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Totopresidente secondo atto: il Professore non passa e Bersani si dimette ma solo un po’

20 Apr

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

Seconda giornata di scrutini presidenziali. Alla terza votazione, come preannunciato, a farla da padrone sono state le schede bianche, ben 465 – sia del Pd che del Pdl – e Stefano Rodotà che ottiene 250 preferenze. Romano Prodi, indicato come nuovo candidato del Pd durante la notte, 33.

Tutti aspettavano il quarto scrutinio, a partire dal quale la maggioranza necessaria all’elezione si sarebbe attestata soltanto alla metà più uno dei voti. Il “Professore” bolognese non era un candidato condiviso, come richiesto dal Pdl e, nonostante fosse presente nella rosa dei primi dieci delle Quirinarie del M5S questi hanno annunciato che non l’avrebbero votato continuando a preferire Rodotà che in un primo momento aveva dichiarato pure che si sarebbe fatto da parte per il bene del paese, per poi ritornare sui suoi passi dopo un colloquio con Crimi e Lombardi. 

Normali manovre politiche, che si sono sempre verificate in occasioni del genere. Altre volte il nome del Presidente è giunto solo alla fine di trattative faticose e giornate travagliate.

Emiliano Bono, responsabile Fratelli d''Italia di Monte Sacro

Emiliano Bono, responsabile Fratelli d”Italia di Monte Sacro alla manifestazione della mortadella

Questa volta invece è andato in onda uno spettacolo mai visto. Il Pdl ha invocato la sollevazione popolare e Fratelli d’Italia ha inscenato in piazza Montecitorio una manifestazione “goliardica” anti-Prodi con tanto di distribuzione di panini con la mortadella – dal soprannome dissacratorio affibbiato al professore bolognese – e passerella di politici. Dentro l’emiciclo, per il Pdl, un’Alessandra Mussolini in grande ispirazione si presentava con una maglietta artigianale con su scritto “Il diavolo veste Prodi”.

Il meglio doveva ancora venire. Allo scrutinio della quarta votazione è andato in scena il dissolvimento del Pd: cade sotto i colpi di un centinaio di franchi tiratori anche Romano Prodi. Nichi Vendola si chiama fuori da ogni sospetto, Sel ha votato compatta “R.Prodi” e le sue schede sono riconoscibili. La faida è tutta interna al partito di Bersani, il Pdl aveva annunciato scheda bianca e M5S, sostenitore di Rodotà, alla fine si ritrova con cinquanta preferenze oltre le proprie a favore dell’ex garante della privacy. Non ci sono appelli, non ci sono scuse, le correnti armate l’una contro l’altra del Pd annientano anche il secondo candidato e non si tratta di “omicidio” ma di suicidio politico, per il partito che in meno di due mesi passa dalle stelle alle stalle. Alla stampa viene detto di cercare i traditori tra i renziani e i dalemiani. I panni volano in diretta e davanti a tutti, in queste tarde idi di aprile.

In tarda serata arriva laconico l’annuncio di Pierluigi Bersani che si dimette ma solo un po’. Infatti il suo abbandono sarà formalizzato ad elezione del Presidente della Repubblica avvenuta.

La soap prosegue anche durante il week end, si va avanti ad oltranza fino a quando dagli augusti panieri non verrà fuori il nuovo rappresentante degli italiani. Quanti altri nomi brucerà il Pd prima di esaurirsi sulla pira? Non rimane che attendere rimanendo comodi in poltrona.

( vedi photoshop di G. Grifeo al link : http://www.di-roma.com/index.php/cronaca/643-totopresidente-secondo-atto-il-professore-non-passa-e-bersani-si-dimette-ma-solo-un-po )

Luciana Miocchi

Totopresidente: la base mormorò non passa l’alpino!

19 Apr

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

foto Di Roma

foto Di Roma

Per i primi tre scrutini sarà necessaria la maggioranza dei due terzi, cioè 672 voti, per strappare il passaporto per il Quirinale, due sono già andati con esito negativo.

Infatti il candidato designato nella riunione tra Bersani e Berlusconi, Franco Marini, ex sindacalista, ex Dc, ora Pd (ma il Cavaliere non chiedeva un Presidente non del Pd?) non ce l’ha fatta, colpito dal fuoco incrociato dei franchi tiratori, che hanno bruciato una maggioranza sulla carta di 766 consensi. Dalla quarta votazione sarà sufficiente la maggioranza assoluta, a quota 504.

 

Quell’accordo però, a molti non è andato giù. Nell’ambiente si vocifera che l’accordo fosse stato trovato in cambio di un governo dalla data di scadenza già decisa, nove mesi, a guida Enrico Letta. La reazione della base non si è fatta attendere ed è cominciata con i commenti al vetriolo sui social network. Nella riunione dell’altra notte il dissenso era stato manifestato apertamente e restringerlo ai soli “renziani” sarebbe riduttivo. I militanti dei circoli e i “giovani turchi” – cioè la nuova generazione della sinistra democratica – non hanno proprio gradito il patto con Berlusconi, sempre combattuto, almeno a parole, sul fronte dell’etica e del conflitto di interessi, ma poi preferito al dialogo con il Movimento Cinque Stelle, che sembra avere più punti di convergenza con il programma del Pd. La ribellione è andata in onda per le strade, nei circoli e sulla rete, mentre nelle stanze del potere le decisioni sembravano andare in direzione opposta. Lo si potrebbe definire uno scontro generazionale sul modo di intendere e conservare il potere . Durante la manifestazione organizzata in piazza del Parlamento con un tam tam via email e face book sono state perfino bruciate alcune tessere di partito.

 

Eppure Marini ancora ci crede, ignorando la tradizione che vuole che si entri in conclave da Papa e se ne esca cardinale. Alla seconda votazione ha raccolto tanti voti, 15, quanti ne ha racimolati Mussolini, vittima della vecchia tecnica che vede protagonisti nel segreto dell’urna, i franchi tiratori, che ha varie volte sovvertito risultati dati per acquisiti in riunioni lunghe e faticose, portando poi all’elezione di outsider tenaci e fino a quel momento nell’ombra ad aspettar pazienti il momento giusto. All’elezione di Scalfaro si arrivò cosi, come anche a quella di Pertini.

 

Nulla di nuovo sotto il sole quindi, se non le motivazioni. Allora furono le rivalità tra le correnti dei partiti, la resa dei conti tutta interna, mentre oggi il dissenso parte da chi è a contatto con gli elettori e la vita di tutti i giorni, da chi sa che ormai certe scelte vengono avvertite come gli ultimi colpi di coda di un mondo ormai estraneo a chi non ne fa parte, sempre uguale a se stesso, che agisce con l’unico scopo di preservare il proprio status.

 

Un voto, tra gli altri, anche per Rocco Siffredi e Valeria Marini, in aperta polemica con quanti davanti alle telecamere avevano dichiarato che all’Italia serve un presidente che viene dalla politica e non dalla società civile. Certo, anche stavolta i frequentatori del transatlantico hanno capito perfettamente gli umori del paese, proponendo un neottantenne, sindacalista e politico di lungo corso, poco avvezzo all’uso dell’inglese. Nulla di personale contro Marini piuttosto contro le modalità che hanno portato alla sua scelta.

 

Forse a questo punto sarebbe davvero auspicabile l’elezione di una personalità di grande levatura morale estranea ad un establishment ormai avvertito come alieno. La costituzione dichiara eleggibile qualsiasi cittadino che abbia compiuto cinquanta anni – con buona pace della portavoce M5S Lombardi, splendida gaffeuse laureata in giurisprudenza – ma non prescrive l’appartenenza alla classe politica.

 

Solo che diventa difficile trovare qualcuno di presentabile, intelligente e onesto disposto ad abbandonare la “missione” di una vita per consegnarsi mani in alto per sette anni ad un mondo di rappresentanza e diplomazia estraneo e forse pure un po’ ostile.

 

Infatti Gino Strada e Milena Gabanelli, scelti on line dalle “quirinarie” di Grillo, che la levatura morale ce l’avrebbero, si sono chiamati fuori facendo appello alla loro non preparazione per il ruolo istituzionale. Come dargli torto. Tra l’altro, in Parlamento nessuno si è disperato, dimostrando così di scarseggiare in acume: sarebbe stato un modo come un altro per disinnescare dei personaggi impossibili da imbavagliare in altro modo lecito. Ma tant’è.

 

È intervenuto nel tardo pomeriggio anche Walter Veltroni, padre fondatore del Pd, per dichiarare che dopo il risultato della prima votazione insistere sulla stessa strada sarebbe un errore. Puntuale, poco dopo è arrivata l’esternazione di Bersani: si cambia registro, ci sarà una nuova riunione per decidere il da farsi.

 

Pierferdinando Casini, nomen omen, ha parlato di “gran casino” e ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano cosa sarebbe accaduto nelle prossime votazioni con un bel “Chi vivrà vedrà”.

 

Il salvatore della Patria sembrerebbe essere l’ex garante della privacy, Stefano Rodotà, terzo nella lista delle Quirinarie e ben visto anche dalle liste civiche, da molti grandi elettori, da Sel e dai dissidenti del Pd. Non è che sia molto più giovane di Marini, o estraneo alla politica degli anni addietro – è stato anche ministro – ma non è stato proposto a Bersani dall’improbabile alleato di Arcore, se la cava meglio del vecio alpin con le public relation e con l’inglese, ha quell’aria triste da travet statale che potrebbe essere agevolmente scambiata come impersonificazione dello Stato stesso in questi tempi di crisi.
Per la serie non abbiamo di che stare allegri.

 

Previsioni serie, ormai è chiaro, non se ne possono fare. La rivolta della base del Pd ha segnato un passaggio epocale, una decisione che sembrava definitiva è stata rimessa in discussione, solo il tempo saprà dire se si è trattata dell’ennesima rinascita del Gattopardo o dell’inizio della fine di un’era.

 

Forse sarà Rodotà l’undicesimo Presidente della Repubblica Italiana e la sua elezione porterà alla nascita di un governo Pd-M5S, propiziato dalle basi, durevole pochi mesi di intense riforme o saldo fino a fine legislatura.

 

Forse invece i voti convergeranno su un nome terzo, magari appartenente ad un giovinotto di sessanta-settanta anni, poliglotta, charmant e dall’immagine non troppo inflazionata ma professionista del triplo salto mortale in modo da non dispiacere a nessuno. Che Casini ci stia facendo un pensierino?

 

Luciana Miocchi