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Un caffè e una margherita – racconto rosa di Luciana Miocchi

29 Dic

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Foto di Loredana Stazi

* * *

Un anno straordinario per questo blogghino: quasi sessantamila contatti nel 2015 fanno girare la testa e danno una responsabilità enorme. Nel ringraziarvi virtualmente uno ad uno,  vi lascio un raccontino scritto per scherzo, un paio di anni fa,  che ha incontrato il favore delle amiche a cui l’ho fatto leggere. Spero mi abbiano detto la verità, altrimenti sto per fare una figura cosmica, della quale mi vendicheró ampiamente.
Buona fine 2015, buon inizio 2016.

Un caffè e una margherita

(cprgt Luciana Miocchi 2013)

Si stiracchiò tra le lenzuola, cercando il tepore del piumino che conservava ancora l’impronta e il profumo della pelle dell’uomo con cui l’aveva condiviso. Le ci vollero alcuni istanti per rendersi conto che non aveva sognato e che quello non era il suo letto, non era casa sua.

Per la prima volta in quarantadue anni, Gioanna aveva ceduto all’istinto e non riusciva a spiegarsi razionalmente perché l’avesse fatto. Non le interessava nemmeno, a dire la verità, visto che si era svegliata d’animo disteso come non le capitava da quando aveva preso la decisione di separarsi, dopo aver scoperto di essere sposata con l’uomo più famoso di Roma Nord, una celebrità tra le sue colleghe di lavoro.

Anche Marco era divorziato, una buona posizione in società, costruita con sacrificio e un pizzico di fortuna, impegnato nel sociale e con due figli preadolescenti, belli come il sole. Pure lui con il suo piccolo mondo perfetto esploso in un solo giorno in mille pezzi quando sua moglie gli aveva detto di non amarlo più tanto da continuare a viverci insieme. Erano ad armi pari. Nulla da pretendere, nulla da promettere.

Erano stati compagni di scuola, poi, come gli altri, si erano persi di vista per diciotto anni.
Finito il liceo, ognuno aveva preso la propria strada: il gorgo della vita, dei vent’anni, delle nuove amicizie, degli studi o del lavoro fino a sera inoltrata aveva ingoiato i compagni dell’adolescenza, risputandoli in nuove, reciprocamente ignote, vite. Qualche incontro fortuito, qualche notizia da chi aveva avuto la ventura di rimanere in contatto perché vicino di casa. Nemmeno l’avvento dei cellulari aveva cambiato granché le cose, la confidenza ormai era perduta.. ma con il boom di  Facebook era stato subito un cercare vecchie amicizie, lontani compagni di scuola, vecchi amori.
Era accaduto così, anche per loro. Si erano ritrovati in un gruppo organizzato con l’intento di ricomporre la vecchia classe, diciassette su venticinque, sette non fu possibile recuperarli. Uno, Belli, refrattario come pochi altri alle nuove tecnologie, stanato grazie ad un colpo di fortuna, proprio non ne aveva voluto sentir parlare.. Soprattutto, disse a chi si era preso la briga di contattarlo, non aveva voglia di rivedere nessuno e se si erano persi di vista per più di vent’anni ci doveva essere un motivo.
Nonostante mille difficoltà l’incontro avvenne. In una pizzeria a “Monculomarittima”, scelta per la facilità di parcheggiare e la possibilità di schiamazzare fino a sera tardi.
Forse aveva ragione il Belli, perché dopo dieci minuti le vecchie rivalità erano di nuovo lampanti. Anche la Maraldi e la sua lingua invidiosa non avevano perso il veleno dei sedici anni.
Quasi tutti erano rimasti allineati e coperti nel tentativo di non sfigurare troppo nel confronto con le vite degli altri, tanti saluti cordiali ma poi si tornò a frequentarsi al massimo su fb, dove al limite, si può barare un po’ e infiocchettare meglio le proprie verità.
Gioanna aveva cercato di tenere buoni rapporti con tutti: detestava i conflitti, i dissapori, il tifo da stadio. A lei aveva fatto piacere rivedere pure quella simpaticona della Maraldi. Forse era la nostalgia di un tempo in cui tutte le strade sembravano ancora percorribili, oppure una immodificabile inclinazione caratteriale. Riusciva sempre a trovare
qualcosa di buono in ognuno.
In tutti, tranne che in Marco, nel cui letto si era appena risvegliata. Vent’anni addietro lo trovava bello, troppo per essere presa in considerazione da uno come lui. L’aveva sempre tenuto a debita distanza, giudicandolo fighetto oltre misura, un pavone con il codazzo di squinzie adoranti, uno che studiava il minimo sindacale per non essere rimandato ché sicuramente aveva di meglio da fare. Lui non le aveva mai mostrato il sia pur minimo interesse o così lei aveva sempre creduto. Con il senno di poi doveva riconoscere che non lo aveva mai sentito fare un commento fuori posto su nessuno. Forse non era nemmeno così vuoto come se lo era sempre raccontato. Però non sopportava le battutine acide che riservava alla Muri, obiettivamente diversamente attraente e diversamente simpatica. Non che non avesse ragione ma la bellezza sfacciata che gli era toccata in sorte, secondo Gioanna, gli precludeva la reazione crudele alle parole stupide e cattive di una persona già penalizzata pesantemente dal destino.

Poi un like via l’altro, un post simpatico, una battuta ironica ogni tanto e almeno nel virtuale, lo aveva rivalutato. Vent’anni dopo. Onesto e profondamente buono, anche un po’ ingenuo, a volte.
E quando meno se lo sarebbe aspettato, la rivelazione che l’aveva lasciata di sasso. Lei era stata il sogno fisso di Marco, non solo al liceo ma anche dopo. Nemmeno lui sapeva darle una spiegazione del perché, era così e basta. Tanto che arrivò a confessarle una trentina di posizioni e location diverse in cui  aveva immaginato di far sesso insieme a lei. Dopo aver letto la confidenza nella posta privata, Gioanna aveva riempito una decina di righe con faccine dalla risata sguaiata, cercando di mascherare l’imbarazzo e un pizzico di compiacimento. Seguirono settimane in cui Marco sparì dal mondo virtuale, piccato da quella reazione. Il bello aveva un’anima e lei l’aveva maldestramente ferita. Più nessun contatto fino a quando, durante una notte insonne Gioanna aprì fb sperando che ci fosse qualcuno in linea  e trovò il suo profilo attivo. Gli spedì una faccina contrita con una frase spiritosa di scuse, sperando nel perdono per  quella sua goffa reazione. Finirono per vedere l’alba insieme tra messaggi ambigui e battutacce da gita dell’ultimo anno. Lei, si lasciò sfuggire un “per i sessant’anni mi potrei togliere uno sfizio con te, se ti sarai mantenuto prestante”. Divenne un tormentone.
Seguirono settimane in cui ognuno di loro fece sfoggio di dialettica, erotica e non. Avevano scoperto un’affinità di pensieri e di valori che soprattutto l’incredula Gioanna faticava ad accettare, cercando di tenere al largo possibili complicazioni.
Fino a tre giorni prima di quell’incredibile risveglio.
Marco, dopo non essersi fatto sentire per tutto il giorno, le   scrisse un solo messaggio: “non vorrai davvero aspettare il sessantesimo compleanno?” Lei rispose: “Dopo vent’anni, forse è meglio tenersi l’illusione di un rimpianto che fare i conti con una realtà che potrebbe non essere quella immaginata.” “Assurdi e masochistici pensieri.. In due facciamo quasi un secolo, avrai mica paura della vita, cara la mia diplomatica-non-porto-pena?”
L’ultima frase l’aveva punta sul vivo, in fin dei conti mediare non l’aveva preservata dagli urti della vita. Aveva passato l’esistenza a fare scelte sensate, con il risultato di ritrovarsi a quarant’anni costretta ad amputarsi un pezzo di vita per poter sopravvivere rimanendo se stessa. Con fatica ammise tra sé e sé che Marco la attraeva, lo aveva sempre fatto. Lo aveva messo d’istinto tra i casi pericolosi, quelli che ti fai male appena si profilano all’ orizzonte ed è meglio girargli lontano. Rispose con un “dove e quando” mentre pensava che per una volta perfino lei avrebbe potuto comportarsi da cretina senza testa, una botta e via, come le benefattrici che avevano allietato l’ex marito. Con la differenza che qui non c’era nessuno da far becco, ci aveva già pensato la vita.
Lui la sfidò: “venerdì sera a casa mia. Cucino io. Passo a prenderti alle otto”.  Lei decise che non era tipo da farsi trasportare, preferiva andare con le sue gambe. Sapeva come sarebbe finita, voleva una via di fuga dignitosa per il dopo.
Optò per un jeans e un toppino semplice, la borsa di Guess che si era regalata quando era andata in Tribunale a firmare le carte della separazione e i tronchetti neri con il tacco dodici che la facevano sentire sicura di se stessa. Tanto per non sbagliare, slip e reggiseno bianchi di taglio sportivo. Niente pizzo nero femme fatale, inutile promettere chissà quali peccati mentre lei era fuori esercizio da un bel po’, niente stampe baby dall’intento sabotatorio fin troppo palese. Un bel bianco politically correct, da donna pragmatica che non ha premeditato nulla per il dopocena. Puntuale come sempre, aveva suonato il campanello alle venti in punto, con in mano un mazzo di margherite, in onore di un vecchio soprannome che lui si era guadagnato venendo un giorno a scuola tinto di biondo per scommessa. Era stata calmissima fino a quando non aveva parcheggiato ma poi aveva fatto le scale con il cuore in gola. Forse aveva commesso un errore, forse aveva ragione Belli: se ci siamo persi di vista ci sarà un perché.

Le venne ad aprire la porta con i piedi nudi.
Era ancora bello da levare il fiato, la figura armonica esaltata dalla camicia di lino rossa e dai jeans di taglio regolare. Qualche ruga d’espressione sul viso lo rendeva affascinante come non lo era a vent’anni. Lo sguardo azzurro, cui si accorse di non aver mai prestato eccessiva attenzione, allegro e sincero.
Si salutarono senza abbracciarsi, con un semplice bacio sulle guance, ognuno in attesa di un gesto dell’altro. I fiori furono accolti da un sorriso, tramutato in una sonora risata nell’istante in cui Marco si ricordò del suo ciuffo platino . Finirono nell’unico vaso di quella casa da single ordinato.
Gioanna si rese conto che stava guardando davvero Marco per la prima volta, capendo in quel preciso momento di averlo reso vittima di un pregiudizio legato solo alla propria insicurezza.
La cena rimase sul tavolo.
Non riusciva a ricordare parole tra loro, se non qualcosa di estremamente confuso riguardo le margherite, la mente catturata dall’istante in cui si scambiarono un lungo sguardo intenso, il sorriso negli occhi di lui, il passo avanti di lei, le mani gentili di lui nei capelli, quel fissarsi a vicenda senza bisogno di parole. Il braccio di Marco stretto attorno alla sua vita. Il Bacio con gli occhi negli occhi come a voler sincerarsi della realtà di quel momento. E le loro lingue che si sfiorarono per poi intrecciarsi in una danza liberatrice.
Lei gli accarezzò il viso con dolcezza poi cominciò a slacciargli i bottoni della  camicia, mandando al diavolo la sua vocina interiore che gli suggeriva di comportarsi bene. Lui la strinse a sé facendole sentire l’imperiosità di un desiderio covato per più di vent’anni che le strappò un gemito soddisfatto. Il top volò da qualche parte, perdendosi tra il divano e il tavolo. Con un gesto elegante e apparentemente senza sforzo Marco la sollevò tra le braccia  continuando a baciarla, attraversò il piccolo appartamento fino a giungere al letto di design che aveva scelto di usare nella sua nuova vita solitaria.  Rimasero stesi a lungo a esplorarsi reciprocamente ogni centimetro di pelle con la voracità di chi si è aspettato per troppo tempo. Si concessero una serie interminabile di preliminari appassionati, accordati e armonici come se ognuno di loro fosse capace di leggere le voglie segrete dell’altro. Sapevano entrambi che erano a caccia non di solo sesso ma anche e soprattutto di un posto dove riprendere fiato, trovare comprensione e fiducia, magari complicità e compagnia. L’assurdo reggiseno sportivo di Gioanna non stupì Marco nemmeno un po’. Per lui era sempre stata un libro aperto: coerente fino all’autolesionismo, figurarsi se si fosse presentata in pizzo nero a quella che sapevano entrambi non sarebbe stata una cena di cortesia. Ancora con l’idea che le brave ragazze non la danno al primo appuntamento. Gli spuntò un sorriso che non riuscì a trattenere. Avesse osato allora! Ma lei sembrava una fortezza irraggiungibile, chiusa nella convinzione che lui fosse uno sciupa femmine. All’epoca non avrebbe incassato un no senza rimanerne ferito e aveva preferito lasciar perdere. Prese a mordicchiarla un po’ per gioco e un po’ per vendetta di quel che non fu, lei rispose graffiandogli la schiena con le unghie. Finalmente, accadde l’inevitabile.
Quello che Gioanna non aveva proprio previsto era che poi si sarebbe addormentata di un sonno profondo e soddisfatto, che le aveva fatto aprire gli occhi soltanto l’indomani. Aveva pensato di chiudere quell’incontro dopo un paio di ore con un bacio, un abbraccio e la generica promessa di rivedersi uno di questi giorni. Invece si era ritrovata ad avere il problema di uscire con dignità da quel letto. Voleva solo tenersi un bel ricordo senza pretendere la favola. Ci pensò lui, ancora una volta, a cavarla d’impaccio. Le si parò davanti con un caffè e una margherita – del mazzo che gli aveva regalato lei – sull’orecchio destro. Glielo porse come ringraziamento per avergli fatto passare la prima notte serena dopo tanto tempo a quella parte e non la lasciò alzare prima di averle chiarito che non avendo più vent’anni non sentiva l’esigenza del tutto con promessa per l’eternità, che era disposto a prendere quello che lei gli avrebbe concesso e che non avrebbe mai dovuto dividerlo con nessun altra per tutto il tempo che si fossero frequentati. La vita li aveva segnati troppo entrambi per poterci cadere di nuovo. Gioanna sfilò la margherita dai capelli di Marco con un gesto affettuoso poi se la mise tra i suoi. Bevve lentamente il caffè. Con una sicurezza che mai avrebbe immaginato di avere, lo fissò negli occhi e disse – più a se stessa che a lui –  “perché no?”

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