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Kittysincula 2.0: asocial network – di Alessandro Pino

19 Ago

<Chi non è d’accordo con me si cancelli pure dai contatti>, o ancora meglio <Ho già rimosso dagli “amici” quelli che hanno pubblicato… >.

Chi ha un minimo di frequentazione sulle piazze mediatiche dei social network – specialmente quelli come Facebook in cui la parola scritta o orale ha ancora il suo ruolo e non viene schiacciata dalle immagini – avrà capito al volo di cosa parliamo, trovandosi non di rado davanti a ultimatum o proclami come quelli che avete appena letto. Non importa quale sia l’oggetto del contendere o la pietra dello scandalo, il tema può essere grave e di respiro mondiale come totalmente frivolo e di interesse ultralocalizzato: laziali contro romanisti, filoisraeliani contro filopalestinesi, vegani contro onnivori, sovranisti contro globalisti, seguaci della carbonara con il guanciale contro eretici di quella con la pancetta, se non siete con loro siete contro di loro e ci sarà sempre qualcuno che sbotta platealmente, innescando a volte ulteriori micce di risentimento cui seguono deflagrazioni di astio e reciproci addii a suon di vaffanculi, con eventuali strascichi anche legali nella vita reale. Il fenomeno se ci si riflette è abbastanza ridicolo, specialmente se il tema su cui si dibatte non è proprio di importanza capitale e se a lanciare l’anatema sono perfetti sconosciuti della bacheca accanto e non qualche volto o nome noto al grande pubblico; dal malvezzo infatti non sono esenti anche i vip o pseudovip, accomunati ai non vip dallo stravolgere il senso di social network facendolo diventare l’esatto contrario, una riunione di condominio nella quale si vuole per forza avere ragione e chi è di parere difforme si può accomodare alla porta. Di solito quando mi imbatto nei solenni stizziti comunicati continuo a scorrere facendo spallucce, pur riconoscendomi eventualmente nei reprobi di turno e tra i destinatari del diktat; al più mi soffermo a leggere eventuali commenti, gustandomi quelli degli immancabili adoratori leccanti e sbavanti (nel caso chi abbia redatto l’aut aut sia persona di sesso femminile, di gradevole aspetto e più o meno famosa). Talvolta mi capita anche di scoprire per caso – manca solo di perdere altro tempo in appelli dei presenti e ricerche degli assenti – che si sia dato seguito alla paventata minaccia e di non avere più tra i contatti Tizio o Sempronia. Pazienza, non per questo ci passerà l’appetito. Ma se vi siete riconosciuti nel ritratto appena tracciato e siete arrivati qui in fondo nella lettura vuol dire che almenl voi ancora non mi avete rimosso…

Alessandro Pino

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Auguri dottore – di Luciana Miocchi

25 Ott

22791773_1923784497632517_8654264994400160262_oCi ha messo un po’ di tempo, diciamo che non è più un ragazzino. Ha una vita, un lavoro impegnativo che anche in questa occasione non gli ha lasciato lo spazio che gli sarebbe servito per prepararsi con più serenità e dargli la certezza di non dover rimandare perché questioni di servizio non gli consentivano il cambio di un turno troppo sfavorevole, tanto da decidere di non invitare parenti e amici alla cerimonia e una passione, quella per la cronaca, che spesso gli ha portato via scampoli di tempo prezioso ma che alla fine è stato il pozzo a cui ha attinto per la sua tesi.

Alessandro Pino si è brillantemente laureato oggi, corso di laurea di scienza dell’educazione e della formazione, insegnamento di Teoria e Tecnica della comunicazione di massa, discutendo la tesi “Dinamiche dell’informazione locale in uno dei Municipi più grandi d’Europa”.

Auguri, dottore!! Ho giusto un dolorino qui…

Uno sciaff di buon augurio. Ah, complimenti, l’autoscatto è veramente pessimo ma non avendo altro per documentare il solenne momento, se lo farà andare bene lostesso.

Luciana Miocchi

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Buon Compleanno Pino!!!

27 Giu

 

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Non esiste un altro sabotatore di compleanni propri come lui. Impossibile fargli una festa a sorpresa, preparargli una torta, fargli un regalo.

Cancella accuratamente le tracce dei suoi compleanni, in modo tale che nessuno possa attribuirgli un’età precisa, che ormai si paventa databile intorno alla prima metà dell’era del ferro.

Gongolo alla sola idea dell’incazzatura cosmica che questo post gli procurerà ma…non ho resistito 🙂 🙂 🙂 felice genetliaco da lucianamiocchi.com, conifera di un giornalista.

Luciana Miocchi

 

 

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Il coglionazzo dell’Anno 2015

1 Giu

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Era da un paio di anni che ci ripromettevamo di farlo e questa volta abbiamo tenuto fede all’impegno, anche se con un po’ di ritardo: raccogliere durante l’anno tutti gli esempi di dabbenaggine spesso micidiale (ma che suscitano la nostra feroce ilarità di carogne) pubblicati sulla stampa ed eleggendo infine il vincitore dell’ideale titolo di “Coglionazzo dell’Anno” . Ovviamente il titolo 2016 viene assegnato tra i  concorrenti catalogati durante il 2015.

Per quanto incredibili le vicende possano sembrare, possiamo assicurarvi che le notizie sono state pubblicate tutte da quotidiani nazionali e verificate incrociando vari siti.

La prima e le ultime due candidature arrivano entrambe sul filo del Capodanno: il 31 dicembre 2014 a Milano una trentenne lanciando un petardo verso la finestra non si era accorto che questa fosse chiusa. L’ordigno è rimbalzato sul pavimento e quando ha pensato bene di raccoglierlo gli è esploso in mano o per meglio dire ciò che ne è rimasto visto che ha perso cinque dita per non parlare delle ustioni di terzo grado. Esattamente trecentosessantacinque giorni dopo durante la consueta trasmissione di fine anno della Rai, gli addetti in regia sbagliavano la partenza del conto alla rovescia anticipando il 2016 di un minuto, oltre a non accorgersi di un bestemmione apparso tra i messaggi spediti via sms dagli spettatori e trascritto pari pari in sovraimpressione.

Durante i festeggiamenti, un ragazzo tenta di far partire un razzo…usando il proprio sedere come rampa di lancio e finendo ustionato.  (ndr: pubblicata da Leggo il tre gennaio ma probabilmente il filmato risale a un paio di anni prima).

In mezzo a questi, abbiamo catalogato quasi un centinaio di casi:

Inglese arrestato dopo essere stato colto a fare sesso con una buca delle lettere.

Due attivisti russi che lanciando acqua santa a litri contro il mausoleo di Lenin a Mosca cercavano di resuscitare la salma imbalsamata del dittatore.

Nutrita la categoria degli sboroni da social, quelli che mettono in piazza (mediatica) le loro imprese più o meno illecite vantandosene, cosa però che li rende identificabili e raggiungibili dalle forze dell’ordine:

un commerciante di Mestre che si vantava su facebook di guidare la sua Bmw senza patente (gli era stata revocata anni addietro) è stato denunciato dalla Polizia Municipale di Venezia dopo vari appostamenti iniziati proprio dopo le inopportune vanterie.

Spacciatore di cocaina tunisino ma residente a Padova che si vantava in rete dei propri guadagni pubblicando le foto che lo ritraevano disteso sulle banconote. Ovviamente individuato e arrestato dalla Polizia.

La rete ha portato guai a uno svizzero, furibondo perché nessuno dei suoi contatti di Facebook gli aveva formulato gli auguri per il proprio compleanno. Il permaloso personaggio ha pubblicato un post nel quale minacciava di ammazzarli tutti per vendicare l’onta subìta. A onor del vero è stato assolto dopo la condanna in primo grado (si presume però che l’avvocato lo abbia dovuto pagare).

Ricercato per furto e falsificazione che  nel Montana non ha resistito a cliccare il “mi piace” sulla sua foto segnaletica, pubblicata sulla pagina di una organizzazione legata al Dipartimento di polizia. Rintracciato e arrestato.

Il jihadista dell’Isis che si scattata un selfie postandolo in rete per fare propaganda. Purtroppo per lui la foto è stata vista anche dall’intelligence americana che analizzando l’immagine è risalita al luogo cui si riferiva, immediatamente bombardato con tanti saluti alle settantadue vergini.

A Prato, i membri di una gang multietnica (tre albanesi, due pakistani e un italiano) dedita a furti e rapine, pubblicavano sui propri profili social le foto della refurtiva e dei festeggiamenti dopo ogni colpo riuscito. Niente di più facile per identificarli e arrestarli.

Categoria vorreidelinquere ma non sono capace considerata affine è quella composta da chi nell’atto di compiere qualche misfatto, per impudenza unita a una buona dose di coglionaggine si caccia nei guai meritatissimi:

lo spacciatore africano che a Roma prende le ordinazioni dai clienti parlando ad alta voce ai suoi quattro telefoni. Solo che ha la brillante idea di farlo mentre è in fila all’Ufficio Immigrazione della Questura e il suo atteggiamento insospettisce i poliziotti che dopo un controllo informatico lo perquisiscono trovandogli addosso le dosi di droga già pronte per la vendita.

Scippatore che in un bar di San Benedetto del Tronto ha offerto da bere a tutti per festeggiare il colpo appena riuscito: individuato e arrestato.

Dove andare a compiere una rapina? Ma è chiaro: nell’ufficio postale di via Arenula a Roma presso cui si ha il conto corrente, per rendere il riconoscimento più facile facilitando così l’operato della Polizia.

Sempre a Roma un episodio simile: licenziato dalla banca, l’ex direttore della agenzia di viale Ippocrate ha pensato bene di vendicarsi tentando il colpaccio proprio nella filiale che dirigeva chiudendo il suo successore in una stanza e intimandogli di aprire la cassaforte. Per lui l’unica porta che si è aperta  è stata invece quella della cella a Regina Coeli.

Anche lasciare i propri documenti nella automobile in cui si è appena rubato –  dopo averla scassinata nel parcheggio del Policlinico Gemelli – è un modo per agevolare le Forze dell’Ordine.

Il palestinese che lancia una molotov contro i soldati israeliani ma riesce a darsi fuoco alla kefya.

Ancora jihadisti dell’Isis in primo piano con il miliziano che si fa riprendere mentre spara con un lanciarazzi attraverso un buco in una parete. Qualcosa però va storto ed è lui a saltare per aria

Gettare via i libri è un peccato di per sé, se poi li si disperde nella campagna costituisce anche un comportamento sanzionabile anche se quasi sempre chi lascia nell’ambiente rifiuti che invece andrebbero conferiti in appositi centri la passa liscia. A meno che i volumi abbandonati non abbiano scritto il nome del proprietario all’interno, cosa che lo rende facilmente rintracciabile come accaduto appena fuori Roma.

Al casello autostradale di Avellino, un guidatore che non voleva pagare il pedaggio si è accodato a una vettura della Polizia in transito nella corsia del Telepass intenzionato a passare mentre la sbarra era ancora alzata: fermato è risultato senza patente perché revocata, senza revisione, senza assicurazione obbligatoria

Durante una perquisizione dei Carabinieri nella sua abitazione di Carsoli, uno spacciatore cerca di disfarsi di una partita di droga lanciandola dalla finestra sotto la quale però si trovavano altri militari che hanno ricevuto le dosi in testa: la casa era infatti circondata.

Sempre in tema di polvere bianca: due ragazzi francesi vengono perquisiti dalla polizia mentre sono intenti a sniffare. Solo che era pure di patate.

Ancora finta droga: americana vende crocchette per cani spacciandole per droga, arrestata.

Categoria Delinquenti mancati: a Roma un tale ha tentato di rapinare un ufficio postale ma gli impiegati e i clienti non gli hanno dato credito, roba da Woody Allen o Paolo Villaggio. Al tapino non è rimasto che fuggire con la coda tra le gambe.

Arrestato dalla polizia per possesso di funghi allucinogeni (trovatigli in casa dopo essere stato aiutato a entrarvi proprio dagli agenti che lo avevano soccorso mentre era in stato confusionale) viene ritratto nella foto segnaletica con una espressione euforica che immaginiamo gli sarà passata quando, finito lo sballo, si sarà reso conto della pesante cauzione da pagare per uscire dalla cella.

Insegnante francese che prima denuncia di essere stato accoltellato da un uomo inneggiante all’Isis e poi confessa di essersi inventato tutto.

Ubriaco si schianta con la Mini Cooper contro un palo e poi si nasconde tra i personaggi di un presepe per evitare l’arresto.

Categoria Simpatici molesti: rivelare la fine di un libro o di un film a chi ancora non ha visionato l’opera in questione non è carino ma può diventare rischioso: se ne è reso conto il malaccorto burlone californiano che – uscito da un cinema in cui aveva appena visto l’ultimo episodio di Guerre Stellari- si è messo a raccontarne la trama davanti alle persone in fila per il biglietto. Giustamente è stato pestato per cinque minuti di fila, senza che la Forza ma nemmeno i poliziotti presenti siano intervenuti a salvarlo.

A Roma: senza tetto francese prova a rubare una bicicletta ma lo fa…nel cortile di una caserma di carabinieri tra i quali c’è lo stesso proprietario del velocipede: arrestato.

Boss della Camorra viene arrestato perché – latitante – aveva invitato parenti e amici al cenone natalizio. Gli investigatori che erano sulle sue tracce hanno seguito gli invitati che li hanno portati direttamente al covo del ricercato.

Quote rosa:una donna sudcoreana che dopo aver  attivato uno di quegli aspirapolveri automatici si addormenta mentre l’apparecchio era al lavoro, talmente efficace che le ha aspirato i capelli agganciati e risucchiati all’interno.

Badante moldava cinquantenne che a Padova dopo una notte di sesso con il proprio assistito ottantenne è stata colpita da infarto. Si è salvata

La categoria alla memoria è forse la più nutrita, purtroppo per i malcapitati concorrenti ma anche per noi, perchè non ci facciamo una gran figura ogni volta che raccogliendo una segnalazione ci sorprendiamo a ridacchiare sotto i baffi pudicamente (ma non troppo). Perché va bene, si tratta di tragedie, di vite spezzate ma come si fa a trattenere il riso leggendo casi come questi che vi presentamo?

il primo dell’anno è stato un miliardario un po’ tirchio (alla Paperon de Paperoni) che per risparmiare sul rifornimento di carburante del proprio aereo  (intendeva rifornirsi successivamente in uno scalo che praticava prezzi più vantaggiosi) è precipitato schiantandosi con la sua fidanzata.

Ragazzo di diciassette anni morto in provincia di Roma precipitando da una balconata durante una gara di sputi.

Coinvolgimento di defunti  anche  se indiretto – nel caso del ladro che a Venezia dopo essersi impossessato di…un vaporetto, mandandone per giunta alla deriva altri tre, non sapendolo condurre si è schiantato contro  l’isola cimitero di San Michele.

Il santone dello Zimbabwe che che si è fatto seppellire vivo dai suoi seguaci per acquisire più poteri contro gli spiriti maligni promettendo che ne sarebbe uscito incolume. Ovviamente gli spiriti è andato a vederli molto da vicino mentre i suoi adepti sono stati accusati di omicidio.

Giovane pubblicitaria residente a Milano che – rincasando da una serata innaffiata forse da qualche bicchiere di troppo –scavalca un parapetto che però si trova all’undicesimo piano e non al primo come forse credeva: il volo manco a dirlo è stato fatale.

Caduta letale anche per una anziana rimasta chiusa in un cimitero in provincia di Ravenna dove era andata a trovare i suoi cari defunti: la donna non si era accorta che il cancello poteva essere sbloccato con un pulsante e ha cercato di scavalcare usando una scala. Rovinata a terra, è deceduta per le lesioni riportate: filiera breve, dal produttore al consumatore.

Nel bresciano un giovane cacciatore si fucila da solo in testa per uno scivolone avvenuto mentre reggeva l’arma carica.

Peggio ancora, se vogliamo, è andata al cacciatore impallinato a morte dal suo amico alla vigilia di Natale nei pressi di Latina dopo essere stato scambiato per un cinghiale dietro un cespuglio.

Coppia ultrasessantenne canadese che si concede una vacanza romantica in un’isoletta del Messico con tanto di vasca idromassaggio in camera rimane fregata dalla passione e viene trovata stecchita ancora abbracciata: lui era morto d’infarto durante l’amplesso e lei era morta annegata dal corpo del marito ormai esanime.

Donna novantunenne portoghese muore soffocata durante gioco erotico con amante più giovane di lei di una cinquantina d’anni.

Non proprio alla memoria ma quasi la candidatura del romano che durante un rito purificatore di santeria cubana ha provocato un’esplosione che gli ha causato l’amputazione di una mano, venendo anche denunciato dai Carabinieri per uccisione di animali (aveva sgozzato dei polli per il rituale) e per omessa denuncia di materiali esplodenti.

E mettiamoci anche il cameriere padovano che tentando di stappare una bottiglia di champagne con una coreografica sciabolata…si è tagliato una mano finendo ricoverato in prognosi riservata.

Scassinatore tedesco che tentando di far esplodere un distributore automatico di…preservativi per rubarne incasso e contenuto, rimane ucciso dalle schegge metalliche dell’apparecchiatura distrutta.

La moda dei selfie dilaga anche in Turchia con esiti a volte fatali: due ragazzi si sdraiano a terra di sera nei pressi di un aeroporto per scattare foto agli aerei e a loro stessi, senza accorgersi di trovarsi su una strada sulla quale rimangono spalmati da un autocarro.

Morto ma non troppo: considerato deceduto dopo una sbronza colossale  e trasportato all’obitorio, un uomo di Vladivostok si risveglia nella camera mortuaria. Per festeggiare la sua “risurrezione” ovviamente non ha voluto rinunciare a un brindisi.

Categoria anche i  giornalisti ci si mettono: il Fatto Quotidiano che pubblica un’intervista telefonica a un Questore della Camera dei deputati nella quale vengono pronunziate parole di fuoco sui vitalizi ai condannati. Unico particolare: il giornalista aveva sbagliato numero intervistando un’altra persona senza accorgersi dell’errore se non dopo la pubblicazione del pezzo.

Nella categoria si inserisce di diritto (anche se fuori concorso in quanto “membro”… della giuria) la seconda metà della ditta Miocchi & Pino: il nostro, prestatosi in estate per innaffiare le piante di un appartamento i cui abitanti erano in vacanza, si accorge dopo due settimane di aver irrorato tra le altre anche una pianta di plastica. (L’acqua non traboccava per l’intensa evaporazione).

Candidature di gruppo: il santone indiano che convince quattrocento seguaci a castrarsi in modo da avvicinarsi maggiormente a Dio senza quel fardello un po’ ingombrante.

Famiglia romana in gita che scambia per radici di liquirizia quelle di una pianta tossica, assaggiandole e finendo all’ospedale

Sempre in famiglia ma a Palermo, una bambina chiede per il suo compleanno una torta raffigurante i MioMiniPony, i cavallini protagonisti di un cartone animato. Il pasticcere però era evidentemente poco pratico di programmi per i più piccoli e sulla torta ha effigiato la buonanima di Little Tony, il cantante emblema del rock italiano negli anni Sessanta e Settanta.

Rientrano forse nella categoria anche i gruppi vittime della coglionaggine di un singolo: ecco allora i cinque feriti durante una festa al prestigioso Waldorf Astoria di New York per un solo colpo partito da una pistola maneggiata con scarsa prudenza e perizia da uno degli invitati, roba che a provarci apposta non ci sarebbe riuscito.

Allegra tavolata di anziani genovesi (una dozzina circa) che dopo il cenone natalizio è finita ricoverata in ospedale per indigestione.

categoria Scambio di persona: consigliere comunale aquilano che dopo aver tamponato una macchina dei carabinieri fornisce ai militari le generalità del proprio fratello gemello perché la sua patente era già sospesa.

Scherzi del piffero: il dipendente di una cartiera toscana  che uccide a colpi di pistola il suo caporeparto, convinto per scherzo durante una cena il primo di aprile dai colleghi che le telecamere a circuito chiuso installate di recente fossero mirate a sorvegliarne le mosse al fine di licenziarlo.

categoria uso e abuso di Silicone: il caso del tedesco che si è iniettato silicone nel proprio attrezzo arrivando a farlo pesare circa quattro chili per ventitre centimetri. Non nella proboscide ma nelle braccia si iniettava un ragazzo brasiliano, al fine di gonfiarle per assumere un aspetto muscoloso all’inverosimile, senza avvedersi degli effetti collaterali che gli hanno fatto rischiare l’amputazione degli arti portandolo quasi al suicidio.

categoria Gioco in casa (eh, a esser cronisti locali è facile) La distrazione e la superficialità unita all’allarmismo, alla voglia di apparire: dopo la notizia del cedimento di un pilone autostradale in Val di Sangro con tanto di foto, un residente del Terzo Municipio di Roma Capitale dove c’è proprio…via Val di Sangro scambia la valle per la strada ad essa  intitolata  credendo che quel pilone si trovi a Roma e condivide le foto su un gruppo locale invitando tutti a fare attenzione e a diffondere gli avvisi per scongiurare una possibile tragedia.

Distrazione toponomastica anche per un gruppo di narcotrafficanti colombiani che per errore hanno spedito quattrocento chili di cocaina (per un valore di quindici milioni di euro) a una rete di supermercati di Berlino.

Anche i migliori propositi possono avere esiti rovinosi: ne sa qualcosa l’ottantenne lombardo che volendo esprimere la propria solidarietà per le vittime della strage di Parigi avvenuta in novembre, aveva acceso una candela sulla finestra di casa. Solo che la fiammella è andata fuori controllo degenerando in un incendio fortunatamente limitato al balcone.

Procurato allarme: sempre legata anche se indirettamente ai fatti di Parigi la prodezza di una madre la cui figlia era in vacanza proprio nella capitale francese: per convincere la ragazza a rimanere in casa, parlando al telefono con lei ha inventato che un suo conoscente dipendente degli Interni le aveva rivelato la possibilità di un nuovo attentato. Solo che la conversazione era stata registrata e poi inoltrata tramite Whatsapp diventando virale in rete al punto che la donna, resasi conto della situazione, si è recata presso gli uffici della Polizia Postale per chiarire la vicenda.

Forse non vincerà il Coglionazzo ma almeno il premio “Modesto dell’Anno” vogliamo assegnarlo a Tomaso Trussardi, manager dell’omonimo marchio e marito di Michelle Hunziker, autore di uno sfogo su Facebook nel quale si lamentava di essere stato fermato – lui personaggio di una certa notorietà alla guida di una vettura d’epoca, si dice una 500 – per un controllo dalla Polizia Locale di Milano in piazza della Scala, in seguito al quale gli venivano decurtati cinque punti dalla patente.

Il gruppo dei candidati autorevoli, quelli istituzionali, in divisa, di un certo livello e prestigio è forse quello che ci riempie maggiormente di orgoglio: in un centro ricerche spaziali australiano per diciassette anni sono stati studiati misteriosi segnali captati dal radiotelescopio in dotazione alla struttura. Dopo tutto quel tempo ci si è accorti che venivano emessi dal forno a microonde usato dallo staff per preparare i pasti. (Saremmo curiosi di conoscere la marca di un microonde durato tutto quel tempo).

Autotreno carico di munizioni in dotazione alle truppe  americane di stanza in Veneto si incastra sotto un ponte

Medesima scena con una camionetta della Benemerita rimasta incastrata cercando di attraversare un sottopasso ferroviario in Lombardia (altro che barzellette sui Carabinieri).

Prestigiosa e gloriosa ambientazione anche per l’impresa di un tale che a Genova durante la volata conclusiva della seconda tappa del Giro d’Italia 2015 si è buttato tra i corridori con la propria bicicletta, causando una rovinosa caduta di gruppo.

I carabinieri che manganellano per errore un poliziotto in borghese durante gli scontri contro l’Expo scoppiati a Milano.

All’Accademia di West Point, la battaglia a colpi di cuscinate è finita con trenta feriti (probabile che dentro non ci fossero esattamente piume d’oca).

Finale di Miss Universo: il presentatore sbaglia a leggere il nome della vincitrice e viene incoronata un’altra concorrente al suo posto, dopodichè quando ci si accorge dell’errore la corona viene strappata alla miss clandestina e posta sul capo di quella vera (tipo Premio Montesacro, ndr).

Alla Questura di Rovigo, allarmati per le circa quarantamila persone  apparentemente interessate a trascorrere un Capodanno alternativo nell’autogrill del capoluogo di provincia veneto, invitano gli organizzatori del maxievento a desistere senza accorgersi che si trattava di una festa immaginaria creata per burla su Facebook riscuotendo un immediato quanto effimero successo.

Volendo forse ispirarsi al suo leader Vladimir Putin – che notoriamente ama apparire quale uomo d’azione – il vicepremier russo Dmitry Rogozin durante una sessione di tiro a segno si spara a un piede finendo ricoverato in ospedale a  Mosca.

* * *

A volte si rischia grosso a sogghignare per il livello del protagonista ma il pericolo è il nostro mestiere e confidiamo nella magnanimità e nel sense of humour del presidente Silvio Berlusconi che durante la campagna elettorale per le amministrative dello scorso maggio si è recato a presenziare a un comizio sbagliando il candidato da appoggiare: è andato a quello del centrosinistra

Il comune di Settimo Torinese che intitola una strada a Louis Braille, l’inventore della omonimo alfabeto in rilievo per i non vedenti. Solo che la strada in questione è un vicolo…cieco.

* * *

La rete non perdona e lo sputtanamento è ormai planetario: ha fatto il giro del mondo la foto del tizio chi era  caduto lo smartphone nella toilette del treno su cui viaggiava e nel tentativo di recuperarlo rimane con il braccio interamente incastrato nella tazza del wc pneumatico, sradicandolo dal vagone cercando di liberarsi.

Sputtanemento addirittura inter-planetario per l’astronauta britannico che a Natale ha chiamato dalla stazione spaziale internazionale per gli auguri…il numero sbagliato, telefonando a una sconosciuta signora che alzando la cornetta si è sentita rispondere “Pronto, pianeta terra?”.

Imprenditore inglese partecipa a un’orgia dopo la quale, non trovando più i pantaloni, pesta a sangue per la rabbia l’organizzatore e se ne va in mutande a cavallo della sua Bmw.

Idem per il cantante della boyband  scozzese “Rewind” che – in ossequio ai più vieti luoghi comuni sulla tirchieria legata all’area geografica –  per non pagare il sovrapprezzo sul bagaglio eccedente viaggiando in aereo da Londra a Glasgow è salito a bordo indossando diversi strati di vestiti tra cui tre paia di jeans e quattro maglioni. Solo che luglio non è il mese ideale per una mise del genere e il giovanotto è svenuto durante il volo per il caldo.

* * *

Seguono altre candidature da tutto il mondo, in ordine sparso:

Stanchi di pulire sempre casa? Potete seguire l’esempio di un australiano che ha brillantemente risolto il problema dando fuoco all’abitazione praticamente distruggendola.

Si dice spesso che la scuola di oggi premia la mediocrità e i  piccoli geni vengono frustrati, ma si è esagerato in quella classe di un istituto americano dove il giovane Mohamed è finito in manette perché scambiato per un attentatore: il quattordicenne col pallino dell’elettronica aveva costruito da solo un orologio digitale e tutto orgoglioso lo aveva portato in classe. Solo che la sua creazione è stata scambiata per il timer di una bomba a orologeria dagli insegnanti che hanno chiamato la polizia.

C’è chi invece sull’allarme terrorismo ci marcia finendo ugualmente nei guai: in ritardo per prendere il volo  Torino Roma che aveva prenotato, un passeggero ha telefonato al 113 simulando un accento arabo e sostenendo che sull’aereo ci fosse una bomba, sperando così di rinviarne la partenza per i controlli e poter salire a bordo. L’imitazione è stata talmente riuscita che il tale è stato identificato dalla Polaria e fermato al suo arrivo in aeroporto.

Simile a questo l’episodio del ragazzo irlandese che, disposto a tutto pur di non andare a lavoro nel campus in cui era impiegato dopo una notte a base di alcol e stupefacenti, ha pagato un amico per lanciare un falso allarme bomba da parte dell’Isis: la polizia è dovuta intervenire chiudendo un’autostrada, interrompendo il traffico aereo e lasciando fuori del campus i quattromila dipendenti.  Ovviamente i due sono stati tanati.

Allarmismo a go go anche in Svezia dove un pensionato chiama la polizia per segnalare la presenza di terroristi dell’Isis. Arrivati sul posto gli agenti scoprono di trovarsi invece a un raduno di hipster tutti sfoggianti  la  folta barba che tale moda impone.

 Ancora agganci indiretti con il terrorismo con il buontempone che in una via centralissima di Salerno ha cominciato a urlare la frase sconnessa “Allah Bubu Zuzu” mentre indossava un cappuccio, provocando il fuggi fuggi generale e poi dileguandosi.

Nel mirino della legge che spesso appare miope e ottusa è finito anche quel pensionato piemontese che aveva invitato un paio di amici nel suo piccolo podere coltivato a vite. Gli amici si sono messi a raccogliere un po’ di grappoli – essendo il periodo della vendemmia – ma a un certo punto si sono trovati circondati dai carabinieri e funzionari dell’ispettorato del lavoro: risultato, circa ventimila euro di multa per lavoro nero.

Il premuroso americano che si offre di aiutare la vicina ad applicare il collirio dopo che la polvere sollevata dal vento le era entrata negli occhi provocandole grande fastidio. Solo che il soccorritore scambia il flacone del collirio con quello di una colla a presa rapida, sigillandole gli occhi.

Sempre in America, per la categoria donne al volante ecco una giovane aspirante automobilista che durante l’esame pratico di guida scambia il pedale del gas con quello del freno schiantandosi proprio nella vetrina della scuola guida.

In tema di sinistri stradali, il conducente che dopo essere rimasto incastrato in una strettoia con la propria auto, ai carabinieri invece della patente consegna la tessera punti della Coop. Accade a Roccatederighi.

In un museo di Bolzano le operaie delle pulizie ripulendo un pavimento cosparso di bottiglie, cartacce e mozziconi di sigaretta non hanno pensato potesse essere una ardita installazione d’arte come in effetti era. In questo caso però a essere candidate al titolo non sono le diligenti pulitrici ma chi ancora propina certe frescacce spacciandosi come erede di Michelangelo.

Altro museo – a Miami – ed episodio simile anche se più drammatico: accoltellata durante una mostra d’arte, stesa a terra in una pozza di sangue, nessuno si ferma a soccorrerla perché tutti pensano si tratti di una ardita installazione.

A proposito di aggressioni: a Padova un uomo finisce in ospedale dopo essere stato picchiato da un romeno che lo aveva scambiato per l’amante della moglie.

Scuse improbabili ma ritenute plausibili dalla giuria: il milionario londinese di origine araba che – accusato di aver violentato una ragazza mentre dormiva – si è opposto sostenendo di esserle scivolato addosso finendole dritto dritto (è il caso di dirlo) con il pene nella vagina.  Per sbaglio, eh.

Ancora Isis: pensionata americana sente la vicina di casa urlare al culmine dell’orgasmo “Isis è buono, Isis è grande” e chiama la polizia credendo ci siano degli esaltati terroristi.

Esce ubriaco da un pub nel nord dell’Inghilterra e rimane sorpreso da un’alluvione finendo travolto. Salvato…chiede qualcosa da bere per tirarsi su.

Giuria Coglionazzo dell’anno 2015

Un caffè e una margherita – racconto rosa di Luciana Miocchi

29 Dic

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Foto di Loredana Stazi

* * *

Un anno straordinario per questo blogghino: quasi sessantamila contatti nel 2015 fanno girare la testa e danno una responsabilità enorme. Nel ringraziarvi virtualmente uno ad uno,  vi lascio un raccontino scritto per scherzo, un paio di anni fa,  che ha incontrato il favore delle amiche a cui l’ho fatto leggere. Spero mi abbiano detto la verità, altrimenti sto per fare una figura cosmica, della quale mi vendicheró ampiamente.
Buona fine 2015, buon inizio 2016.

Un caffè e una margherita

(cprgt Luciana Miocchi 2013)

Si stiracchiò tra le lenzuola, cercando il tepore del piumino che conservava ancora l’impronta e il profumo della pelle dell’uomo con cui l’aveva condiviso. Le ci vollero alcuni istanti per rendersi conto che non aveva sognato e che quello non era il suo letto, non era casa sua.

Per la prima volta in quarantadue anni, Gioanna aveva ceduto all’istinto e non riusciva a spiegarsi razionalmente perché l’avesse fatto. Non le interessava nemmeno, a dire la verità, visto che si era svegliata d’animo disteso come non le capitava da quando aveva preso la decisione di separarsi, dopo aver scoperto di essere sposata con l’uomo più famoso di Roma Nord, una celebrità tra le sue colleghe di lavoro.

Anche Marco era divorziato, una buona posizione in società, costruita con sacrificio e un pizzico di fortuna, impegnato nel sociale e con due figli preadolescenti, belli come il sole. Pure lui con il suo piccolo mondo perfetto esploso in un solo giorno in mille pezzi quando sua moglie gli aveva detto di non amarlo più tanto da continuare a viverci insieme. Erano ad armi pari. Nulla da pretendere, nulla da promettere.

Erano stati compagni di scuola, poi, come gli altri, si erano persi di vista per diciotto anni.
Finito il liceo, ognuno aveva preso la propria strada: il gorgo della vita, dei vent’anni, delle nuove amicizie, degli studi o del lavoro fino a sera inoltrata aveva ingoiato i compagni dell’adolescenza, risputandoli in nuove, reciprocamente ignote, vite. Qualche incontro fortuito, qualche notizia da chi aveva avuto la ventura di rimanere in contatto perché vicino di casa. Nemmeno l’avvento dei cellulari aveva cambiato granché le cose, la confidenza ormai era perduta.. ma con il boom di  Facebook era stato subito un cercare vecchie amicizie, lontani compagni di scuola, vecchi amori.
Era accaduto così, anche per loro. Si erano ritrovati in un gruppo organizzato con l’intento di ricomporre la vecchia classe, diciassette su venticinque, sette non fu possibile recuperarli. Uno, Belli, refrattario come pochi altri alle nuove tecnologie, stanato grazie ad un colpo di fortuna, proprio non ne aveva voluto sentir parlare.. Soprattutto, disse a chi si era preso la briga di contattarlo, non aveva voglia di rivedere nessuno e se si erano persi di vista per più di vent’anni ci doveva essere un motivo.
Nonostante mille difficoltà l’incontro avvenne. In una pizzeria a “Monculomarittima”, scelta per la facilità di parcheggiare e la possibilità di schiamazzare fino a sera tardi.
Forse aveva ragione il Belli, perché dopo dieci minuti le vecchie rivalità erano di nuovo lampanti. Anche la Maraldi e la sua lingua invidiosa non avevano perso il veleno dei sedici anni.
Quasi tutti erano rimasti allineati e coperti nel tentativo di non sfigurare troppo nel confronto con le vite degli altri, tanti saluti cordiali ma poi si tornò a frequentarsi al massimo su fb, dove al limite, si può barare un po’ e infiocchettare meglio le proprie verità.
Gioanna aveva cercato di tenere buoni rapporti con tutti: detestava i conflitti, i dissapori, il tifo da stadio. A lei aveva fatto piacere rivedere pure quella simpaticona della Maraldi. Forse era la nostalgia di un tempo in cui tutte le strade sembravano ancora percorribili, oppure una immodificabile inclinazione caratteriale. Riusciva sempre a trovare
qualcosa di buono in ognuno.
In tutti, tranne che in Marco, nel cui letto si era appena risvegliata. Vent’anni addietro lo trovava bello, troppo per essere presa in considerazione da uno come lui. L’aveva sempre tenuto a debita distanza, giudicandolo fighetto oltre misura, un pavone con il codazzo di squinzie adoranti, uno che studiava il minimo sindacale per non essere rimandato ché sicuramente aveva di meglio da fare. Lui non le aveva mai mostrato il sia pur minimo interesse o così lei aveva sempre creduto. Con il senno di poi doveva riconoscere che non lo aveva mai sentito fare un commento fuori posto su nessuno. Forse non era nemmeno così vuoto come se lo era sempre raccontato. Però non sopportava le battutine acide che riservava alla Muri, obiettivamente diversamente attraente e diversamente simpatica. Non che non avesse ragione ma la bellezza sfacciata che gli era toccata in sorte, secondo Gioanna, gli precludeva la reazione crudele alle parole stupide e cattive di una persona già penalizzata pesantemente dal destino.

Poi un like via l’altro, un post simpatico, una battuta ironica ogni tanto e almeno nel virtuale, lo aveva rivalutato. Vent’anni dopo. Onesto e profondamente buono, anche un po’ ingenuo, a volte.
E quando meno se lo sarebbe aspettato, la rivelazione che l’aveva lasciata di sasso. Lei era stata il sogno fisso di Marco, non solo al liceo ma anche dopo. Nemmeno lui sapeva darle una spiegazione del perché, era così e basta. Tanto che arrivò a confessarle una trentina di posizioni e location diverse in cui  aveva immaginato di far sesso insieme a lei. Dopo aver letto la confidenza nella posta privata, Gioanna aveva riempito una decina di righe con faccine dalla risata sguaiata, cercando di mascherare l’imbarazzo e un pizzico di compiacimento. Seguirono settimane in cui Marco sparì dal mondo virtuale, piccato da quella reazione. Il bello aveva un’anima e lei l’aveva maldestramente ferita. Più nessun contatto fino a quando, durante una notte insonne Gioanna aprì fb sperando che ci fosse qualcuno in linea  e trovò il suo profilo attivo. Gli spedì una faccina contrita con una frase spiritosa di scuse, sperando nel perdono per  quella sua goffa reazione. Finirono per vedere l’alba insieme tra messaggi ambigui e battutacce da gita dell’ultimo anno. Lei, si lasciò sfuggire un “per i sessant’anni mi potrei togliere uno sfizio con te, se ti sarai mantenuto prestante”. Divenne un tormentone.
Seguirono settimane in cui ognuno di loro fece sfoggio di dialettica, erotica e non. Avevano scoperto un’affinità di pensieri e di valori che soprattutto l’incredula Gioanna faticava ad accettare, cercando di tenere al largo possibili complicazioni.
Fino a tre giorni prima di quell’incredibile risveglio.
Marco, dopo non essersi fatto sentire per tutto il giorno, le   scrisse un solo messaggio: “non vorrai davvero aspettare il sessantesimo compleanno?” Lei rispose: “Dopo vent’anni, forse è meglio tenersi l’illusione di un rimpianto che fare i conti con una realtà che potrebbe non essere quella immaginata.” “Assurdi e masochistici pensieri.. In due facciamo quasi un secolo, avrai mica paura della vita, cara la mia diplomatica-non-porto-pena?”
L’ultima frase l’aveva punta sul vivo, in fin dei conti mediare non l’aveva preservata dagli urti della vita. Aveva passato l’esistenza a fare scelte sensate, con il risultato di ritrovarsi a quarant’anni costretta ad amputarsi un pezzo di vita per poter sopravvivere rimanendo se stessa. Con fatica ammise tra sé e sé che Marco la attraeva, lo aveva sempre fatto. Lo aveva messo d’istinto tra i casi pericolosi, quelli che ti fai male appena si profilano all’ orizzonte ed è meglio girargli lontano. Rispose con un “dove e quando” mentre pensava che per una volta perfino lei avrebbe potuto comportarsi da cretina senza testa, una botta e via, come le benefattrici che avevano allietato l’ex marito. Con la differenza che qui non c’era nessuno da far becco, ci aveva già pensato la vita.
Lui la sfidò: “venerdì sera a casa mia. Cucino io. Passo a prenderti alle otto”.  Lei decise che non era tipo da farsi trasportare, preferiva andare con le sue gambe. Sapeva come sarebbe finita, voleva una via di fuga dignitosa per il dopo.
Optò per un jeans e un toppino semplice, la borsa di Guess che si era regalata quando era andata in Tribunale a firmare le carte della separazione e i tronchetti neri con il tacco dodici che la facevano sentire sicura di se stessa. Tanto per non sbagliare, slip e reggiseno bianchi di taglio sportivo. Niente pizzo nero femme fatale, inutile promettere chissà quali peccati mentre lei era fuori esercizio da un bel po’, niente stampe baby dall’intento sabotatorio fin troppo palese. Un bel bianco politically correct, da donna pragmatica che non ha premeditato nulla per il dopocena. Puntuale come sempre, aveva suonato il campanello alle venti in punto, con in mano un mazzo di margherite, in onore di un vecchio soprannome che lui si era guadagnato venendo un giorno a scuola tinto di biondo per scommessa. Era stata calmissima fino a quando non aveva parcheggiato ma poi aveva fatto le scale con il cuore in gola. Forse aveva commesso un errore, forse aveva ragione Belli: se ci siamo persi di vista ci sarà un perché.

Le venne ad aprire la porta con i piedi nudi.
Era ancora bello da levare il fiato, la figura armonica esaltata dalla camicia di lino rossa e dai jeans di taglio regolare. Qualche ruga d’espressione sul viso lo rendeva affascinante come non lo era a vent’anni. Lo sguardo azzurro, cui si accorse di non aver mai prestato eccessiva attenzione, allegro e sincero.
Si salutarono senza abbracciarsi, con un semplice bacio sulle guance, ognuno in attesa di un gesto dell’altro. I fiori furono accolti da un sorriso, tramutato in una sonora risata nell’istante in cui Marco si ricordò del suo ciuffo platino . Finirono nell’unico vaso di quella casa da single ordinato.
Gioanna si rese conto che stava guardando davvero Marco per la prima volta, capendo in quel preciso momento di averlo reso vittima di un pregiudizio legato solo alla propria insicurezza.
La cena rimase sul tavolo.
Non riusciva a ricordare parole tra loro, se non qualcosa di estremamente confuso riguardo le margherite, la mente catturata dall’istante in cui si scambiarono un lungo sguardo intenso, il sorriso negli occhi di lui, il passo avanti di lei, le mani gentili di lui nei capelli, quel fissarsi a vicenda senza bisogno di parole. Il braccio di Marco stretto attorno alla sua vita. Il Bacio con gli occhi negli occhi come a voler sincerarsi della realtà di quel momento. E le loro lingue che si sfiorarono per poi intrecciarsi in una danza liberatrice.
Lei gli accarezzò il viso con dolcezza poi cominciò a slacciargli i bottoni della  camicia, mandando al diavolo la sua vocina interiore che gli suggeriva di comportarsi bene. Lui la strinse a sé facendole sentire l’imperiosità di un desiderio covato per più di vent’anni che le strappò un gemito soddisfatto. Il top volò da qualche parte, perdendosi tra il divano e il tavolo. Con un gesto elegante e apparentemente senza sforzo Marco la sollevò tra le braccia  continuando a baciarla, attraversò il piccolo appartamento fino a giungere al letto di design che aveva scelto di usare nella sua nuova vita solitaria.  Rimasero stesi a lungo a esplorarsi reciprocamente ogni centimetro di pelle con la voracità di chi si è aspettato per troppo tempo. Si concessero una serie interminabile di preliminari appassionati, accordati e armonici come se ognuno di loro fosse capace di leggere le voglie segrete dell’altro. Sapevano entrambi che erano a caccia non di solo sesso ma anche e soprattutto di un posto dove riprendere fiato, trovare comprensione e fiducia, magari complicità e compagnia. L’assurdo reggiseno sportivo di Gioanna non stupì Marco nemmeno un po’. Per lui era sempre stata un libro aperto: coerente fino all’autolesionismo, figurarsi se si fosse presentata in pizzo nero a quella che sapevano entrambi non sarebbe stata una cena di cortesia. Ancora con l’idea che le brave ragazze non la danno al primo appuntamento. Gli spuntò un sorriso che non riuscì a trattenere. Avesse osato allora! Ma lei sembrava una fortezza irraggiungibile, chiusa nella convinzione che lui fosse uno sciupa femmine. All’epoca non avrebbe incassato un no senza rimanerne ferito e aveva preferito lasciar perdere. Prese a mordicchiarla un po’ per gioco e un po’ per vendetta di quel che non fu, lei rispose graffiandogli la schiena con le unghie. Finalmente, accadde l’inevitabile.
Quello che Gioanna non aveva proprio previsto era che poi si sarebbe addormentata di un sonno profondo e soddisfatto, che le aveva fatto aprire gli occhi soltanto l’indomani. Aveva pensato di chiudere quell’incontro dopo un paio di ore con un bacio, un abbraccio e la generica promessa di rivedersi uno di questi giorni. Invece si era ritrovata ad avere il problema di uscire con dignità da quel letto. Voleva solo tenersi un bel ricordo senza pretendere la favola. Ci pensò lui, ancora una volta, a cavarla d’impaccio. Le si parò davanti con un caffè e una margherita – del mazzo che gli aveva regalato lei – sull’orecchio destro. Glielo porse come ringraziamento per avergli fatto passare la prima notte serena dopo tanto tempo a quella parte e non la lasciò alzare prima di averle chiarito che non avendo più vent’anni non sentiva l’esigenza del tutto con promessa per l’eternità, che era disposto a prendere quello che lei gli avrebbe concesso e che non avrebbe mai dovuto dividerlo con nessun altra per tutto il tempo che si fossero frequentati. La vita li aveva segnati troppo entrambi per poterci cadere di nuovo. Gioanna sfilò la margherita dai capelli di Marco con un gesto affettuoso poi se la mise tra i suoi. Bevve lentamente il caffè. Con una sicurezza che mai avrebbe immaginato di avere, lo fissò negli occhi e disse – più a se stessa che a lui –  “perché no?”

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Hitler sbrocca per colpa di Lucianamiocchi.com arrivata a oltre centomila contatti

2 Ott

Alla fine siamo cascati anche noi nel tormentone delle parodie della scena nel bunker presa da “La Caduta”, cedendo alla tentazione di crearne una per celebrare assieme a voi che ci seguite i centomila contatti raggiunti dal nostro blogghino piccino picciò.

Speriamo diverta voi come ha divertito noi realizzarla.

Grazie per la vostra attenzione e…continuate a seguirci!

Luciana Miocchi e Alessandro Pino  

 

 

 

(Montaggio video a cura di Dario Valerio D’Antonio)

 

 

 

 

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Miss Italia fa benissimo a dire cazzate – di Penelope Giorgiani

22 Set

Premetto che non guardo concorsi di bellezza  – femminili…per quelli dei maschietti faccio volentieri un’eccezione-  da quando alle medie fui eletta mio malgrado come la più cozza della scuola (poi ho fatto come il brutto anatroccolo e chi ha da obiettare qualcosa al riguardo è un uomo morto) per cui non ho seguito in tivù l’elezione della nuova Miss Italia, Alice Sabatini. Ne ho però letto parecchio il giorno dopo per via della risposta da lei fornita quando le è stato chiesto dalla giuria in quale periodo storico le sarebbe piaciuto vivere: perché da alcuni anni mi dicono si usi così, non basta la bellezza ma occorrePENELOPEmissitalia anche superare dei test di cultura generale, personalità e intelligenza, principio in base al quale  uno schianto di ragazza ma semianalfabeta e con il cervello come un cecio ammuffito dovrebbe essere messa alla porta senza passare dal via. Alice dunque ha risposto “Nel 1942 per vedere la Seconda Guerra mondiale” aggiungendo  “tanto sono donna quindi il militare non l’avrei fatto”. Apriti cielo, è iniziato automaticamente il massacro sui social (asocial in questi casi) network, la gogna telematica, il perculamento internettaro a base di fotomontaggi nei quali appare in scenari di guerra o al fianco di Hitler e Mussolinie, il festival dei commenti al curaro: me l’han fatta diventare simpatica al punto che non ci ho visto più ed eccomi qui a difenderla. Dunque, non ci trovo niente di cui scandalizzarsi per più di un motivo: in primis, una domanda cretina – per di più posta da illustri membri dell’Accademia Reale delle Scienze Svedese quali Claudio Amendola, il cuoco Joe Bastianich, Vladimir Luxuria e tal Massimo Ferrero meglio noto come “er Viperetta” – merita una risposta dello stesso livello. In secondo luogo, casomai avesse risposto che avrebbe voluto sì vivere durante la Seconda Guerra Mondiale ma per combattere da partigiana nella Resistenza, allora gli stessi che oggi strepitano scandalizzati si sarebbero masturbati a spruzzo e non solo per l’indubbia bellezza della neo miss. Da ultimo, ripeto che in un concorso di bellezza quella dovrebbe contare e basta, quindi se una risponde che le sarebbe piaciuto vivere nel Paleolitico, nel Medio Evo o appunto durante la Seconda Guerra saranno cazzi suoi, fa bene anzi benissimo e il resto sono solo chiacchere astiose di cessacci ambosessi che sanno soltanto vomitare bile di fronte a una miss davvero bella e una volta tanto con i capelli corti. Insomma, se  viene chiesto di essere decorativi, dove sta scritto che si debba anche dare prova di eccellenza intellettuale? Per quella ci sono altri tipi di concorsi nei quali per converso non si chiede ai partecipanti di essere bonazzi. Insomma, se sono decisa a divertirmi senza impegni ulteriori con un giovanotto perchè mi piace fisicamente non mi ci metterò a a discutere dei riti funebri in uso nelle tribù Bororo e nemmeno gli chiederò le tabelline. Detto questo, giuro solennemente che mai più mi occuperò di Miss. Certo, se qualcuno mi vuole invitare come presidentessa della giuria di un concorso per giovanotti palestrati mica dico di no…

Penelope Giorgiani

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Ferragosto in ascensore – racconto di Alessandro Pino e Luciana Miocchi

16 Ago

Borsa frigorifera, borsone con costume olimpionico vagamente anni settanta e seriamente contenitivo, Settimana Enigmistica fresca di stampa, batteria di riserva per il telefono, ciabatte, asciugamani, stuoia, crema solare: Felice chiuse la porta di casa dopo aver fatto un ennesimo rapido inventario di cosa doveva portare con sé per trascorrere il Ferragosto al mare con la comitiva, perdendo poi  un paio di secondi per decidere se prendere l’ascensore oppure farsi   le tre rampe di scale che lo separavano dal garage interrato. Ancora un po’ imbambolato dal sonno, disse fra sé e sé “massì, dai” premendo il pulsante per chiamare la cabina. Nonostante la palazzina di periferia in cui viveva fosse soltanto di quattro piani, ogni volta l’attesa interminabile gli faceva sospettare che ce ne fossero almeno altri venti o trenta nascosti, dei piani fantasma per così dire, altrimenti non si spiegava perché mai ci dovesse mettere tutto quel tempo per arrivare. Intanto che aspettava pensava alla giornata a Fregene, tastandosi la panza sotto la maglietta volutamente ampia e 20150812_101720chiedendosi se fosse abbastanza in forma per presentarsi a torso nudo: del resto erano settimane che non toccava un filo di pastasciutta  o una briciola di pane all’inseguimento della linea perduta, proprio in  previsione di un evento del genere. Era arrivato ad avere visioni notturne di piatti di amatriciane e carbonare che lo richiamavano come le sirene di Ulisse ed effettivamente un paio di giorni prima poco ci era mancato che, ospite di alcuni parenti, non saltasse addosso ad una  zuppiera ricolma di tagliatelle al ragù. Ma almeno per quel Ferragosto avrebbe dovuto attuare una ignobile messa in scena per far sembrare naturale – e non forzato come in effetti era  –  il ritorno a una linea passabile se non proprio a clessidra: per una volta si sarebbe nutrito normalmente, anzi si era offerto di preparare  lui stesso i tramezzini che la combriccola – lui incluso – avrebbe mangiato sulla spiaggia. La sera prima con le sue manine aveva  imbottito e poi avvolto nel cellophane le fette di pan carré con la massima cura, sforzandosi di dimenticare di aver letto la lista degli ingredienti con la quantità incredibile di strutto contenuta nell’impasto e  immaginando quale di esse sarebbe finita tra le labbra carnose e dipinte color miele di Valeria, nemmeno quarant’anni, separata  senza prole che da non molto tempo si era aggiunta al gruppo di amici e che gli garbava assai. Tastandosi ancora la zona addominale si convinse soddisfatto che finalmente poteva fare a meno di presentarsi  con quella assurda mezza muta nera della Cressi che in analoghe occasioni si era ostinato a indossare e che secondo lui lo sfinava, mascherandone pietosamente la trippa strabordante; l’anno prima se l’era messa  conciandosi come Jacques Cousteau a bordo della Calypso anche per un bagno in una tinozza gonfiabile nel giardino della sorella Lucilla che tra gli sghignazzi perculatori gli aveva chiesto come mai indossasse la ciambella salvagente sotto anziché sopra. Era immerso in queste considerazioni – in attesa di farlo nelle acque del Tirreno – quando finalmente l’ascensore arrivò al piano e dopo un rintocco meccanico si aprirono le porte scorrevoli. Prese i bagagli e spinse il tasto del piano interrato dove nel garage era parcheggiata la sua Alfa 75 verde petrolio che finalmente era riuscito a comprare un paio di mesi addietro, realizzando il suo sogno di Alfista duro e puro e ignorando le sagge esortazioni a lasciar perdere di Lucilla che quel modello conosceva bene avendolo guidato a lungo; ma la sorella era la solita disfattista guastafeste, che diamine,  lui in fondo ci era rimasto a piedi soltanto due volte nelle poche settimane da quando aveva concluso quell’affare strepitoso. Le porte si chiusero e la cabina iniziò la discesa nelle viscere del palazzo; lentamente come sempre, forse più lentamente del solito…troppo lentamente, fino a fermarsi del tutto. La conferma che forse sarebbe stato meglio farsi a piedi qui pochi gradini arrivò provando a spingere il tasto di apertura porte: davanti a lui la poco confortante visione del cemento del solaio gli annunciava che quel cubicolo rivestito di alluminio e finto legno si era fermato esattamente tra due piani. «No, cazzo» fu la comprensibile reazione ma si riprese  subito senza perdersi d’animo, fiducioso che la pressione del pulsante di allarme avrebbe limitato il ritardo compensato dal fatto che era anche uscito con un certo anticipo. Solo che…premendo il tasto non si udì alcun campanello, alcuna sirena.  La fronte iniziò a inumidirglisi, ma di un sudore freddo dovuto all’addensarsi di vaghe reminiscenze dell’ultima riunione condominiale, durante la quale era stata sollevata la questione dell’impianto di emergenza dell’ascensore, spesso malfunzionante. In pochi secondi il ricordo della circostanza si fece più nitido, era proprio così: non di rado si guastavano sia il segnale di allarme interno al palazzo sia il combinatore telefonico collegato con la ditta che aveva in appalto la manutenzione dell’impianto e che sarebbe dovuta intervenire in caso di emergenza. Assieme alla temperatura, aumentavano di pari passo lo sgomento per quella specie di sepoltura verticale e la rabbia nei confronti dell’amministratore – pilatesco al pari di tutti i suoi predecessori nella gestione di quel condominio – che evidentemente non si era mosso con la dovuta risolutezza per risolvere il problema. All’improvviso gli si accese sopra la testa la lampadina delle idee brillanti, anzi a lui dovette sembrare proprio un’insegna al neon con scritto “GENIO”: la targhetta con il numero di telefono della ditta incaricata stava lì bella davanti a lui proprio di fianco alla tastiera, giusto il tempo di chiamarli con il cellulare e sarebbero arrivati. L’insegna al neon si affievolì fino a spegnersi del tutto quando si accorse che lì sotto lo smartphone non prendeva la linea: la cabina era già al livello dei piani interrati, forse un cellulare vecchio stile – di quelli che servivano soltanto a telefonare e mandare messaggi – sarebbe riuscito a trovare almeno una tacca, ma questi apparecchi di adesso, pieni di programmi e funzioni che gli mancava solo la caffettiera a cialde inserita, per quanto riguarda la capacità di far semplicemente conversare si dimostravano assai indietro ai loro progenitori. «Cazzo» disse ad alta voce, come se avesse bisogno di sentire con le orecchie la consapevolezza raggiunta di essere finito in un bel secchio di guai. Non poteva chiedere aiuto né avrebbe potuto rispondere a eventuali chiamate degli amici che lo attendevano . Si appoggiò con la schiena a una parete pensando a chi fosse presente nel palazzo in quella giornata. Erano da poco passate le otto di mattina, magari qualcuno che non era andato in vacanza e che  ancora doveva uscire per la gita tradizionale c’era: ma come si chiede aiuto quando sei rimasto chiuso in ascensore, quale è la formula che sia al contempo efficace, che ti faccia sentire dai potenziali soccorritori senza farti sentire un cretino tu stesso? Provò diverse formule: “C’è nessunooooo?”, “Mi sentiteeeeeee?”, fino al disperato quanto concreto “aiuuuuutooooooo”. Niente di niente, nessuno rispondeva.

Guardò l’ora sul quadrante dell’Omega Constellation prima edizione, altro suo trofeo di collezionista di perfezione meccanica: i minuti erano trascorsi e si erano fatte le nove. Giunsero dei suoni dall’alto, da uno dei piani superiori. Erano delle voci umane sì, ma sembravano di qualcuno che ululasse al cielo. Ah, sì: doveva essere il professore di lettere in pensione del secondo piano, tipico appartenente al genere del “rincoglionito wagneriano”, quelli che la mattina dei giorni festivi accendono la vecchia cattedrale a 33 giri e impongono al disgraziato quanto involontario pubblico la  tetralogia del Nibelungo completa.  Inutile sperare che le richieste di soccorso sarebbero giunte a quelle orecchie affollate da Valchirie, ori del Reno e crepuscoli degli Dei.

Starsene in piedi era inutile, cominciava ad averne le tasche ben colme di quella prigionia e valutò che il metro di differenza tra la postura eretta e quella seduta non avrebbe cambiato nulla sull’efficacia delle sue invocazioni di soccorso. Si accucciò rannicchiandosi tra le borse, aveva sete e si decise ad aprire una delle bottiglie di minerale che aveva portato. Quasi si strozzò mentre beveva quando sentì altre voci. Questa volta erano molto più vicine e non era una registrazione, erano persone in carne e ossa! Erano i due fidanzati dell’appartamento di fronte al suo, sempre con il sorriso sulle labbra: lui di mestiere faceva l’architetto e…l’altro lui invece era uno studente pugliese fuori sede e fuori corso da una vita di sociologia. Quel giorno però la loro abituale allegria doveva essere andata a farsi benedire: si stavano insultando pesantemente. Felice pur in quello spiacevole frangente non riuscì a reprimere una risatina perché si stava dando ampia pubblicità  all’argomento del contendere: «Se proprio ci tieni a fare il puttano col primo che passa almeno abbi la decenza di esercitare in posti diversi da quelli che frequentiamo di solito!» dichiarò l’architetto ferito. La replica in marcato accento salentino ci mise solo mezzo secondo ad arrivare: «Oh ma ti stai facendo i film in testa, mò per una birretta assieme fai una tragedia». Felice provò a inserirsi nel duetto ma senza successo, quei due erano troppo occupati a beccarsi per sentirlo e il suono del portone del palazzo che si chiudeva mise il sigillo del fallimento pure su quel tentativo.

Le tre lancette, ore minuti e secondi sul quadrante dorato del Constellation seguitavano a rincorrersi e si era fatto mezzogiorno; la prima bottiglia di acqua era finita e cominciava a farsi sentire un altro tipo di necessità legata ai liquidi che come entrano devono anche uscire dal corpo umano. Sì, insomma Felice doveva fare plinn plinn come negli spot televisivi. Provò a trattenerla un altro po’ ma alla fine lo sforzo fu insostenibile; l’ultimo baluardo prima di una resa vergognosa, dell’allagamento inverecondo , si rivelò proprio la bottiglia vuota. Si alzò in piedi, si armò di bottiglia e cercò di fare centro. Un paio di gocce scapparono fuori ma era provvisto di salviette umidificate; anche questa era fatta ma nel frattempo nessuno si faceva vivo e il pulsante di allarme che di tanto in tanto provava a schiacciare seguitava a non funzionare.

Prese la Settimana Enigmistica, sempre tendendo le orecchie a eventuali segnali di vita umana; lesse tutte le barzellette illustrate, pure quelle delle risatine a denti stretti, si interessò alle rubriche di notiziole utili, consumò mezzo refill della Parker che gli aveva regalato Lucilla per il compleanno, in sostituzione di una identica che aveva fatto l’errore di prestare e che era passata in cavalleria con suo estremo disappunto,  unendo i puntini numerati e riempiendo gli spazi, provò a risolvere senza ovviamente riuscirci il poliziesco, infine si decise ad attaccare le parole crociate. Quando le ebbe completate tutte tranne quelle crittografate (forse erano riservate a ex spie sovietiche abituate a decifrare codici segreti) si erano fatte le due del pomeriggio. Altre voci: gli sembrò di distinguere il primario del superattico, sì doveva essere proprio lui assieme alla dama che spesso lo accompagnava. Personaggio che da quando era apparso un paio di volte in una rubrica televisiva di medicina aveva preso una spocchia che lo rendeva simpatico come un brufolo sul culo ma in questo caso Felice decise di soprassedere, anzi al pensiero che sarebbe stato libero grazie al suo aiuto il tizio gli sembrò quasi gradevolmente familiare e si ripromise da quel momento in poi di seguirlo assiduamente in tv. Iniziò a chiedere aiuto a gran voce chiamando per titolo e cognome l’ormai famoso luminare delle malattie del retto. Soltanto che il medico quel giorno doveva avere la lancetta dello stronzometro posizionata sulla tacca del rosso più vivo, un rosso cardinale e pur essendo impossibile non sentire la voce di Felice decise di ignorarlo: del resto lo attendeva un pomeriggio in barca a vela e non aveva alcuna intenzione di sottrarvi anche solo mezzo minuto, avendo progettato almeno una mezza dozzina di approcci diversi, con in quali farsi cadere la dama ai propri piedi. Felice non voleva crederci e quella improvvisa simpatia si tramutò in odio cieco altrettanto velocemente di quanto era nata: conoscendo la passione del medico per la nautica d’altura – anche perché costui non perdeva occasione per sbandierarla ai quattro venti -iniziò ad indirizzargli maledizioni e nefasti auguri di tempeste e naufragi in acque infestate da pescicani e pirati, non dimenticando di includere in quei cordiali pensieri  l’intero albero genealogico di chi lo aveva lasciato al suo destino.

Fu preso un po’ dallo sconforto per la giornata ormai sprecata in un modo tanto assurdo,  per un attimo gli balenò la folle idea di aprire in qualche modo il tetto della cabina e arrampicarsi su per la tromba dell’ascensore aprendo poi le porte del piano dall’interno: si rese conto immediatamente che aveva visto troppi film d’azione, ma in fondo sarebbe stato carino poter raggiungere Valeria dopo una azione tanto eroica: una roba epica, da eroi senza macchia e senza paura. E lui invece stava lì in una ridicola cella di un metro quadro, tra i borsoni e una bottiglia piena di piscio. Una specie di clochard che invece di un cartone aveva per momentaneo alloggio la fottuta cabina di un ascensore. Già, chissà se lei gli stava pensando o semplicemente nemmeno aveva fatto caso alla sua assenza? Alla fine si lasciò vincere dalla stanchezza nervosa e si appisolò.

Lo svegliarono altre voci, questa volta più numerose: era ormai sera e alcuni inquilini stavano finalmente rincasando. Si scosse dal torpore e ricominciò a urlare picchiando con le mani aperte sulle pareti metalliche. Lo avevano sentito, qualcuno prima ancora di chiamare la ditta della manutenzione provò semplicemente a spegnere e riaccendere l’impianto dal quadro elettrico al piano garage: la cabina si smosse, lentamente come si era fermata ripartì verso l’alto. Le porte si aprirono e gli sembrò che ad accoglierlo ci fosse un comitato di festeggiamenti, c’era la famigliola che gli abitava di fianco tornata dalle vacanze coi due bambini piccoli che gli saltavano attorno frastornandolo ancor di più, i due giulivi anzi gai che evidentemente avevano fatto pace, nonostante le tendenze a saltare di fiore in fiore del prestante fuori corso, pure il rincoglionito nibelungico che era sceso a portare la cagnetta per la passeggiatina serale. Spiegazioni un po’ imbarazzate, ringraziamenti, promesse di un caffè tutti insieme e la suoneria del telefono che aveva ripreso la linea ora che era tornato a riveder le stelle: era un messaggio da un numero che non conosceva, aprì e lesse il testo. Era Valeria, si era fatta dare il suo numero da una amica comune, “ma non ci sei? Mi faceva piacere vederti ma chissà dove sarai andato a divertirti…”.  Felice la richiamò immediatamente. Con la capacità di un attore con l’hobby della pesca mise su un raccontino niente male di impegno preso mesi addietro con una vecchia zia che voleva festeggiare i novant’anni con un battesimo dell’aria proprio il giorno del suo compleanno ma non aveva trovato nessuno che la assistesse nel suo desiderio e lui si era sentito in dovere di esaudire la tenera vegliarda. L’importante era aver ricevuto quel messaggio. Ne avrebbe avuto di tempo per rifarsi del ferragosto in scatola. Con Valeria.

Alessandro Pino e Luciana Miocchi

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Storie metropolitane: il reggipalo romantico

21 Lug

reggipalo

 

Piazza degli Euganei, Tufello centro, quartiere romano del III Municipio di Roma Capitale.

Non è dato sapere se si tratta di un reggipoppe sfuggito alla vigilanza delle mollette di uno stendibiancheria oppure sia stato lanciato per strada da una proprietaria in preda ad un eccesso di caldo o dimenticato nel rivestirsi velocemente dopo un incontro clandestino e in open air. Ma è quasi una presenza carina, un’altra istallazione metropolitana new wave in una Roma purtroppo ormai abituata a vedere ben altri oggetti spersi per strada. Non possiamo che gioire dell’abbraccio al palo. Sempre qualcosa regge, metaforicamente. E poi, quest’indumento intimo può ritenersi fortunato, una volta, i suoi colleghi venivano bruciati in pubblica piazza, quando le femministe lo ritenevano un simbolo nefasto, prima dell’avvento del push up.

Luciana Miocchi

(Si ringrazia Lorella Giribaldi per aver concesso a questo blog il proprio scatto)

Galleria

Terzo Municipio di Roma Capitale: ingorghi pazzeschi per Rino Gaetano – in compagnia di Alessandro Pino

3 Giu

Manifestazione affollatissima per ricordare il cantante ma traffico e parcheggi selvaggi in tutto il quadrante attorno piazza Sempione

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parcheggiati a piffero

La premessa doverosa è che al posto di questo breve scritto avreste dovuto leggerne un altro: quello sulla manifestazione (riuscitissima) in ricordo di Rino Gaetano, tenutasi a piazza Sempione la sera del 2 giugno. Nel pomeriggio di quel giorno avevo ricevuto infatti un subdolo messaggino dalla titolare di questo blog che dietro la cordiale forma “Ti andrebbe di andarci e scattare un paio di foto, ci sta anche Marco Baldini che presenta” nascondeva un ben più autoritario “Se non ci vai ti sego i rami, Pino”. Mangiata dunque la foglia con tutto il tronco e le radici, avevo programmato di essere in zona per le ventuno e qualcosa, fare i famosi due scatti e sgomberare il campo.

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In lontananza si scorge l’orologio luminoso di piazza Sempione

Effettivamente ero uscito (così credeva il solito candido) per tempo, previo controllo della schedina di memoria dentro la reflex onde evitare repliche di una recente figura da chiurlo da me rimediata. Dall’autoradio arrivavano le prime note di un’opera lirica in quattro atti, “Adriana Lecovreur” di Francesco Cilea: prendere nota di questo dato perché vedrete risultare non secondario. Già a più un chilometro di distanza dalla piazza, arrivando dalla Nomentana, mi era sorto il sospetto che non sarebbe stato facile trovare un buco dove lasciare la vettura: dopo numerosi giri – in compagnia di parecchi altri  sprovveduti – mi sono reso conto che l’intero quadrante da Sacco Pastore fino a via Cimone, da piazzale Adriatico a Conca d’Oro era diventato un monolitico blocco di vetture affastellate nei parcheggi più improbabili, segno inequivocabile del successo della manifestazione. Auto in tripla e quadrupla fila, micidiali ingorghi a croce uncinata (come in “Così parlò Bellavista”) talmente serrati da non permettere nemmeno il passaggio dei motorini. Le tento tutte (tranne quella di parcheggiargli sul palco) ma qualunque rotta si mostra disastrosamente inutile, sia vicino all’Aniene dove con la marea di pedoni scorre più birra che acqua del fiume, sia allontanandosi nell’illusione che un posto si trovi. Come nelle vecchie strisce di Disegni & Caviglia, ogni tanto arrivano dalla piazza le strofe del compianto Rino nazionale, ma subito sono sovrastate dal concerto di clacson che va in scena 20150602_222912inesorabile. Guardo le cifre verdi dell’orologio sul cruscotto e vedo che sono passate due ore: ormai l’obiettivo non è più scattare le foto ma riuscire almeno a svicolare da quella autocalisse (neologismo da me coniato per indicare una apocalisse automobilistica), essendo inchiodato su via Cimone: davanti a me qualcuno la prende più sportivamente, un gruppo di ragazzi fa amicizia con delle coetanee nella vettura affianco, mi trovo a riflettere che se scocca una scintilla è probabile che anche i battesimi si tengano qui. A un certo punto mi sorprendo a esaminare con interesse dei volantini pubblicitari che avevo portato per buttarli nella differenziata, rovistando sul sedile saluto con sollievo la scoperta di quello consegnatomi giorni prima dal divulgatore di storia romana Dino Ruggiero che illustra la Casa del Ferro a Fidene e mi garantisce almeno cinque minuti di lettura. Un altro tapino si arrende e spegne il motore dichiarando urbi et orbi che si accamperà qui trascorrendovi la notte, io tengo duro guardando fiducioso non tanto al futuro quanto all’autobus rimasto in mezzo a piazza Menenio Agrippa: è l’ultimo ostacololo verso la salvezza, se ce la fa lui a liberarsi posso svoltare in direzione di Talenti e andarmene, cosa che avviene dopo un’altra decina di minuti.  E l’opera lirica in quattro atti di cui parlavo prima? Iniziata quando ero uscito, termina esattamente mentre imbocco i vialetti di casa, il che può fare intuire la durata di questa piccola odissea semiseria…l’articolo sul memorial per Rino Gaetano mi sa che lo faccio l’anno prossimo.

Alessandro Pino

Il lunedi mattina, il parcheggio, le strane mutazioni genetiche degli smartisti a Roma

24 Mag

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

SMARTtorre1Nuvoloso Lunedì mattina, quartiere Prati, orario della ricerca affannata di parcheggio, umore d’ordinanza, pessimo.

Per una di quelle fortunate coincidenze, una decina di macchine escono dalle strisce blu della stessa via quasi contemporaneamente. Posto a go-go per tutti, per almeno tre minuti. Soltanto pochi istanti prima ero psicologicamente preparata ad affrontare una lunga e dura battaglia per la conquista di una sosta a pagamento. Una volta tanto parcheggio subito, anche se non proprio agevolmente: uno scooter infilato di traverso e la recinzione di un albero mi complicano la vita ma modestamente me la cavo e sono grata al cielo di essere stata risparmiata proprio in questo inizio di settimana. Odo il cinguettare degli uccellini, addirittura. Serena scendo dalla macchina con tutta calma per andare a pagare il tagliando. Respiro l’aria profumata di maggio ma fredda che sembra novembre e i passanti mi paiono tutti amichevoli, anche quelli che transitano sulle strisce pedonali nonostante il semaforo rosso. Con un sorriso tiro fuori le monetine e le infilo nella macchinetta, quasi accarezzandola, beata. Roma stamattina ti lovvo più degli altri giorni, trovare posto al primo sguardo è emozionante e ben disponente verso il prossimo, lo devo ammettere. Davanti a me si stacca dal marciapiede una berlina. C’è una smart in attesa. Schiaccio il tasto per stampare il biglietto del parchimetro mentre osservo la strana manovra della guidatrice. C’è spazio a sufficienza per una manovra classica ma lei tira in avanti, sterza tutto, si ritira in avanti, sterza a dritta, retromarcia a manca e….si parcheggia a novanta gradi rispetto la logica corrente. Non ha resistito o è l’unico parcheggio che è in grado di fare. Non contenta, si esibisce ancora in un altro paio di assestamenti, poi si guarda intorno soddisfatta. Lo spazio che ha risparmiato basta si e no per uno scooter che messo così farà incazzare parecchio il guidatore della macchina che la precede, quando la andrà a riprendere. Ma che importa? Ho appena realizzato la sosta più veloce da quando vengo qua, sono rilassata, distesa, in pace con il mondo nemmeno avessi fumato il calumet della pace con Toro Seduto. Solo che..il quesito del giorno è: perchè???? Ovvero la strana mutazione genetica che sembra essere posseduta dall’80% di portatori (in)sani di Smart

Luciana Miocchi

Cercando di raccontare il casuale lavoro di un naso. Storia di spazzatura, saponette e cavalli che corrono con la criniera al vento

18 Mar

(pubblicato anche nella nuova pagina “istantanee scattate con la penna”)

foto di repertorio di A. Pino

foto di repertorio di A. Pino

Mattina di mercoledì 6 marzo. Un cielo luminoso ma senza sole e l’aria umida rimandano l’idea che debba piovere da un momento all’altro.

Sono su via Salaria, direzione dentro Roma, sulla strada per andare al lavoro. Il traffico è solo parecchio rallentato, per fortuna non è quella fila compatta di auto che ti costringe ad immaginare spiagge tropicali per ammazzare il tempo. Ascolto distrattamente il ruggito del coniglio. All’improvviso, mi rendo conto più o meno di essere arrivata all’altezza della sbarra di Sky, realizzo che sto respirando un profumo che non è il mio. Per alcuni lunghi istanti mi sento disorientata, come se non fossi più seduta alla guida della mia auto legata con la cintura di sicurezza ma catapultata non so come in mezzo ad un prato a tinte forti, coperto dai fiori più improbabili e invisibili o dentro una fabbrica di disinfettanti e deodoranti, reparto prove, oppure in un bagno di quegli alberghi di lusso dove nemmeno entri che già si attiva una fotocellula che ordina lo spruzzo di aromi con aspirazioni divine e celestiali.

Il mio naso preso alla sprovvista registra un effluvio – come lo chiamo? Odore? Puzza? Profumo? Cattivissimo non è, buono nemmeno. Soprattutto non l’ho voluto, non l’ho cercato, non è discreto ma prepotentemente invadente –  che poteva sembrare quasi piacevole, dolciastro, una sensazione di acqua e saponetta anni settanta. Dopo pochi attimi invece, mi accorgo che in quell’acqua galleggia un aroma di spazzatura. No, non un olezzo di immondizia stagionata. Fresca, fresca, un aroma inconfondibile e impossibile da nascondere. Come se qualcuno avesse risciacquato un enorme cassonetto dei rifiuti con un altrettanto gigantesca dose di detergente profumato. Mi aspetto da un momento all’altro di veder galoppare il cavallo bianco con la criniera al vento che nitrisce mentre una voce in sottofondo dice il nome del bagnoschiuma, sempre anni settanta pure quello. Persiste, insistente e prevaricatore, fino all’entrata del centro di accoglienza del Comune di Roma, poi si dissolve e nell’abitacolo non arrivano più aromi estranei, giusto in tempo per non passare dalla fase stordita-incuriosita a quella fastidiata dal finto profumo taroccato. Deve essere questa una delle puzze che denunciano gli abitanti di Villa Spada, la cui collina si trova proprio di fronte dove è iniziato il mio viaggio sensoriale. Subdola perché non immediatamente sgradevole come quando aleggia l’odore di sostanze acide, diventa esasperante perché si tratta di un aroma estraneo al quadro ambientale naturale, artificioso, impossibile da eliminare a comando, che copre una puzza con un simulacro di prato in fiore, di doccia frettolosa e con l’acqua fredda.

Luciana Miocchi

Se l’immondizia ristagna, si affacciano i topini e tutti si arrabbiano. Riflessioni poco serie su un argomento serissimo

9 Gen
un'allegra famiglia di topini

un’allegra famiglia di topini

Capita che se la spazzatura si moltiplica per le strade si affaccino i topini. Le pantegane, più sfacciate, addirittura traversano sulle strisce pedonali ma qualcuna rimane investita lostesso. Il modello di raccolta differenziata che si sta sperimentando in IV Municipio fa registrare delle criticità, vuoi per la non perfetta organizzazione della macchina Ama, vuoi per la scarsa propensione a piegarsi alle nuove regole di alcuni. Probabilmente le loro apparizioni sono dovute anche in parte alle diminuite risorse per la derattizzazione, tutto poco fa e il risultato non cambia, cominciano gli avvistamenti di ratti e grossi topi, c’è poco da minimizzare o gridare alla strumentalizzazione. In una certa misura i roditori fanno parte della fauna cittadina ma oltrepassata il limite di guardia diventano pericolosi per la salute pubblica. I topi evocano antiche paure, lontani contagi, malattie tremende ormai sconfitte alle nostre latitudini, il solo nominarli provoca invettive contro l’amministrazione. Non si trova nessun animalista disposto a battersi per riabilitarne la figura e scongiurarne la mattanza, come invece capita quando si parla di animali impiegati nei circhi. Non tutti fanno la stessa tenerezza, anzi, ai più fanno proprio un po’ schifo e questi, complice una frizzantina aria di elezioni a breve, rischiano di far fare una brutta figura a Sindaco, vertici Ama e Municipio.

(foto ripresa dal blog di Riccardo Corbucci – http://www.riccardocorbucci.wordpress.com)

Luciana Miocchi

Un “nasone” più importante della fontana di Trevi – fatterello semiserio capace di spiegare il big bang, l’influenza delle fasi lunari e l’eliminazione della remunerazione per le cariche onorifiche (in testa a tutte quelle municipali)

9 Dic

Sembrava una cosa da niente, una di quelle notiziole che quando usciva il giornale cartaceo venivano relegate in un angolino, tale era la dimensione locale e la banalità del fatto: una fontanella di acqua pubblica a Settebagni che, rimasta inattiva per alcuni mesi dopo essere stata rimpiazzata – ancora non si sa bene se a seguito di furto, come dicono alcuni, o a seguito di asportazione di tecnici dell’Acea Ato2, secondo altri – una mattina di dicembre finalmente comincia a funzionare. Una foto, qualche riga e via, condividendola sulle pagine di un paio di gruppi di Facebook.

Nell’articolo veniva data anche una ipotesi di spiegazione del perché tanto ritardo, l’unica fornita da chicchessia e si citavano un consigliere municipale e l’assessore di riferimento che avevano chiesto per iscritto lumi all’azienda idrica, reiterando le missive fino a qualche giorno prima dell’evento. Invece, successivamente alla pubblicazione, minuto dopo minuto la faccenda assumeva toni e dimensioni da incidente diplomatico, diventando un caso di importanza capitale capace di suscitare diversi rodimenti di fegato (per non coinvolgere altra parte anatomica). Il motivo? La mancata citazione nel pezzo – senza nessuna richiesta di rettifica, peraltro – di chi rivendicava un ruolo determinante nella apertura del rubinetto di una fontana pubblica che sembrava essere diventata il centro del mondo, roba da fare invidia a quella di Trevi.

Per lo sbigottimento dei due estensori del pezzo incriminato, hanno espresso il loro disappunto consiglieri municipali distintisi in passato per il ruolo di denuncia in inchieste, quelle sì, di grande rilevanza, assieme a personaggi che in consiglio municipale non siedono ancora ma ambirebbero farlo. Al loro fianco, volenterosi attivisti di quartiere talmente affezionati allo stesso da essersi eletti a paladini del medesimo, perdendo però il senso delle proporzioni e del ridicolo. Davvero un gran successo, dicevamo. Una vittoria di immagine. Pensate con quale fervore ci si debba impegnare per ottenere un risultato simile. Mesi di lettere, telefonate e sensibilizzazione per fare attivare un nasone che per il semplice fatto di essere stato ricollocato al suo posto con un basamento nuovo di pacca, con i chiari di luna attuali, era lampante che sarebbe stato rimesso in funzione, tempi tecnici permettendo. Un successo di cui fregiarsi con orgoglio. Soldi ben spesi, quelli per mantenere gli emolumenti al Municipio, se davvero l’utilità dei politici locali fosse quella di riuscire a farsi riaprire un misero rubinetto con mesi di cotanto pressing…forse bisognerebbe cambiarli con quelli che avendo messo qualche rigo e alcune foto sul web, dopo pochi giorni si piccano di aver contribuito così celermente al risultato.

In un primo momento gli evidentemente incauti autori avevano pensato di lasciar perdere per il futuro argomenti ‘si pericolosi, capaci di infondere sentimenti paragonabili all’attribuzione della paternità dell’invenzione del telefono, suscettibili di andare incontro ad un’obiettività da contradaioli del Palio di Siena. In seconda battuta però hanno realizzato che non si può privare l’opinione pubblica di notizie di cui è così assetata, convenendo però che i prossimi articoli si faranno uscire in allegato con l’elenco del telefono: all’occorrenza, lì i nomi degli interessati si trovano certamente. Ed in rigoroso ordine alfabetico.

Luciana Miocchi e Alessandro Pino

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