomma, un bell’esempio di riqualificazione urbana. Abbasso lo sguardo trovo un capannello di persone in attesa di entrare mentre gli addetti della vigilanza  spuntano i loro nomi da una lista. Il mio di nome non risulta, ma una telefonata a Marica di Santo – efficientissima addetta stampa di Slow Food, associazione di settore che è partner nell’iniziativa- risolve rapidamente la situazione: esce dalla struttura e mi porta dentro sotto gli occhi di quelli ancora attendono di passare e che un minuto prima mi guardavano con aria di sufficienza perché non avevo l’accredito.

All’interno attendo con tutti gli altri che inizi la presentazione – ospite d’onore Renata Polverini, presidente della Regione Lazio – e nel frattempo mi rendo rapidamente conto di dove mi trovo: l’intera struttura di quattro piani e diciassettemila metri quadri è stata trasformata in un vero e proprio tempio dedicato al cibo in tutte le sue forme, dalla ristorazione in piccoli locali interni affidati a imprenditori selezionati, al normale acquisto di cibi e ingredienti o anche di libri di cucina – c’è un intero reparto dedicato – e di strumenti per la preparazione, senza dimenticare iniziative come corsi di cucina, convegni e incontri a tema. Tutto all’insegna del tricolore nazionale, non solo per quanto riguarda il palato: anche gli arredi sono un omaggio a quanto ancora rimane dell’operosità italiana, come testimoniano le sedie trasparenti di Kartell presenti in tutti i piccoli esercizi presenti. Insomma, quello che già avviene nelle altre diciotto sedi di Eataly, di cui nove in Giappone e una a New York. Viene il momento di iniziare tutti insieme un giro per i quattro piani, guidati da Oscar Farinetti, il “dominus” di Eataly che, microfono e miniamplificatore alla mano, guida la maxicomitiva con Renata Polverini in testa.

A ogni reparto, ad ogni piccolo locale – ce n’è pure uno in cui si produce una mozzarella che nemmeno a Mondragone – Farinetti si ferma per una breve presentazione, con la presidente che saluta banconisti e commessi. E mi rendo conto tutto ad un tratto – facendo parte del medesimo spettacolo, lo ammetto – che ben pochi sono quelli che tengono dietro al tour presidenziale tra i banconi e gli scaffali in parte ancora da riempire: la stragrande maggioranza dei partecipanti, taccuini in tasca e fotocamere al fianco, si attarda in pantagruelici assaggi dando letteralmente l’assalto alle pietanze pronte per gli ospiti. Compassati giornalisti col papillon ed eleganti croniste con borsa ultrafirmata si accalcano come cavallette davanti ai salumi, le salsicce, i fritti, i sedanini cacio e pepe ( “eh ma sono crudi”), ai dolci; c’è pure la rosticceria con l’abbacchio a scottadito. Il tutto annaffiato da vini di qualità e – per gli astemi come il sottoscritto – acqua minerale a fiumi. Insomma uno spettacolo forse non elegantissimo ma che è un efficace segno di questi tempi di crisi, visto che tra gli addetti ai lavori la voce degli assaggi gratis si doveva essere sparsa da tempo. Anche Renata Polverini si adegua e rallentato il passo si concede qualche boccone e un paio di sorsate, compiacendosi evidentemente di alimentare non solo sé stessa ma l’immagine di persona verace.

Alla fine si giunge satolli nella sala delle conferenze dove le domande scarseggiano, le menti ancora rivolte alle delizie assaggiate poco prima. La domanda più gettonata: «Ma quando apre?». «Attorno al 18 giugno». Forse.  Il motivo di tanta genericità? «A noi piace non essere sicuri di niente».

Alessandro Pino

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