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Ferragosto in ascensore – racconto di Alessandro Pino e Luciana Miocchi

16 Ago

Borsa frigorifera, borsone con costume olimpionico vagamente anni settanta e seriamente contenitivo, Settimana Enigmistica fresca di stampa, batteria di riserva per il telefono, ciabatte, asciugamani, stuoia, crema solare: Felice chiuse la porta di casa dopo aver fatto un ennesimo rapido inventario di cosa doveva portare con sé per trascorrere il Ferragosto al mare con la comitiva, perdendo poi  un paio di secondi per decidere se prendere l’ascensore oppure farsi   le tre rampe di scale che lo separavano dal garage interrato. Ancora un po’ imbambolato dal sonno, disse fra sé e sé “massì, dai” premendo il pulsante per chiamare la cabina. Nonostante la palazzina di periferia in cui viveva fosse soltanto di quattro piani, ogni volta l’attesa interminabile gli faceva sospettare che ce ne fossero almeno altri venti o trenta nascosti, dei piani fantasma per così dire, altrimenti non si spiegava perché mai ci dovesse mettere tutto quel tempo per arrivare. Intanto che aspettava pensava alla giornata a Fregene, tastandosi la panza sotto la maglietta volutamente ampia e 20150812_101720chiedendosi se fosse abbastanza in forma per presentarsi a torso nudo: del resto erano settimane che non toccava un filo di pastasciutta  o una briciola di pane all’inseguimento della linea perduta, proprio in  previsione di un evento del genere. Era arrivato ad avere visioni notturne di piatti di amatriciane e carbonare che lo richiamavano come le sirene di Ulisse ed effettivamente un paio di giorni prima poco ci era mancato che, ospite di alcuni parenti, non saltasse addosso ad una  zuppiera ricolma di tagliatelle al ragù. Ma almeno per quel Ferragosto avrebbe dovuto attuare una ignobile messa in scena per far sembrare naturale – e non forzato come in effetti era  –  il ritorno a una linea passabile se non proprio a clessidra: per una volta si sarebbe nutrito normalmente, anzi si era offerto di preparare  lui stesso i tramezzini che la combriccola – lui incluso – avrebbe mangiato sulla spiaggia. La sera prima con le sue manine aveva  imbottito e poi avvolto nel cellophane le fette di pan carré con la massima cura, sforzandosi di dimenticare di aver letto la lista degli ingredienti con la quantità incredibile di strutto contenuta nell’impasto e  immaginando quale di esse sarebbe finita tra le labbra carnose e dipinte color miele di Valeria, nemmeno quarant’anni, separata  senza prole che da non molto tempo si era aggiunta al gruppo di amici e che gli garbava assai. Tastandosi ancora la zona addominale si convinse soddisfatto che finalmente poteva fare a meno di presentarsi  con quella assurda mezza muta nera della Cressi che in analoghe occasioni si era ostinato a indossare e che secondo lui lo sfinava, mascherandone pietosamente la trippa strabordante; l’anno prima se l’era messa  conciandosi come Jacques Cousteau a bordo della Calypso anche per un bagno in una tinozza gonfiabile nel giardino della sorella Lucilla che tra gli sghignazzi perculatori gli aveva chiesto come mai indossasse la ciambella salvagente sotto anziché sopra. Era immerso in queste considerazioni – in attesa di farlo nelle acque del Tirreno – quando finalmente l’ascensore arrivò al piano e dopo un rintocco meccanico si aprirono le porte scorrevoli. Prese i bagagli e spinse il tasto del piano interrato dove nel garage era parcheggiata la sua Alfa 75 verde petrolio che finalmente era riuscito a comprare un paio di mesi addietro, realizzando il suo sogno di Alfista duro e puro e ignorando le sagge esortazioni a lasciar perdere di Lucilla che quel modello conosceva bene avendolo guidato a lungo; ma la sorella era la solita disfattista guastafeste, che diamine,  lui in fondo ci era rimasto a piedi soltanto due volte nelle poche settimane da quando aveva concluso quell’affare strepitoso. Le porte si chiusero e la cabina iniziò la discesa nelle viscere del palazzo; lentamente come sempre, forse più lentamente del solito…troppo lentamente, fino a fermarsi del tutto. La conferma che forse sarebbe stato meglio farsi a piedi qui pochi gradini arrivò provando a spingere il tasto di apertura porte: davanti a lui la poco confortante visione del cemento del solaio gli annunciava che quel cubicolo rivestito di alluminio e finto legno si era fermato esattamente tra due piani. «No, cazzo» fu la comprensibile reazione ma si riprese  subito senza perdersi d’animo, fiducioso che la pressione del pulsante di allarme avrebbe limitato il ritardo compensato dal fatto che era anche uscito con un certo anticipo. Solo che…premendo il tasto non si udì alcun campanello, alcuna sirena.  La fronte iniziò a inumidirglisi, ma di un sudore freddo dovuto all’addensarsi di vaghe reminiscenze dell’ultima riunione condominiale, durante la quale era stata sollevata la questione dell’impianto di emergenza dell’ascensore, spesso malfunzionante. In pochi secondi il ricordo della circostanza si fece più nitido, era proprio così: non di rado si guastavano sia il segnale di allarme interno al palazzo sia il combinatore telefonico collegato con la ditta che aveva in appalto la manutenzione dell’impianto e che sarebbe dovuta intervenire in caso di emergenza. Assieme alla temperatura, aumentavano di pari passo lo sgomento per quella specie di sepoltura verticale e la rabbia nei confronti dell’amministratore – pilatesco al pari di tutti i suoi predecessori nella gestione di quel condominio – che evidentemente non si era mosso con la dovuta risolutezza per risolvere il problema. All’improvviso gli si accese sopra la testa la lampadina delle idee brillanti, anzi a lui dovette sembrare proprio un’insegna al neon con scritto “GENIO”: la targhetta con il numero di telefono della ditta incaricata stava lì bella davanti a lui proprio di fianco alla tastiera, giusto il tempo di chiamarli con il cellulare e sarebbero arrivati. L’insegna al neon si affievolì fino a spegnersi del tutto quando si accorse che lì sotto lo smartphone non prendeva la linea: la cabina era già al livello dei piani interrati, forse un cellulare vecchio stile – di quelli che servivano soltanto a telefonare e mandare messaggi – sarebbe riuscito a trovare almeno una tacca, ma questi apparecchi di adesso, pieni di programmi e funzioni che gli mancava solo la caffettiera a cialde inserita, per quanto riguarda la capacità di far semplicemente conversare si dimostravano assai indietro ai loro progenitori. «Cazzo» disse ad alta voce, come se avesse bisogno di sentire con le orecchie la consapevolezza raggiunta di essere finito in un bel secchio di guai. Non poteva chiedere aiuto né avrebbe potuto rispondere a eventuali chiamate degli amici che lo attendevano . Si appoggiò con la schiena a una parete pensando a chi fosse presente nel palazzo in quella giornata. Erano da poco passate le otto di mattina, magari qualcuno che non era andato in vacanza e che  ancora doveva uscire per la gita tradizionale c’era: ma come si chiede aiuto quando sei rimasto chiuso in ascensore, quale è la formula che sia al contempo efficace, che ti faccia sentire dai potenziali soccorritori senza farti sentire un cretino tu stesso? Provò diverse formule: “C’è nessunooooo?”, “Mi sentiteeeeeee?”, fino al disperato quanto concreto “aiuuuuutooooooo”. Niente di niente, nessuno rispondeva.

Guardò l’ora sul quadrante dell’Omega Constellation prima edizione, altro suo trofeo di collezionista di perfezione meccanica: i minuti erano trascorsi e si erano fatte le nove. Giunsero dei suoni dall’alto, da uno dei piani superiori. Erano delle voci umane sì, ma sembravano di qualcuno che ululasse al cielo. Ah, sì: doveva essere il professore di lettere in pensione del secondo piano, tipico appartenente al genere del “rincoglionito wagneriano”, quelli che la mattina dei giorni festivi accendono la vecchia cattedrale a 33 giri e impongono al disgraziato quanto involontario pubblico la  tetralogia del Nibelungo completa.  Inutile sperare che le richieste di soccorso sarebbero giunte a quelle orecchie affollate da Valchirie, ori del Reno e crepuscoli degli Dei.

Starsene in piedi era inutile, cominciava ad averne le tasche ben colme di quella prigionia e valutò che il metro di differenza tra la postura eretta e quella seduta non avrebbe cambiato nulla sull’efficacia delle sue invocazioni di soccorso. Si accucciò rannicchiandosi tra le borse, aveva sete e si decise ad aprire una delle bottiglie di minerale che aveva portato. Quasi si strozzò mentre beveva quando sentì altre voci. Questa volta erano molto più vicine e non era una registrazione, erano persone in carne e ossa! Erano i due fidanzati dell’appartamento di fronte al suo, sempre con il sorriso sulle labbra: lui di mestiere faceva l’architetto e…l’altro lui invece era uno studente pugliese fuori sede e fuori corso da una vita di sociologia. Quel giorno però la loro abituale allegria doveva essere andata a farsi benedire: si stavano insultando pesantemente. Felice pur in quello spiacevole frangente non riuscì a reprimere una risatina perché si stava dando ampia pubblicità  all’argomento del contendere: «Se proprio ci tieni a fare il puttano col primo che passa almeno abbi la decenza di esercitare in posti diversi da quelli che frequentiamo di solito!» dichiarò l’architetto ferito. La replica in marcato accento salentino ci mise solo mezzo secondo ad arrivare: «Oh ma ti stai facendo i film in testa, mò per una birretta assieme fai una tragedia». Felice provò a inserirsi nel duetto ma senza successo, quei due erano troppo occupati a beccarsi per sentirlo e il suono del portone del palazzo che si chiudeva mise il sigillo del fallimento pure su quel tentativo.

Le tre lancette, ore minuti e secondi sul quadrante dorato del Constellation seguitavano a rincorrersi e si era fatto mezzogiorno; la prima bottiglia di acqua era finita e cominciava a farsi sentire un altro tipo di necessità legata ai liquidi che come entrano devono anche uscire dal corpo umano. Sì, insomma Felice doveva fare plinn plinn come negli spot televisivi. Provò a trattenerla un altro po’ ma alla fine lo sforzo fu insostenibile; l’ultimo baluardo prima di una resa vergognosa, dell’allagamento inverecondo , si rivelò proprio la bottiglia vuota. Si alzò in piedi, si armò di bottiglia e cercò di fare centro. Un paio di gocce scapparono fuori ma era provvisto di salviette umidificate; anche questa era fatta ma nel frattempo nessuno si faceva vivo e il pulsante di allarme che di tanto in tanto provava a schiacciare seguitava a non funzionare.

Prese la Settimana Enigmistica, sempre tendendo le orecchie a eventuali segnali di vita umana; lesse tutte le barzellette illustrate, pure quelle delle risatine a denti stretti, si interessò alle rubriche di notiziole utili, consumò mezzo refill della Parker che gli aveva regalato Lucilla per il compleanno, in sostituzione di una identica che aveva fatto l’errore di prestare e che era passata in cavalleria con suo estremo disappunto,  unendo i puntini numerati e riempiendo gli spazi, provò a risolvere senza ovviamente riuscirci il poliziesco, infine si decise ad attaccare le parole crociate. Quando le ebbe completate tutte tranne quelle crittografate (forse erano riservate a ex spie sovietiche abituate a decifrare codici segreti) si erano fatte le due del pomeriggio. Altre voci: gli sembrò di distinguere il primario del superattico, sì doveva essere proprio lui assieme alla dama che spesso lo accompagnava. Personaggio che da quando era apparso un paio di volte in una rubrica televisiva di medicina aveva preso una spocchia che lo rendeva simpatico come un brufolo sul culo ma in questo caso Felice decise di soprassedere, anzi al pensiero che sarebbe stato libero grazie al suo aiuto il tizio gli sembrò quasi gradevolmente familiare e si ripromise da quel momento in poi di seguirlo assiduamente in tv. Iniziò a chiedere aiuto a gran voce chiamando per titolo e cognome l’ormai famoso luminare delle malattie del retto. Soltanto che il medico quel giorno doveva avere la lancetta dello stronzometro posizionata sulla tacca del rosso più vivo, un rosso cardinale e pur essendo impossibile non sentire la voce di Felice decise di ignorarlo: del resto lo attendeva un pomeriggio in barca a vela e non aveva alcuna intenzione di sottrarvi anche solo mezzo minuto, avendo progettato almeno una mezza dozzina di approcci diversi, con in quali farsi cadere la dama ai propri piedi. Felice non voleva crederci e quella improvvisa simpatia si tramutò in odio cieco altrettanto velocemente di quanto era nata: conoscendo la passione del medico per la nautica d’altura – anche perché costui non perdeva occasione per sbandierarla ai quattro venti -iniziò ad indirizzargli maledizioni e nefasti auguri di tempeste e naufragi in acque infestate da pescicani e pirati, non dimenticando di includere in quei cordiali pensieri  l’intero albero genealogico di chi lo aveva lasciato al suo destino.

Fu preso un po’ dallo sconforto per la giornata ormai sprecata in un modo tanto assurdo,  per un attimo gli balenò la folle idea di aprire in qualche modo il tetto della cabina e arrampicarsi su per la tromba dell’ascensore aprendo poi le porte del piano dall’interno: si rese conto immediatamente che aveva visto troppi film d’azione, ma in fondo sarebbe stato carino poter raggiungere Valeria dopo una azione tanto eroica: una roba epica, da eroi senza macchia e senza paura. E lui invece stava lì in una ridicola cella di un metro quadro, tra i borsoni e una bottiglia piena di piscio. Una specie di clochard che invece di un cartone aveva per momentaneo alloggio la fottuta cabina di un ascensore. Già, chissà se lei gli stava pensando o semplicemente nemmeno aveva fatto caso alla sua assenza? Alla fine si lasciò vincere dalla stanchezza nervosa e si appisolò.

Lo svegliarono altre voci, questa volta più numerose: era ormai sera e alcuni inquilini stavano finalmente rincasando. Si scosse dal torpore e ricominciò a urlare picchiando con le mani aperte sulle pareti metalliche. Lo avevano sentito, qualcuno prima ancora di chiamare la ditta della manutenzione provò semplicemente a spegnere e riaccendere l’impianto dal quadro elettrico al piano garage: la cabina si smosse, lentamente come si era fermata ripartì verso l’alto. Le porte si aprirono e gli sembrò che ad accoglierlo ci fosse un comitato di festeggiamenti, c’era la famigliola che gli abitava di fianco tornata dalle vacanze coi due bambini piccoli che gli saltavano attorno frastornandolo ancor di più, i due giulivi anzi gai che evidentemente avevano fatto pace, nonostante le tendenze a saltare di fiore in fiore del prestante fuori corso, pure il rincoglionito nibelungico che era sceso a portare la cagnetta per la passeggiatina serale. Spiegazioni un po’ imbarazzate, ringraziamenti, promesse di un caffè tutti insieme e la suoneria del telefono che aveva ripreso la linea ora che era tornato a riveder le stelle: era un messaggio da un numero che non conosceva, aprì e lesse il testo. Era Valeria, si era fatta dare il suo numero da una amica comune, “ma non ci sei? Mi faceva piacere vederti ma chissà dove sarai andato a divertirti…”.  Felice la richiamò immediatamente. Con la capacità di un attore con l’hobby della pesca mise su un raccontino niente male di impegno preso mesi addietro con una vecchia zia che voleva festeggiare i novant’anni con un battesimo dell’aria proprio il giorno del suo compleanno ma non aveva trovato nessuno che la assistesse nel suo desiderio e lui si era sentito in dovere di esaudire la tenera vegliarda. L’importante era aver ricevuto quel messaggio. Ne avrebbe avuto di tempo per rifarsi del ferragosto in scatola. Con Valeria.

Alessandro Pino e Luciana Miocchi

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