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27 giugno, quarant’anni dopo Ustica- di Alessandro Pino

27 Giu

Sembra ieri che si stava trattando del trentennale della strage di Ustica e invece eccoci qui che di anni ne sono passati quaranta dalla sciagurata sera del 27 giugno 1980 in cui fu distrutto un Dc-9 bianco e rosso della Itavia in volo da Bologna a Palermo con ottantuno persone a bordo. Anche se non sono più tornato a visitare il cadavere meccanico dell’I-Tigi (questa la sigla del velivolo) i cui frammenti sono conservati a Bologna nel Museo per la Memoria di Ustica in modo da ricrearne la sagoma originaria, ricorrono volti, voci e nomi legati alla vicenda incontrati nel tempo. Scambiando alcune parole davanti al relitto in occasione del trentennale con l’ex senatrice Daria Bonfietti (che perse il fratello Alberto e ha fondato l’associazione delle vittime di Ustica, della quale è presidente) ricordammo l’attore Corso Salani, protagonista della pellicola “Il muro di gomma” (la prima incentrata sulla vicenda) che scomparve pochi giorni prima. Nella stessa occasione conobbi Alberto Alpozzi, fotografo di scena per il documentario “Ustica- tragedia nei cieli”; Alberto poi con i suoi scatti ha descritto le operazioni delle truppe italiane all’estero, Afghanistan incluso. Con Luciana Miocchi partecipammo alla presentazione romana presso la Stampa Estera del libro “Intrigo internazionale” scritto sulla vicenda dal giornalista Giovanni Fasanella e dal magistrato Rosario Priore che indagò sul disastro. Li incontrai Elisabetta Lachina che a Ustica perse entrambi i genitori. Fra l’altro lo stesso Priore firmò successivamente con l’avvocato Valerio Cutonilli un volume sull’altra strage italiana dell’estate 1980, quella della stazione di Bologna, nel quale sono stati posti degli interrogativi scomodi rispetto alla versione fino a oggi ufficialmente sancita in sede giudiziaria.
Sempre in tema di libri sull’argomento, come non ricordare la presentazione alla mai abbastanza rimpianta Fnac di “Sopra e Sotto il tavolo” scritto da Gianluca Cerasola e Giampiero Marrazzo, con prefazione di Giulio Andreotti e allegato dvd con testimonianze, fra gli altri, di Francesco Cossiga e Gianni De Michelis. L’autore di un volume monografico sulla Itavia, il professor Nicola Pedde, fu in grado di mettermi in contatto con la figlia del defunto presidente dell’Itavia, avvocato Aldo Davanzali: al telefono la signora Luisa ricordó come il padre fu segnato dal linciaggio mediatico operato contro di lui e la sua compagnia (realtà commerciale forse fastidiosa per qualcuno sulle tratte interne) inizialmente accusati di far volare aerei vetusti e malmessi, passando sotto silenzio altre tre pesanti sciagure aeree accadute in Italia negli anni immediatamente precedenti a velivoli di altre aerolinee: basta cercare in rete le località Capoterra, Montagna Longa e Punta Raisi, le ultime due proprio sulla rotta dal continente per Palermo. Grande affetto e rimpianto per la figura di Davanzali espressero gli arzilli ex equipaggi dell’Itavia che ho incontrato in uno dei loro annuali ritrovi conviviali e commemorativi: colleghi del comandante Domenico Gatti, del secondo pilota Enzo Fontana, degli assistenti di volo Paolo Morici e Rosa De Dominicis che persero la vita quella sera. Nel frattempo nulla è cambiato ufficialmente ed è ancora in corso il dibattito se il volo IH 870 sia stato interrotto per sempre a causa di un attacco esterno (trovandosi forse sulla linea di fuoco tra aerei militari impegnati in un combattimento) o per una bomba. Forse l’unica recentissima novità di rilievo è la notizia di una operazione di pulizia svolta sulle registrazioni audio nella cabina di pilotaggio del Dc 9, svolta da una società per conto della redazione di Rainews 24 che ha evidenziato una frase in precedenza rimasta tronca: “Guarda, cos’è”. Forse chi l’ha pronunciata stava indicando qualcosa in avvicinamento all’aereo. L’audio è stato acquisito dagli investigatori.

Alessandro Pino

(Nella foto l’autore dell’articolo con il Dc 9 Itavia)

Presentato da Miocchi & Pino al Teatro degli Audaci il libro di Alberto Alpozzi “Il faro di Mussolini”

31 Ott

Nella raffinata ambientazione del Teatro degli Audaci – zona Porta di Roma, Terzo Municipio della Capitale – si è tenuta lo scorso 23 ottobre la presentazione romana de “Il faro di Mussolini”, volume scritto dal fotografo professionista Alberto Alpozzi e pubblicato dalle Edizioni 001.

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Alberto Alpozzi tra Luciana Miocchi e Alessandro Pino

A presentare il libro Luciana Miocchi e Alessandro Pino, entrambi firme notissime ai lettori di testate locali come “Di Roma” (media partner dell’iniziativa) che hanno intervistato l’autore dando anche voce agli interventi del pubblico. Alpozzi ha ricordato il suo primo avvistamento del faro citato nel titolo (tuttora esistente in Somalia, a forma di fascio littorio a testimonianza di un’era ma che in realtà portava il nome di  Francesco Crispi) avvenuto mentre si trovava a bordo di un velivolo militare nel Golfo di Aden per documentare la missione antipirateria. L’autore ha poi ripercorso il successivo lavoro di ricerca storica, rigoroso e senza alcuna concessione – nonostante il titolo intrigante – a qualunque retorica nostalgica, mirato a gettare uno sguardo generale sul colonialismo europeo in quella regione dell’Africa, coprendo un periodo di circa centocinquanta anni che quindi va ben oltre il famoso ventennio e fornisce anche spunti per interpretare alcuni assetti attuali di politica estera. Il libro si legge agilmente ed è stato già apprezzato anche da personalità della politica  senza pregiudizi come Piero Fassino (sindaco di Torino eletto con il Pd) che era intervenuto alla presentazione nel capoluogo subalpino. Una pari larghezza di vedute è stata mostrata dall’assessore alle Politiche Scolastiche del Terzo Municipio (e già presidente del Consiglio Municipale) Riccardo Corbucci, presente al Teatro degli Audaci come anche l’ex consigliere municipale di centrodestra Fabrizio Clavenzani. Ospite della presentazione è stato il colonnello Leonardo Carbone, giunto appositamente dalla Sicilia per dare testimonianza del servizio svolto dal proprio papà presso la stazione radio del faro a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta.

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Al Teatro degli Audaci di Roma il 23 ottobre con Miocchi & Pino per la presentazione del libro “Il faro di Mussolini” di Alberto Alpozzi

21 Ott

Un titolo furbo che non lascia indifferenti per un libro in realtà di rigorosa ricerca storica non solo sull’edificio in questione – un faro navale tuttora esistente a Capo Guardafui in Somalia a forma di fascio littorio – ma su tutto un periodo, quello del colonialismo europeo in Africa Orientale, il cui arco temporale si estende di molto sia prima che dopo il fascismo. Questo è dunque il tema de “Il faro di Mussolini” scritto da Alberto Alpozzi, fotografo professionista di quelli realmente operativi, più volte al seguito delle forze armate italiane nelle loro missioni internazionali oltre che docente universitario di fotografia presso il Politecnico di Torino. Proprio durante un reportage sulle operazioni contro la farodimussolinipirateria nel Golfo di Aden, Alpozzi si è imbattuto in quel faro così particolare che ha suscitato la sua curiosità al punto di iniziare un corposo lavoro di documentazione una volta tornato a casa. Il frutto è un volume che è stato richiesto anche dalla biblioteca della prestigiosa Università di Harvard e che l’autore sta presentando girando in lungo e in largo la penisola, di volta in volta affiancato da personalità della cultura, della politica e dell’informazione: alla presentazione tenutasi a Torino è intervenuto anche il sindaco del capoluogo piemontese, Piero Fassino, mentre a Gorizia ha fatto da moderatore Fausto Biloslavo, nome e volto notissimo della carta stampata e della televisione. Per la presentazione romana che si terrà il 23 ottobre al Teatro degli Audaci, la conduzione è stata affidata a due giornalisti locali che da tempo formano un collaudato sodalizio professionale: Luciana Miocchi e Alessandro Pino, entrambi firme della testata “Di Roma” che è anche media partner dell’evento. Luciana è ormai una habitué del palcoscenico, essendo anche la presentatrice del “Premio Montesacro”, per Alessandro invece è il debutto davanti a un pubblico vasto come quello di una platea teatrale. Ha inoltre confermato la partecipazione un ospite che con il faro di Capo Guardafui ha un legame familiare: il colonnello Leonardo Carbone, il cui padre aveva prestato servizio dal 1939 al 1941 presso la stazione radio annessa al faro e che riferirà di alcuni ricordi del genitore relativi a quell’esperienza. L’appuntamento è dunque il 23 ottobre alle sedici e trenta al Teatro degli Audaci che si trova in via Giuseppe De Santis 29, zona Porta di Roma.

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

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Trentacinquesimo anniversario della strage di Ustica

27 Giu

Sono  trascorsi trentacinque anni  dalla maledetta sera d’estate in cui fu stroncata la vita di 81 persone che viaggiavano su un Dc-9 dell’Itavia in volo da Bologna a Palermo, brutalmente spazzato via dai cieli del Tirreno Meridionale nei pressi dell’isola di Ustica. Fin da quel 27 giugno 1980 cominciarono occultamenti di prove, misteriose morti di testimoni e depistaggi: ancora si ricorda la ridicola tesi della corrosione dovuta alle cassette di pesce trasportate in precedenza dall’aereo e che all’epoca ebbe invece

I resti del Dc 9 Itavia nel Museo per la Memoria di Ustica a Bologna

I resti del Dc 9 Itavia nel Museo per la Memoria di Ustica a Bologna

credito per l’abilità di chi era interessato da una parte a nascondere le cause reali e dall’altra a eliminare uno scomodo concorrente per l’Alitalia. L’Itavia infatti interferiva con il monopolio di fatto sulle rotte interne esercitato dall’allora compagnia di bandiera. Il linciaggio mediatico ai danni del suo presidente Aldo Davanzali – accusato di utilizzare delle carrette – portò infine alla revoca della licenza di navigazione aerea e alla conseguente cessazione delle attività. «Papà mi disse subito che era stato abbattuto – ricordava la figlia Luisa nel 2010 – non avrebbe mai fatto volare un  mezzo inefficiente ». Proprio l’Alitalia in quegli anni sulla stessa rotta per Punta Raisi subì due disastrosi incidenti sulle cui cause ancora permangono dubbi e nei quali persero la vita complessivamente più di duecento persone, eppure le fu riservato ben diverso trattamento. I dipendenti Itavia riuscirono a transitare in altre compagnie aeree ma rimase saldo in loro il senso di appartenenza per quella che consideravano e considerano tuttora una grande famiglia più che un’azienda, tanto che ancora oggi si incontrano periodicamente, uniti nell’associazione “Noi dell’Itavia”. L’unico aereo che ancora porta la livrea Itavia è paradossalmente proprio quello che fu distrutto quel 27 giugno: recuperati dopo una lunga permanenza sul fondo del Tirreno, i frammenti di fusoliera, ali e i due motori furono ricomposti su un traliccio riproducente la sagoma del velivolo. Rimasti per anni in un hangar PINOMIOCCHIitavia2 dell’Aeronautica Militare vicino Roma, dal 2006 sono tornati simbolicamente a Bologna – città da cui partì l’ultimo tragico volo – per essere esposti nel Museo per la Memoria di Ustica. La prima volta che ci si entra è come ricevere un pugno nello stomaco:  i resti di quello che fu un aereo giacciono come un enorme cadavere meccanico in decomposizione, le cui forme originarie si intuiscono soltanto. All’inizio suscita quasi repulsione, poi girandogli attorno e osservando le fiancate accartocciate con i finestrini ormai opachi il pensiero va ai passeggeri e all’equipaggio, a ciò che attraverso di essi hanno visto prima della fine; ci si rende conto che ciò che davvero repelle è chi ha causato tutto ciò e gli inganni che ne seguirono. L’elenco di vittime letto tante volte cessa di essere PINOitavia3soltanto tale, diventando volti e sguardi di persone vere. Persone che al momento di salire a bordo hanno gettato un’occhiata alla freccia rossa stilizzata che ancora oggi campeggia sull’impennaggio di coda, voltandosi a salutare chi li aveva accompagnati all’aeroporto. Non è immaginazione: è quanto appare in un filmino familiare inserito in “Ustica – tragedia nei cieli” , documentario uscito all’epoca del trentesimo anniversario.  «Ormai si è scritto tutto e il contrario di tutto – spiega Alberto Alpozzi, fotografo oggi noto per documentare le missioni militari italiane all’estero e che aveva avuto il compito di seguire la lavorazione  del film con i suoi scatti – ma è diverso sentire di persona chi vi è rimasto coinvolto, come Pasquale Diodato che perse la moglie, i tre figli e la cognata o Elisabetta Lachina, rimasta orfana di entrambi i genitori». Già, si è PINOitavia4 scritto di tutto: nel corso degli anni anche le versioni più oscenamente  inverosimili e irriguardose verso i familiari delle vittime –- sono state propinate a un pubblico dal palato grosso, una tra tutte quella che vede il Dc 9 ammarare senza danni rilevanti finendo poi affondato da un sommergibile per non lasciare itavia 011testimoni. «Gli stessi tecnici della McDonnell Douglas, la casa costruttrice dell’aereo, esclusero tale ipotesi perchè sarebbe riuscito a galleggiare tre o quattro minuti al massimo» afferma il giudice Rosario Priore che condusse le indagini sul disastro e che della vicenda trattò anche nel libro “Intrigo internazionale” scritto con il giornalista Giovanni Fasanella.  Paradossalmente la linea di Priore, basata sull’abbattimento da parte di un missile e sconfitta in sede di giudizio, è stata di fatto sposata recentemente dai giudici civili chiamati a decidere sui risarcimenti ai familiari, anche se ancora si attende un pronunciamento definitivo al riguardo che comunque non restituirà i loro cari o allevierà  le sofferenze subìte.  Il resto è solo roba da romanzi di fantapolitica, tanto che alla fine si è tentati di allungare una mano verso i resti dell’aereo, sfiorando ciò che resta della verità.

Luciana Miocchi  e Alessandro Pino

 

Diario afghano 2012 – di Alberto Alpozzi, fotografo

12 Dic

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Alberto Alpozzi – 2011

Da oggi Lm accoglie il diario di bordo di Alberto Alpozzi, fotografo professionista aggregato alla Isaf per qualche giorno. Lui è bravissimo con le immagini, è stato laggiù anche l’anno scorso. Questa volta ha pensato di raccontare a parole frammenti di vita quotidiana. Sono onorata che abbia voluto condividere sul mio blog la sua avventura. Potete trovare il diario anche sul suo sito www.albertoalpozzi.it e guardare il suo lavoro.

* * * *

8 Dicembre, mattina

Destinazione Afghanistan, Rc-West, Camp Arena. Di nuovo come lo scorso anno in questo periodo. Dicembre. Si parte. Si prepara la sacca, con attenzione e precisione per non scordare nulla. Non è come preparare la valigia per le vacanze. Forse non è neppure uan valigia quella che stai preparando. E’ un pezzo di te, delle tua vita, che devi portarti dietro. Non devi dimenticare quelle piccole cose che ti rappresentano, che ti danno un’identità. Quando parti per certi viaggi è come mettere la tua vita in stand-by. Inizi a fluttuare in una dimensione fuori dal tempo e soprattutto dallo spazio della quotidianità…

08 Dicembre, sera – Fotografare, documentare, interpretare, testimoniare. Essere gli occhi e il cuore di tutti coloro che non possono vedere e toccare con mano certe realtà. Non è facile mettere in una immagine tutte le nostre emozioni, le nostre paure, i nostri desideri. Una, due, mille fotocamere non sono nulla se dentro di noi non abbiamo qualcosa da comunicare. Si prepara la sacca con l’attrezzatura, con i propri strumenti del mestiere che ti seguiranno anche in zone di crisi, in paesi nei quali alcuni credono che sarebbe meglio avere con sè un’arma piuttosto che una fotocamera… Ma la fotografia spesso fa più paura che un fucile. Se punti un arma a qualcuno in Afghanistan è molto facile che faccia altrettanto, ma se gli punti contro una fotocamera non “ha armi per risponderti”.

09 Dicembre, mattina – In attesa del treno alla stazione si fanno un sacco di pensieri. Non è il treno per le vacanze. Non è il treno dei sogni che ti porta via dalla quotidianità dalla quale costantemente vogliamo evadere. E’ il treno che ti palesa quanto la nostra quotidianità sia fatta da tutte quelle cose date ormai per scontate ma che fanno parte di noi, volenti o nolenti, nel bene o nel male. Di quella quotidianità che ti verrà a mancare. Di tutti i sacrifici ai quali andrai incontro. Non è una partenza. E’ un distacco. Una cesura. Fai i conti con quello che sei veramente, con quello che temporaneamente stai abbondonando e con quello che veramente ti racconta il nostro mondo fatto da innumerevoli capricci.

09 Dicembre, sera – Torino, Roma. Roma, aeroporto militare di Pratica di Mare. Briefing e chek-in. Controllo dei bagagli e raggi X all’attrezzattura. Si attende l’imbarco insieme ai ragazzi che stanno rientrando dopo la licenza a metà missione. Si chiacchera. Si scambiano considerazioni. Ognuna ha la propria storia, molti sono ragazzi più giovani di me, alla loro terza o quarta missione. I loro occhi parlano più di mille parole di fronte alle solite domande di rito: hai famiglia? quando rientrerai? laggiù com’è ora la situazione? Lungo la strada dall’Eur per arrivare all’aeroporto abbiamo costeggiato un centro commerciale: tutto illuminato e decorato per Natale. E’ stata una scena surreale che fino al giorno prima invece era non solo la normalità, ma una banalità. Certi viaggi ti fanno scontrare con i tuoi stessi pensieri: che significato ha tutto ciò in un luogo dove il tempo e lo spazio sono alterati? Laggiù tutti i giorni è lunedì. Lunedì fra la sabbia e i pericoli.

09 Dicembre, partenza – Notte. Imbarco. Buio. 4500 km in linea d’aria. Circa 10 ore di volo. L’aereo rulla sulla pista e si stacca. Destinazione Herat, Rc-West. Si viaggerà tutta la notte. Atterreremo con tre ore e mezzo di fuso orario. Si viaggia in silenzio. Per distrarsi c’è chi ascolta musica, chi guarda un film, chi legge. Solo la scorsa settimana ero in volo da e per Madrid. Non è proprio il medesimo viaggio. Un giro in cabina di pilotaggio. Stiamo viaggiando circa a 800 km/h ad una altezza di circa 11.000 m. Siamo sopra a Il Cairo. Sembra di guardare un mappa mondo. Silenzio. Il vettore viaggia incurante di tutto quello che ora sta accadendo là sotto…

10 Dicembre, mattina – Trasferimento terminato. Il portellone dell’aereo si apre. La cabina viene invasa da una fortissima luce. Esci e vieni colpito da un Sole abbacinante. Herat. Siamo arrivati. Si sbarca. Rombi di aerei, elicotteri in movimento e solo divise. Un mondo non solo distante chilomentricamente ma distante da tutta la nostra quotidianità; quella quotidianità attraverso la quale, molti, troppi, giudicano e sentenziano.

L’orfanotrofio di Herat, le fotografie di Alberto Alpozzi e una serata di beneficenza

16 Apr

il fuciliere di Marina Ciro Petronelli - foto A. Alpozzi

Alberto Alpozzi - serata di beneficenza

L’Afghanistan proprio non riesce più a toglierselo dalla testa, il fotoreporter torinese Alberto Alpozzi: ha già trascorso le scorse festività natalizie presso la base militare italiana di Herat – nel sud del paese –  documentando le attività dei soldati che vi sono impegnati e conta prossimamente di tornarvi per una serie di altri progetti che ha in mente, visto il positivo riscontro ottenuto anche presso le alte sfere della Difesa. Nel frattempo ha partecipato di recente a una serata di beneficenza in favore dei giovani ospiti dell’orfanotrofio di Herat, tenutasi a Brindisi dove è di stanza il Reggimento San Marco e promossa da un appartenente a quel reparto, il fuciliere di Marina Ciro Patronelli, brindisino anche lui, conosciuto dal fotografo presso la base Camp Arena: «Era uno dei ragazzi  che mi faceva da angelo custode quando mi muovevo in città». Lo  spettacolo, organizzato con la collaborazione di alcune associazioni culturali e il contributo della Provincia di Brindisi, è stato aperto proprio dalla proiezione di fotografie scattate da Alberto ai bambini di Herat ed è proseguito con le performance di ballerini, maghi, comici e di una pittrice che invece della  vernice usava una polvere luccicante, tutti presentati dal conduttore radiofonico Mauro Stiky. «Molti continuano a domandarsi che cazzo ci siamo a fare in Afghanistan; credo sia importante che la gente sappia quanto questi ragazzi che lavorano laggiù vengano colpiti da  situazioni molto distanti dalle nostre  e anche quando tornano credono nel realizzare qualcosa per dare un futuro ad altre persone meno fortunate. Ritengo sia questo il messaggio che deve passare da eventi del genere». Ovviamente in tempi di crisi imperante parecchi preferirebbero si pensasse ai bambini italiani. Risponde Alberto: «Ciro dice che i bambini sono tutti uguali, lui ha conosciuto quella realtà e ne è rimasto colpito; sono d’accordo con lui e poi fare del bene da quando ha una bandiera ?». Giusto.

E allora per non scontentare nessuno ci permettiamo di lanciare noi un’ideada queste righe: una serata anche per i figli di tutte quelle persone che dopo aver perso il lavoro non hanno retto alla prospettiva di un futuro nero e si sono tolte la vita.

 Alessandro Pino

Per tutti i lettori che volessero vedere il lavoro di Alberto Alpozzi, il suo sito web  è www.albertoalpozzi.it

Cartoline da Herat – Alberto Alpozzi racconta la vita a Camp Arena – di Alessandro Pino

22 Gen

Lo avevo incontrato alla stazione Termini di Roma, appena arrivato da Torino e in attesa di partire per Herat alla vigilia delle feste natalizie, giusto il tempo di una pausa della durata di poche decine di minuti. Alberto Alpozzi, fotoreporter di professione, andava in Afghanistan assieme ai militari del contingente italiano. Una decina di giorni in tutto durante i quali avrebbe documentato la vita quotidiana dei soldati della base chiamata Camp Arena. Ci siamo risentiti al suo ritorno, come mi aveva promesso. Questo è il racconto di quei giorni passati lontano da casa in un periodo in cui tutti vorrebbero essere in famiglia.

Il primo pensiero a portellone aperto?

Mamma mia che domanda…sai che non lo so…il primo era di prendere la telecamerina e riprendere l’uscita dall’aereo militare per avere il ricordo di quale è stato il primo impatto con l’Afghanistan però  nulla di particolare…

Vabbè, allora: l’ultimo a portellone quasi chiuso?

Che non volevo tornare! Che mi dispiaceva, che avevo centomila altre cose da documentare e da vedere, delle quali volevo portare testimonianza ma che per forza di cose non ho avuto tempo. E quindi la voglia di tornare assolutamente, il dispiacere di lasciare le amicizie che si sono formate in pochi giorni con i ragazzi, con molti dei quali continuo a sentirmi su Facebook quasi quotidianamente.

Quindi ti hanno accolto come…

…come uno di loro! Ricevo mail con scritto “sei uno di noi” ed è molto bello sentirlo dire da loro.

C’era una giornata tipo tua e dei militari ?

Una giornata tipo non esiste perché le condizioni variano in continuazione e tutto può cambiare. I programmi vengono sì prestabiliti, ma i turni delle varie pattuglie e i lavori che devono fare possono subire variazioni in ogni momento. Ci alzavamo alle sette e mezza, per le otto otto e mezza facevamo colazione e poi avevamo le varie attività che venivano comunicate la sera prima secondo la disponibilità dei mezzi, delle pattuglie, delle scorte o dell’Aeronautica quando ci dovevamo spostare con gli elicotteri. Non ci sono mai stati problemi e i programmi pianificati sono stati mantenuti, quindi significa che non abbiamo trovato situazioni di pericolo per le quali modificare  i nostri piani. Una volta usciti dalla base (in elicottero o sui mezzi blindati) sempre tra le nove e le dieci, seguivamo le attività dei militari: c’erano situazioni operative o ci portavano a visitare delle strutture come il carcere femminile o il cantiere del nuovo terminal dell’aeroporto. Massimo per le quattro e mezza – cinque si tornava alla base per questioni di sicurezza: diventa buio e fa freddo. Poi, tre ore prima di cena in press room a fare il riassunto tra noi giornalisti del materiale prodotto oppure a inviare testi e foto ai giornali; intorno alle otto  venivano a prenderci gli addetti stampa dell’Esercito, cenavamo con loro, poi di nuovo press room. Infine  chi voleva andava a dormire o se preferiva poteva farsi una birra (nella base ci sono birreria, pizzeria e ristorante) o ci facevamo ancora quattro chiacchere, non fino a tardi perché la mattina la levataccia era presto e soprattutto per la stanchezza per la tensione accumulata durante il giorno.

Assieme a te quanti altri reporter c’erano?

In totale durante la mia permanenza andavano dai sei ai dieci, tutti italiani.

Con alcuni siamo partiti insieme da Roma, altri sono arrivati qualche giorno dopo e altri ancora sono arrivati i giorni successivi, anche secondo la disponibilità dei mezzi di trasporto.

Eri preoccupato?

Tensione, quella sì ma preoccupazioni mai perché comunque vedevo la qualità del lavoro svolto dai ragazzi – per quanto posso capirne io –  e come erano preparati. Pur essendo in una situazione che per loro è già problematica e rischiosa si preoccupavano delle mie esigenze non solo professionali (trovarmi in posizione utile per scattare delle fotografie), ma soprattuto esigenze che noi nel mondo civile diamo per scontate: dalla banale riunione coi colleghi o bisogni fisiologici, una bottiglia d’acqua o quando si ha voglia di una sigaretta o di un caffè o a volte quando ci si guarda darsi anche un abbraccio o una stretta di mano. Queste sono cose importanti. La tensione va perché è un teatro operativo, una zona a rischio. Paura no perché mi sono sempre sentito protetto dalle persone che erano con me, perché nulla viene lasciato al caso. Lì non  è come negli uffici pubblici all’italiana “massì lo faccio domani, massì chissenefrega ci penserà un altro”. Se lì pensi solo una frase del genere qualcuno muore. Quindi il modo di vivere, di ragionare ma soprattutto di lavorare di questi ragazzi è il modo che dovrebbero avere tutti.

Hai avuto contatti con popolazione del posto ?

Non più di tanto, mi è capitato in città con alcune persone che erano lì in coda al carcere femminile per visitare i familiari. Ingenui, anche loro con la voglia di farsi fotografare e vedere la foto che gli hai fatto. All’interno della base ci sono i lavoratori locali, ho avuto modo di fotografarli ma non parlano inglese.

Come hai trascorso il giorno di Natale?

L’ho trascorso in pattuglia con il 66° Aeromobile di Trieste, siamo stati fuori con i mezzi blindati Lince; abbiamo fatto circa trenta chilometri, non tanti ma ogni incrocio va messo in sicurezza, ogni persona che si affaccia dal balcone è un problema, una persona che prende un cellulare va controllata, le moto che si avvicinano creano disagio perché non sai chi c’è sopra. Questo il 25 mattina, proprio mentre in Italia tutti quelli che criticano certe situazioni stavano mangiando ingrassando di cinque chili e i ragazzi là li stavano probabilmente perdendo.

A proposito, tu sei ingrassato o dimagrito ?

Né l’uno né l’altro, ho mangiato sempre molto bene comunque. Anche perché dietro c’è un gran lavoro di altri nostri ragazzi, importante come tutti gli altri, perché comunque tutti hanno necessità di mangiare e bere tutti i giorni. Nella base il servizio mensa funziona benissimo e a pranzo e cena quattromila persone mangiano, quindi immagina l’organizzazione che c’è dietro.

Dunque fisicamente non sei cambiato. E dentro ?

Eh bè, sono cose che sicuramente ti cambiano, ti fanno crescere, ti fanno apprezzare di più i rapporti umani, rivalutare molte delle cose che diamo per scontate tutti i giorni. Sì, sembrano luoghi comuni, però per parlarne credo che uno debba provarlo sulla propria pelle per poterlo dire realmente. Tutti possiamo dire “ooohh non abbiamo più valori” ma questo perché ? E allora forse se vivi una situazione del genere ti rendi conto di cosa sono i valori dell’amicizia, dell’amore fraterno, quanto valore ha una stretta di mano, quanto sia importante una pacca sulla spalla che ti viene data per il lavoro che stai svolgendo. Poi ritorni qua in Italia e ti rendi conto che non è più così, che hai vissuto un bellissimo sogno di dieci giorni in un luogo di crisi, situazioni devastate, con gli italiani. E dici “cavolo questi son sempre italiani, com’è che con loro qui all’estero ti trovi bene e torni in Italia non sono gli stessi ?”. Evidentemente non sono le stesse persone sennò avrebbero fatto altre scelte e non sarebbero qui in Italia a sputare merda nel piatto in cui mangiano.

Ti aspettavi che fosse così ?

Non mi aspettavo nulla, non mi ero fatto un’idea perché era una situazione che non conoscevo e che per fortuna non potevo conoscere. Quindi non avevo idee preconcette, sono andato aspettandomi di vivere qualcosa completamente diverso, quindi con la mente il più possibile sgombera da qualunque cosa per poterlo vivere con il minor numero di idee preconfezionate. “Quello che sarà sarà”, mi ero detto. E  ogni giorno era una scoperta.

Ci tornerai?

Sì, conto assolutamente di tornare in Afghanistan sia per ritrovare le persone che ho conosciuto e  sono ancora lì (intanto alcuni so che rientreranno a febbraio e conto di vederli in qualche maniera) sia  per – come ho detto all’inizio – terminare la documentazione di alcune situazioni che non ho avuto modo di trattare per questioni di tempo. E poi vorrei seguire il lavoro di altri nostri contingenti che lavorano in zone delle quali i giornali raramente parlano.

Per esempio? Cosa non hai avuto tempo di vedere in Afghanistan?

Volevo vedere l’orfanotrofio, l’ospedale pediatrico e andare in alcune piccole basi avanzate dove ci sono venti o trenta militari. E poi l’Afghanistan è bellissimo visto dall’alto, questo deserto giallo quasi rosso come Marte. Mi piacerebbe fare un reportage sulle rotte che i mezzi dell’Aeronautica e dell’Esercito affrontano tutti i giorni e documentare un paese che di solito è associato alla guerra. Guardiamolo dal punto di vista della natura, distanziamoci dagli uomini. La natura va al di là di certe situazioni, vederla dall’alto ti distacca. Paesaggi immensi che sì fanno paura ma sono affascinanti, il deserto ti rapisce. Sarebbe al di là delle dirette attività operative, estraniandosi e dicendo “le cose son diverse viste da qui”.

Tu sei sposato. Tua moglie come ha preso questa trasferta in una località non esattamente turistica?

Alla partenza da Torino le era uscita una lacrimuccia e mi aveva fatto un po’ effetto. Al ritorno invece aveva un bellissimo sorriso, un sorriso che non ricordavo. Non perché lo avessi dimenticato ma perché mi ha colpito come la prima volta che l’ho visto.

 

Alessandro Pino

 

 

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