C’è chi a Natale va in montagna in settimana bianca e chi invece, come il fotoreporter torinese Alberto Alpozzi, parte per lavoro alla volta di Herat in Afghanistan: sempre montagna (circa mille metri), ma in piena zona di guerra. Vi rimarrà una decina di giorni nella veste di fotografo “embedded” ossia accreditato per partecipare a una sorta di media tour organizzato dall’Esercito per documentare l’andamento della missione militare italiana. Una figura, quella del reporter “embedded”, nata ufficialmente con la Seconda Guerra del Golfo per venire incontro alle richieste dei media americani, insoddisfatti dell’accesso alle informazioni loro consentito nei conflitti immediatamente precedenti. Alberto parla dell’impegno che lo attende seduto a un tavolino di un bar della stazione Termini: è appena sceso dal treno con uno zaino e la valigetta delle fotocamere e manca ancora qualche ora all’appuntamento con i militari che lo accompagneranno al velivolo dell’Aeronautica diretto alla base italiana chiamata Camp Arena; l’itinerario esatto e le tappe sono ovviamente riservati per motivi di sicurezza. Anche se è già stato all’estero come fotografo e ha collaborato in passato con l’Esercito, questa è la prima volta che si reca in uno scenario operativo. Ammette di essere un po’ emozionato ma evidentemente nasconde bene lo stato d’animo, visto che risponde senza scomporsi quando gli viene chiesto come gli è venuto in mente di andare in Afghanistan, roba da meritare la fucilazione sul posto dell’intervistatore: «Per due motivi: è il mio lavoro, fa parte di esso portare agli occhi degli altri ciò che non possono vedere. Ci sono zone nelle quali per loro fortuna non tutti possono essere presenti. E poi perché è Natale e anche in patria si parla poco dei nostri soldati. È giusto che si sappia come vivono». Come detto, l’emozione c’è ma ci tiene a evidenziare la differenza tra la sua condizione e quella dei militari che seguirà: «Un po’ di ansia, sì, perché vado in una situazione che non conosco. Ma mi rendo conto che è nulla rispetto a quello che prova chi ci va in missione. Io ho tutta una serie di precauzioni e una scorta dedicata. In pratica sono un pacco postale». Al proposito, conclude riferendosi alla polemica – rinnovantesi periodicamente specie in occasione di attentati contro le Forze Armate italiane – che vorrebbe come principale motivo di partecipazione alle missioni estere le elevate indennità previste: «A quelli che muovono un’accusa del genere vorrei chiedere semplicemente: ma voi ci andreste, essendo disposti a lasciare per mesi tutti i vostri telefoni ultimo modello e i vostri social network in cui cazzeggiare ventiquattr’ore al giorno?».
Alessandro Pino
Archivio | 14:45
Natale in Afghanistan con i militari italiani per il fotoreporter Alberto Alpozzi
23 Dic- Commenti 2 commenti
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