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Diario afghano 2012 – di Alberto Alpozzi, fotografo

12 Dic
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Alberto Alpozzi – 2011

Da oggi Lm accoglie il diario di bordo di Alberto Alpozzi, fotografo professionista aggregato alla Isaf per qualche giorno. Lui è bravissimo con le immagini, è stato laggiù anche l’anno scorso. Questa volta ha pensato di raccontare a parole frammenti di vita quotidiana. Sono onorata che abbia voluto condividere sul mio blog la sua avventura. Potete trovare il diario anche sul suo sito www.albertoalpozzi.it e guardare il suo lavoro.

* * * *

8 Dicembre, mattina

Destinazione Afghanistan, Rc-West, Camp Arena. Di nuovo come lo scorso anno in questo periodo. Dicembre. Si parte. Si prepara la sacca, con attenzione e precisione per non scordare nulla. Non è come preparare la valigia per le vacanze. Forse non è neppure uan valigia quella che stai preparando. E’ un pezzo di te, delle tua vita, che devi portarti dietro. Non devi dimenticare quelle piccole cose che ti rappresentano, che ti danno un’identità. Quando parti per certi viaggi è come mettere la tua vita in stand-by. Inizi a fluttuare in una dimensione fuori dal tempo e soprattutto dallo spazio della quotidianità…

08 Dicembre, sera – Fotografare, documentare, interpretare, testimoniare. Essere gli occhi e il cuore di tutti coloro che non possono vedere e toccare con mano certe realtà. Non è facile mettere in una immagine tutte le nostre emozioni, le nostre paure, i nostri desideri. Una, due, mille fotocamere non sono nulla se dentro di noi non abbiamo qualcosa da comunicare. Si prepara la sacca con l’attrezzatura, con i propri strumenti del mestiere che ti seguiranno anche in zone di crisi, in paesi nei quali alcuni credono che sarebbe meglio avere con sè un’arma piuttosto che una fotocamera… Ma la fotografia spesso fa più paura che un fucile. Se punti un arma a qualcuno in Afghanistan è molto facile che faccia altrettanto, ma se gli punti contro una fotocamera non “ha armi per risponderti”.

09 Dicembre, mattina – In attesa del treno alla stazione si fanno un sacco di pensieri. Non è il treno per le vacanze. Non è il treno dei sogni che ti porta via dalla quotidianità dalla quale costantemente vogliamo evadere. E’ il treno che ti palesa quanto la nostra quotidianità sia fatta da tutte quelle cose date ormai per scontate ma che fanno parte di noi, volenti o nolenti, nel bene o nel male. Di quella quotidianità che ti verrà a mancare. Di tutti i sacrifici ai quali andrai incontro. Non è una partenza. E’ un distacco. Una cesura. Fai i conti con quello che sei veramente, con quello che temporaneamente stai abbondonando e con quello che veramente ti racconta il nostro mondo fatto da innumerevoli capricci.

09 Dicembre, sera – Torino, Roma. Roma, aeroporto militare di Pratica di Mare. Briefing e chek-in. Controllo dei bagagli e raggi X all’attrezzattura. Si attende l’imbarco insieme ai ragazzi che stanno rientrando dopo la licenza a metà missione. Si chiacchera. Si scambiano considerazioni. Ognuna ha la propria storia, molti sono ragazzi più giovani di me, alla loro terza o quarta missione. I loro occhi parlano più di mille parole di fronte alle solite domande di rito: hai famiglia? quando rientrerai? laggiù com’è ora la situazione? Lungo la strada dall’Eur per arrivare all’aeroporto abbiamo costeggiato un centro commerciale: tutto illuminato e decorato per Natale. E’ stata una scena surreale che fino al giorno prima invece era non solo la normalità, ma una banalità. Certi viaggi ti fanno scontrare con i tuoi stessi pensieri: che significato ha tutto ciò in un luogo dove il tempo e lo spazio sono alterati? Laggiù tutti i giorni è lunedì. Lunedì fra la sabbia e i pericoli.

09 Dicembre, partenza – Notte. Imbarco. Buio. 4500 km in linea d’aria. Circa 10 ore di volo. L’aereo rulla sulla pista e si stacca. Destinazione Herat, Rc-West. Si viaggerà tutta la notte. Atterreremo con tre ore e mezzo di fuso orario. Si viaggia in silenzio. Per distrarsi c’è chi ascolta musica, chi guarda un film, chi legge. Solo la scorsa settimana ero in volo da e per Madrid. Non è proprio il medesimo viaggio. Un giro in cabina di pilotaggio. Stiamo viaggiando circa a 800 km/h ad una altezza di circa 11.000 m. Siamo sopra a Il Cairo. Sembra di guardare un mappa mondo. Silenzio. Il vettore viaggia incurante di tutto quello che ora sta accadendo là sotto…

10 Dicembre, mattina – Trasferimento terminato. Il portellone dell’aereo si apre. La cabina viene invasa da una fortissima luce. Esci e vieni colpito da un Sole abbacinante. Herat. Siamo arrivati. Si sbarca. Rombi di aerei, elicotteri in movimento e solo divise. Un mondo non solo distante chilomentricamente ma distante da tutta la nostra quotidianità; quella quotidianità attraverso la quale, molti, troppi, giudicano e sentenziano.

Cartoline da Herat – Alberto Alpozzi racconta la vita a Camp Arena – di Alessandro Pino

22 Gen

Lo avevo incontrato alla stazione Termini di Roma, appena arrivato da Torino e in attesa di partire per Herat alla vigilia delle feste natalizie, giusto il tempo di una pausa della durata di poche decine di minuti. Alberto Alpozzi, fotoreporter di professione, andava in Afghanistan assieme ai militari del contingente italiano. Una decina di giorni in tutto durante i quali avrebbe documentato la vita quotidiana dei soldati della base chiamata Camp Arena. Ci siamo risentiti al suo ritorno, come mi aveva promesso. Questo è il racconto di quei giorni passati lontano da casa in un periodo in cui tutti vorrebbero essere in famiglia.

Il primo pensiero a portellone aperto?

Mamma mia che domanda…sai che non lo so…il primo era di prendere la telecamerina e riprendere l’uscita dall’aereo militare per avere il ricordo di quale è stato il primo impatto con l’Afghanistan però  nulla di particolare…

Vabbè, allora: l’ultimo a portellone quasi chiuso?

Che non volevo tornare! Che mi dispiaceva, che avevo centomila altre cose da documentare e da vedere, delle quali volevo portare testimonianza ma che per forza di cose non ho avuto tempo. E quindi la voglia di tornare assolutamente, il dispiacere di lasciare le amicizie che si sono formate in pochi giorni con i ragazzi, con molti dei quali continuo a sentirmi su Facebook quasi quotidianamente.

Quindi ti hanno accolto come…

…come uno di loro! Ricevo mail con scritto “sei uno di noi” ed è molto bello sentirlo dire da loro.

C’era una giornata tipo tua e dei militari ?

Una giornata tipo non esiste perché le condizioni variano in continuazione e tutto può cambiare. I programmi vengono sì prestabiliti, ma i turni delle varie pattuglie e i lavori che devono fare possono subire variazioni in ogni momento. Ci alzavamo alle sette e mezza, per le otto otto e mezza facevamo colazione e poi avevamo le varie attività che venivano comunicate la sera prima secondo la disponibilità dei mezzi, delle pattuglie, delle scorte o dell’Aeronautica quando ci dovevamo spostare con gli elicotteri. Non ci sono mai stati problemi e i programmi pianificati sono stati mantenuti, quindi significa che non abbiamo trovato situazioni di pericolo per le quali modificare  i nostri piani. Una volta usciti dalla base (in elicottero o sui mezzi blindati) sempre tra le nove e le dieci, seguivamo le attività dei militari: c’erano situazioni operative o ci portavano a visitare delle strutture come il carcere femminile o il cantiere del nuovo terminal dell’aeroporto. Massimo per le quattro e mezza – cinque si tornava alla base per questioni di sicurezza: diventa buio e fa freddo. Poi, tre ore prima di cena in press room a fare il riassunto tra noi giornalisti del materiale prodotto oppure a inviare testi e foto ai giornali; intorno alle otto  venivano a prenderci gli addetti stampa dell’Esercito, cenavamo con loro, poi di nuovo press room. Infine  chi voleva andava a dormire o se preferiva poteva farsi una birra (nella base ci sono birreria, pizzeria e ristorante) o ci facevamo ancora quattro chiacchere, non fino a tardi perché la mattina la levataccia era presto e soprattutto per la stanchezza per la tensione accumulata durante il giorno.

Assieme a te quanti altri reporter c’erano?

In totale durante la mia permanenza andavano dai sei ai dieci, tutti italiani.

Con alcuni siamo partiti insieme da Roma, altri sono arrivati qualche giorno dopo e altri ancora sono arrivati i giorni successivi, anche secondo la disponibilità dei mezzi di trasporto.

Eri preoccupato?

Tensione, quella sì ma preoccupazioni mai perché comunque vedevo la qualità del lavoro svolto dai ragazzi – per quanto posso capirne io –  e come erano preparati. Pur essendo in una situazione che per loro è già problematica e rischiosa si preoccupavano delle mie esigenze non solo professionali (trovarmi in posizione utile per scattare delle fotografie), ma soprattuto esigenze che noi nel mondo civile diamo per scontate: dalla banale riunione coi colleghi o bisogni fisiologici, una bottiglia d’acqua o quando si ha voglia di una sigaretta o di un caffè o a volte quando ci si guarda darsi anche un abbraccio o una stretta di mano. Queste sono cose importanti. La tensione va perché è un teatro operativo, una zona a rischio. Paura no perché mi sono sempre sentito protetto dalle persone che erano con me, perché nulla viene lasciato al caso. Lì non  è come negli uffici pubblici all’italiana “massì lo faccio domani, massì chissenefrega ci penserà un altro”. Se lì pensi solo una frase del genere qualcuno muore. Quindi il modo di vivere, di ragionare ma soprattutto di lavorare di questi ragazzi è il modo che dovrebbero avere tutti.

Hai avuto contatti con popolazione del posto ?

Non più di tanto, mi è capitato in città con alcune persone che erano lì in coda al carcere femminile per visitare i familiari. Ingenui, anche loro con la voglia di farsi fotografare e vedere la foto che gli hai fatto. All’interno della base ci sono i lavoratori locali, ho avuto modo di fotografarli ma non parlano inglese.

Come hai trascorso il giorno di Natale?

L’ho trascorso in pattuglia con il 66° Aeromobile di Trieste, siamo stati fuori con i mezzi blindati Lince; abbiamo fatto circa trenta chilometri, non tanti ma ogni incrocio va messo in sicurezza, ogni persona che si affaccia dal balcone è un problema, una persona che prende un cellulare va controllata, le moto che si avvicinano creano disagio perché non sai chi c’è sopra. Questo il 25 mattina, proprio mentre in Italia tutti quelli che criticano certe situazioni stavano mangiando ingrassando di cinque chili e i ragazzi là li stavano probabilmente perdendo.

A proposito, tu sei ingrassato o dimagrito ?

Né l’uno né l’altro, ho mangiato sempre molto bene comunque. Anche perché dietro c’è un gran lavoro di altri nostri ragazzi, importante come tutti gli altri, perché comunque tutti hanno necessità di mangiare e bere tutti i giorni. Nella base il servizio mensa funziona benissimo e a pranzo e cena quattromila persone mangiano, quindi immagina l’organizzazione che c’è dietro.

Dunque fisicamente non sei cambiato. E dentro ?

Eh bè, sono cose che sicuramente ti cambiano, ti fanno crescere, ti fanno apprezzare di più i rapporti umani, rivalutare molte delle cose che diamo per scontate tutti i giorni. Sì, sembrano luoghi comuni, però per parlarne credo che uno debba provarlo sulla propria pelle per poterlo dire realmente. Tutti possiamo dire “ooohh non abbiamo più valori” ma questo perché ? E allora forse se vivi una situazione del genere ti rendi conto di cosa sono i valori dell’amicizia, dell’amore fraterno, quanto valore ha una stretta di mano, quanto sia importante una pacca sulla spalla che ti viene data per il lavoro che stai svolgendo. Poi ritorni qua in Italia e ti rendi conto che non è più così, che hai vissuto un bellissimo sogno di dieci giorni in un luogo di crisi, situazioni devastate, con gli italiani. E dici “cavolo questi son sempre italiani, com’è che con loro qui all’estero ti trovi bene e torni in Italia non sono gli stessi ?”. Evidentemente non sono le stesse persone sennò avrebbero fatto altre scelte e non sarebbero qui in Italia a sputare merda nel piatto in cui mangiano.

Ti aspettavi che fosse così ?

Non mi aspettavo nulla, non mi ero fatto un’idea perché era una situazione che non conoscevo e che per fortuna non potevo conoscere. Quindi non avevo idee preconcette, sono andato aspettandomi di vivere qualcosa completamente diverso, quindi con la mente il più possibile sgombera da qualunque cosa per poterlo vivere con il minor numero di idee preconfezionate. “Quello che sarà sarà”, mi ero detto. E  ogni giorno era una scoperta.

Ci tornerai?

Sì, conto assolutamente di tornare in Afghanistan sia per ritrovare le persone che ho conosciuto e  sono ancora lì (intanto alcuni so che rientreranno a febbraio e conto di vederli in qualche maniera) sia  per – come ho detto all’inizio – terminare la documentazione di alcune situazioni che non ho avuto modo di trattare per questioni di tempo. E poi vorrei seguire il lavoro di altri nostri contingenti che lavorano in zone delle quali i giornali raramente parlano.

Per esempio? Cosa non hai avuto tempo di vedere in Afghanistan?

Volevo vedere l’orfanotrofio, l’ospedale pediatrico e andare in alcune piccole basi avanzate dove ci sono venti o trenta militari. E poi l’Afghanistan è bellissimo visto dall’alto, questo deserto giallo quasi rosso come Marte. Mi piacerebbe fare un reportage sulle rotte che i mezzi dell’Aeronautica e dell’Esercito affrontano tutti i giorni e documentare un paese che di solito è associato alla guerra. Guardiamolo dal punto di vista della natura, distanziamoci dagli uomini. La natura va al di là di certe situazioni, vederla dall’alto ti distacca. Paesaggi immensi che sì fanno paura ma sono affascinanti, il deserto ti rapisce. Sarebbe al di là delle dirette attività operative, estraniandosi e dicendo “le cose son diverse viste da qui”.

Tu sei sposato. Tua moglie come ha preso questa trasferta in una località non esattamente turistica?

Alla partenza da Torino le era uscita una lacrimuccia e mi aveva fatto un po’ effetto. Al ritorno invece aveva un bellissimo sorriso, un sorriso che non ricordavo. Non perché lo avessi dimenticato ma perché mi ha colpito come la prima volta che l’ho visto.

 

Alessandro Pino