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Tag Archives: Natale
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Il 27 ottobre torna Carlo Magno a Ponte Nomentano- di Alessandro Pino

24 Ott

[ROMA] Come da tradizione torna anche quest’anno la rievocazione storica del passaggio di Carlo Magno al Ponte Nomentano a cura della associazione culturale Il Carro de’ Comici, giunta alla ventunesima edizione. La manifestazione in costume, condotta dal noto attore e divulgatore di storia romana Gherardo Dino Ruggiero, si terrà domenica 27 ottobre e farà rivivere il corteo del monarca transalpino che nell’anno 800 si incontrò sul ponte Nomentano con il Papa Leone III che poco dopo lo incoronò Imperatore del Sacro Romano Impero. La manifestazione- che ha il patrocinio della presidenza del Terzo Municipio- è organizzata in collaborazione con Italia Nostra, Rete Associativa della Via di Francesco nel Lazio e la partecipazione de La Voce del Municipio, Cis Valsolda, Casa Del Parco, Associazione Nazionale Vigili del Fuoco in Congedo. Inizio previsto per le 10 e 30, seguirà una visita gratuita del ponte, delle sue adiacenze e del Monte Sacro vero e proprio. Per informazioni telefonare al 3387965614 o allo 068181853.
Alessandro Pino

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“Una coperta per Natale” per scaldare chi passa le Feste in strada- di Alessandro Pino

14 Ott

[ROMA] Dopo il successo riscosso lo scorso anno torna l’iniziativa benefica “Una Coperta Per Natale”, ideata da Manuel Bartolomeo per venire incontro a chi proprio mentre gli altri festeggiano la Natività si trova in gravissime condizioni di indigenza. Nei giorni dal 12 al 15 Dicembre, presso alcuni punti di raccolta sul territorio del Terzo Municipio sarà possibile donare coperte, panettoni e pandori che verranno poi distribuiti dai volontari ai senza tetto della capitale. L’organizzazione raccomanda di NON portare piumoni, federe, lenzuola o scatolame. La lista dei punti di raccolta verrà comunicata a ridosso dei giorni sopra indicati. Per altre informazioni,
per aderire come punto di raccolta o come volontari per la distribuzione si può
chiamare il
3290262264 o scrivere alla casella di posta elettronica
unacopertapernatale@libero.it
Alessandro Pino

Cartoline da Herat – Alberto Alpozzi racconta la vita a Camp Arena – di Alessandro Pino

22 Gen

Lo avevo incontrato alla stazione Termini di Roma, appena arrivato da Torino e in attesa di partire per Herat alla vigilia delle feste natalizie, giusto il tempo di una pausa della durata di poche decine di minuti. Alberto Alpozzi, fotoreporter di professione, andava in Afghanistan assieme ai militari del contingente italiano. Una decina di giorni in tutto durante i quali avrebbe documentato la vita quotidiana dei soldati della base chiamata Camp Arena. Ci siamo risentiti al suo ritorno, come mi aveva promesso. Questo è il racconto di quei giorni passati lontano da casa in un periodo in cui tutti vorrebbero essere in famiglia.

Il primo pensiero a portellone aperto?

Mamma mia che domanda…sai che non lo so…il primo era di prendere la telecamerina e riprendere l’uscita dall’aereo militare per avere il ricordo di quale è stato il primo impatto con l’Afghanistan però  nulla di particolare…

Vabbè, allora: l’ultimo a portellone quasi chiuso?

Che non volevo tornare! Che mi dispiaceva, che avevo centomila altre cose da documentare e da vedere, delle quali volevo portare testimonianza ma che per forza di cose non ho avuto tempo. E quindi la voglia di tornare assolutamente, il dispiacere di lasciare le amicizie che si sono formate in pochi giorni con i ragazzi, con molti dei quali continuo a sentirmi su Facebook quasi quotidianamente.

Quindi ti hanno accolto come…

…come uno di loro! Ricevo mail con scritto “sei uno di noi” ed è molto bello sentirlo dire da loro.

C’era una giornata tipo tua e dei militari ?

Una giornata tipo non esiste perché le condizioni variano in continuazione e tutto può cambiare. I programmi vengono sì prestabiliti, ma i turni delle varie pattuglie e i lavori che devono fare possono subire variazioni in ogni momento. Ci alzavamo alle sette e mezza, per le otto otto e mezza facevamo colazione e poi avevamo le varie attività che venivano comunicate la sera prima secondo la disponibilità dei mezzi, delle pattuglie, delle scorte o dell’Aeronautica quando ci dovevamo spostare con gli elicotteri. Non ci sono mai stati problemi e i programmi pianificati sono stati mantenuti, quindi significa che non abbiamo trovato situazioni di pericolo per le quali modificare  i nostri piani. Una volta usciti dalla base (in elicottero o sui mezzi blindati) sempre tra le nove e le dieci, seguivamo le attività dei militari: c’erano situazioni operative o ci portavano a visitare delle strutture come il carcere femminile o il cantiere del nuovo terminal dell’aeroporto. Massimo per le quattro e mezza – cinque si tornava alla base per questioni di sicurezza: diventa buio e fa freddo. Poi, tre ore prima di cena in press room a fare il riassunto tra noi giornalisti del materiale prodotto oppure a inviare testi e foto ai giornali; intorno alle otto  venivano a prenderci gli addetti stampa dell’Esercito, cenavamo con loro, poi di nuovo press room. Infine  chi voleva andava a dormire o se preferiva poteva farsi una birra (nella base ci sono birreria, pizzeria e ristorante) o ci facevamo ancora quattro chiacchere, non fino a tardi perché la mattina la levataccia era presto e soprattutto per la stanchezza per la tensione accumulata durante il giorno.

Assieme a te quanti altri reporter c’erano?

In totale durante la mia permanenza andavano dai sei ai dieci, tutti italiani.

Con alcuni siamo partiti insieme da Roma, altri sono arrivati qualche giorno dopo e altri ancora sono arrivati i giorni successivi, anche secondo la disponibilità dei mezzi di trasporto.

Eri preoccupato?

Tensione, quella sì ma preoccupazioni mai perché comunque vedevo la qualità del lavoro svolto dai ragazzi – per quanto posso capirne io –  e come erano preparati. Pur essendo in una situazione che per loro è già problematica e rischiosa si preoccupavano delle mie esigenze non solo professionali (trovarmi in posizione utile per scattare delle fotografie), ma soprattuto esigenze che noi nel mondo civile diamo per scontate: dalla banale riunione coi colleghi o bisogni fisiologici, una bottiglia d’acqua o quando si ha voglia di una sigaretta o di un caffè o a volte quando ci si guarda darsi anche un abbraccio o una stretta di mano. Queste sono cose importanti. La tensione va perché è un teatro operativo, una zona a rischio. Paura no perché mi sono sempre sentito protetto dalle persone che erano con me, perché nulla viene lasciato al caso. Lì non  è come negli uffici pubblici all’italiana “massì lo faccio domani, massì chissenefrega ci penserà un altro”. Se lì pensi solo una frase del genere qualcuno muore. Quindi il modo di vivere, di ragionare ma soprattutto di lavorare di questi ragazzi è il modo che dovrebbero avere tutti.

Hai avuto contatti con popolazione del posto ?

Non più di tanto, mi è capitato in città con alcune persone che erano lì in coda al carcere femminile per visitare i familiari. Ingenui, anche loro con la voglia di farsi fotografare e vedere la foto che gli hai fatto. All’interno della base ci sono i lavoratori locali, ho avuto modo di fotografarli ma non parlano inglese.

Come hai trascorso il giorno di Natale?

L’ho trascorso in pattuglia con il 66° Aeromobile di Trieste, siamo stati fuori con i mezzi blindati Lince; abbiamo fatto circa trenta chilometri, non tanti ma ogni incrocio va messo in sicurezza, ogni persona che si affaccia dal balcone è un problema, una persona che prende un cellulare va controllata, le moto che si avvicinano creano disagio perché non sai chi c’è sopra. Questo il 25 mattina, proprio mentre in Italia tutti quelli che criticano certe situazioni stavano mangiando ingrassando di cinque chili e i ragazzi là li stavano probabilmente perdendo.

A proposito, tu sei ingrassato o dimagrito ?

Né l’uno né l’altro, ho mangiato sempre molto bene comunque. Anche perché dietro c’è un gran lavoro di altri nostri ragazzi, importante come tutti gli altri, perché comunque tutti hanno necessità di mangiare e bere tutti i giorni. Nella base il servizio mensa funziona benissimo e a pranzo e cena quattromila persone mangiano, quindi immagina l’organizzazione che c’è dietro.

Dunque fisicamente non sei cambiato. E dentro ?

Eh bè, sono cose che sicuramente ti cambiano, ti fanno crescere, ti fanno apprezzare di più i rapporti umani, rivalutare molte delle cose che diamo per scontate tutti i giorni. Sì, sembrano luoghi comuni, però per parlarne credo che uno debba provarlo sulla propria pelle per poterlo dire realmente. Tutti possiamo dire “ooohh non abbiamo più valori” ma questo perché ? E allora forse se vivi una situazione del genere ti rendi conto di cosa sono i valori dell’amicizia, dell’amore fraterno, quanto valore ha una stretta di mano, quanto sia importante una pacca sulla spalla che ti viene data per il lavoro che stai svolgendo. Poi ritorni qua in Italia e ti rendi conto che non è più così, che hai vissuto un bellissimo sogno di dieci giorni in un luogo di crisi, situazioni devastate, con gli italiani. E dici “cavolo questi son sempre italiani, com’è che con loro qui all’estero ti trovi bene e torni in Italia non sono gli stessi ?”. Evidentemente non sono le stesse persone sennò avrebbero fatto altre scelte e non sarebbero qui in Italia a sputare merda nel piatto in cui mangiano.

Ti aspettavi che fosse così ?

Non mi aspettavo nulla, non mi ero fatto un’idea perché era una situazione che non conoscevo e che per fortuna non potevo conoscere. Quindi non avevo idee preconcette, sono andato aspettandomi di vivere qualcosa completamente diverso, quindi con la mente il più possibile sgombera da qualunque cosa per poterlo vivere con il minor numero di idee preconfezionate. “Quello che sarà sarà”, mi ero detto. E  ogni giorno era una scoperta.

Ci tornerai?

Sì, conto assolutamente di tornare in Afghanistan sia per ritrovare le persone che ho conosciuto e  sono ancora lì (intanto alcuni so che rientreranno a febbraio e conto di vederli in qualche maniera) sia  per – come ho detto all’inizio – terminare la documentazione di alcune situazioni che non ho avuto modo di trattare per questioni di tempo. E poi vorrei seguire il lavoro di altri nostri contingenti che lavorano in zone delle quali i giornali raramente parlano.

Per esempio? Cosa non hai avuto tempo di vedere in Afghanistan?

Volevo vedere l’orfanotrofio, l’ospedale pediatrico e andare in alcune piccole basi avanzate dove ci sono venti o trenta militari. E poi l’Afghanistan è bellissimo visto dall’alto, questo deserto giallo quasi rosso come Marte. Mi piacerebbe fare un reportage sulle rotte che i mezzi dell’Aeronautica e dell’Esercito affrontano tutti i giorni e documentare un paese che di solito è associato alla guerra. Guardiamolo dal punto di vista della natura, distanziamoci dagli uomini. La natura va al di là di certe situazioni, vederla dall’alto ti distacca. Paesaggi immensi che sì fanno paura ma sono affascinanti, il deserto ti rapisce. Sarebbe al di là delle dirette attività operative, estraniandosi e dicendo “le cose son diverse viste da qui”.

Tu sei sposato. Tua moglie come ha preso questa trasferta in una località non esattamente turistica?

Alla partenza da Torino le era uscita una lacrimuccia e mi aveva fatto un po’ effetto. Al ritorno invece aveva un bellissimo sorriso, un sorriso che non ricordavo. Non perché lo avessi dimenticato ma perché mi ha colpito come la prima volta che l’ho visto.

 

Alessandro Pino

 

 

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