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Archivio | gennaio, 2012

aggiornamento sul semaforo spento

29 Gen

…..è stato riparato. Quello con la lampada girata, invece, è rimasto così

Luciana Miocchi

…aggiornamento del tardo pomeriggio: addrizzato anche il semaforo a ponte storto

LM

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Settebagni: al semaforo davanti la chiesa, dopo il verde ko anche il giallo e il rosso – di Alessandro Pino

28 Gen

Uno dei due semafori che a Settebagni regolano l’immissione nel Raccordo Salario all’altezza della parrocchia di S. Antonio da Padova  è definitivamente fuori servizio. La luce verde aveva smesso di funzionare circa un mese fa, e già così si registravano numerosi tentennamenti tra i conducenti in prima fila, alla ripartenza dopo lo stop, con conseguenti  nervosi colpi di clacson da parte dei più impazienti. Improbabile che il guasto non sia stato segnalato a chi di dovere, dato che quel tratto di strada è quotidianamente percorso dai mezzi della Polizia Stradale e dei Carabinieri di stanza nel quartiere. Fatto sta che non solo nessuno è intervenuto per sostituire la lampadina ma da un paio di giorni si sono fulminate anche quelle del giallo e del rosso.

Alessandro Pino

 

Cartoline da Herat – Alberto Alpozzi racconta la vita a Camp Arena – di Alessandro Pino

22 Gen

Lo avevo incontrato alla stazione Termini di Roma, appena arrivato da Torino e in attesa di partire per Herat alla vigilia delle feste natalizie, giusto il tempo di una pausa della durata di poche decine di minuti. Alberto Alpozzi, fotoreporter di professione, andava in Afghanistan assieme ai militari del contingente italiano. Una decina di giorni in tutto durante i quali avrebbe documentato la vita quotidiana dei soldati della base chiamata Camp Arena. Ci siamo risentiti al suo ritorno, come mi aveva promesso. Questo è il racconto di quei giorni passati lontano da casa in un periodo in cui tutti vorrebbero essere in famiglia.

Il primo pensiero a portellone aperto?

Mamma mia che domanda…sai che non lo so…il primo era di prendere la telecamerina e riprendere l’uscita dall’aereo militare per avere il ricordo di quale è stato il primo impatto con l’Afghanistan però  nulla di particolare…

Vabbè, allora: l’ultimo a portellone quasi chiuso?

Che non volevo tornare! Che mi dispiaceva, che avevo centomila altre cose da documentare e da vedere, delle quali volevo portare testimonianza ma che per forza di cose non ho avuto tempo. E quindi la voglia di tornare assolutamente, il dispiacere di lasciare le amicizie che si sono formate in pochi giorni con i ragazzi, con molti dei quali continuo a sentirmi su Facebook quasi quotidianamente.

Quindi ti hanno accolto come…

…come uno di loro! Ricevo mail con scritto “sei uno di noi” ed è molto bello sentirlo dire da loro.

C’era una giornata tipo tua e dei militari ?

Una giornata tipo non esiste perché le condizioni variano in continuazione e tutto può cambiare. I programmi vengono sì prestabiliti, ma i turni delle varie pattuglie e i lavori che devono fare possono subire variazioni in ogni momento. Ci alzavamo alle sette e mezza, per le otto otto e mezza facevamo colazione e poi avevamo le varie attività che venivano comunicate la sera prima secondo la disponibilità dei mezzi, delle pattuglie, delle scorte o dell’Aeronautica quando ci dovevamo spostare con gli elicotteri. Non ci sono mai stati problemi e i programmi pianificati sono stati mantenuti, quindi significa che non abbiamo trovato situazioni di pericolo per le quali modificare  i nostri piani. Una volta usciti dalla base (in elicottero o sui mezzi blindati) sempre tra le nove e le dieci, seguivamo le attività dei militari: c’erano situazioni operative o ci portavano a visitare delle strutture come il carcere femminile o il cantiere del nuovo terminal dell’aeroporto. Massimo per le quattro e mezza – cinque si tornava alla base per questioni di sicurezza: diventa buio e fa freddo. Poi, tre ore prima di cena in press room a fare il riassunto tra noi giornalisti del materiale prodotto oppure a inviare testi e foto ai giornali; intorno alle otto  venivano a prenderci gli addetti stampa dell’Esercito, cenavamo con loro, poi di nuovo press room. Infine  chi voleva andava a dormire o se preferiva poteva farsi una birra (nella base ci sono birreria, pizzeria e ristorante) o ci facevamo ancora quattro chiacchere, non fino a tardi perché la mattina la levataccia era presto e soprattutto per la stanchezza per la tensione accumulata durante il giorno.

Assieme a te quanti altri reporter c’erano?

In totale durante la mia permanenza andavano dai sei ai dieci, tutti italiani.

Con alcuni siamo partiti insieme da Roma, altri sono arrivati qualche giorno dopo e altri ancora sono arrivati i giorni successivi, anche secondo la disponibilità dei mezzi di trasporto.

Eri preoccupato?

Tensione, quella sì ma preoccupazioni mai perché comunque vedevo la qualità del lavoro svolto dai ragazzi – per quanto posso capirne io –  e come erano preparati. Pur essendo in una situazione che per loro è già problematica e rischiosa si preoccupavano delle mie esigenze non solo professionali (trovarmi in posizione utile per scattare delle fotografie), ma soprattuto esigenze che noi nel mondo civile diamo per scontate: dalla banale riunione coi colleghi o bisogni fisiologici, una bottiglia d’acqua o quando si ha voglia di una sigaretta o di un caffè o a volte quando ci si guarda darsi anche un abbraccio o una stretta di mano. Queste sono cose importanti. La tensione va perché è un teatro operativo, una zona a rischio. Paura no perché mi sono sempre sentito protetto dalle persone che erano con me, perché nulla viene lasciato al caso. Lì non  è come negli uffici pubblici all’italiana “massì lo faccio domani, massì chissenefrega ci penserà un altro”. Se lì pensi solo una frase del genere qualcuno muore. Quindi il modo di vivere, di ragionare ma soprattutto di lavorare di questi ragazzi è il modo che dovrebbero avere tutti.

Hai avuto contatti con popolazione del posto ?

Non più di tanto, mi è capitato in città con alcune persone che erano lì in coda al carcere femminile per visitare i familiari. Ingenui, anche loro con la voglia di farsi fotografare e vedere la foto che gli hai fatto. All’interno della base ci sono i lavoratori locali, ho avuto modo di fotografarli ma non parlano inglese.

Come hai trascorso il giorno di Natale?

L’ho trascorso in pattuglia con il 66° Aeromobile di Trieste, siamo stati fuori con i mezzi blindati Lince; abbiamo fatto circa trenta chilometri, non tanti ma ogni incrocio va messo in sicurezza, ogni persona che si affaccia dal balcone è un problema, una persona che prende un cellulare va controllata, le moto che si avvicinano creano disagio perché non sai chi c’è sopra. Questo il 25 mattina, proprio mentre in Italia tutti quelli che criticano certe situazioni stavano mangiando ingrassando di cinque chili e i ragazzi là li stavano probabilmente perdendo.

A proposito, tu sei ingrassato o dimagrito ?

Né l’uno né l’altro, ho mangiato sempre molto bene comunque. Anche perché dietro c’è un gran lavoro di altri nostri ragazzi, importante come tutti gli altri, perché comunque tutti hanno necessità di mangiare e bere tutti i giorni. Nella base il servizio mensa funziona benissimo e a pranzo e cena quattromila persone mangiano, quindi immagina l’organizzazione che c’è dietro.

Dunque fisicamente non sei cambiato. E dentro ?

Eh bè, sono cose che sicuramente ti cambiano, ti fanno crescere, ti fanno apprezzare di più i rapporti umani, rivalutare molte delle cose che diamo per scontate tutti i giorni. Sì, sembrano luoghi comuni, però per parlarne credo che uno debba provarlo sulla propria pelle per poterlo dire realmente. Tutti possiamo dire “ooohh non abbiamo più valori” ma questo perché ? E allora forse se vivi una situazione del genere ti rendi conto di cosa sono i valori dell’amicizia, dell’amore fraterno, quanto valore ha una stretta di mano, quanto sia importante una pacca sulla spalla che ti viene data per il lavoro che stai svolgendo. Poi ritorni qua in Italia e ti rendi conto che non è più così, che hai vissuto un bellissimo sogno di dieci giorni in un luogo di crisi, situazioni devastate, con gli italiani. E dici “cavolo questi son sempre italiani, com’è che con loro qui all’estero ti trovi bene e torni in Italia non sono gli stessi ?”. Evidentemente non sono le stesse persone sennò avrebbero fatto altre scelte e non sarebbero qui in Italia a sputare merda nel piatto in cui mangiano.

Ti aspettavi che fosse così ?

Non mi aspettavo nulla, non mi ero fatto un’idea perché era una situazione che non conoscevo e che per fortuna non potevo conoscere. Quindi non avevo idee preconcette, sono andato aspettandomi di vivere qualcosa completamente diverso, quindi con la mente il più possibile sgombera da qualunque cosa per poterlo vivere con il minor numero di idee preconfezionate. “Quello che sarà sarà”, mi ero detto. E  ogni giorno era una scoperta.

Ci tornerai?

Sì, conto assolutamente di tornare in Afghanistan sia per ritrovare le persone che ho conosciuto e  sono ancora lì (intanto alcuni so che rientreranno a febbraio e conto di vederli in qualche maniera) sia  per – come ho detto all’inizio – terminare la documentazione di alcune situazioni che non ho avuto modo di trattare per questioni di tempo. E poi vorrei seguire il lavoro di altri nostri contingenti che lavorano in zone delle quali i giornali raramente parlano.

Per esempio? Cosa non hai avuto tempo di vedere in Afghanistan?

Volevo vedere l’orfanotrofio, l’ospedale pediatrico e andare in alcune piccole basi avanzate dove ci sono venti o trenta militari. E poi l’Afghanistan è bellissimo visto dall’alto, questo deserto giallo quasi rosso come Marte. Mi piacerebbe fare un reportage sulle rotte che i mezzi dell’Aeronautica e dell’Esercito affrontano tutti i giorni e documentare un paese che di solito è associato alla guerra. Guardiamolo dal punto di vista della natura, distanziamoci dagli uomini. La natura va al di là di certe situazioni, vederla dall’alto ti distacca. Paesaggi immensi che sì fanno paura ma sono affascinanti, il deserto ti rapisce. Sarebbe al di là delle dirette attività operative, estraniandosi e dicendo “le cose son diverse viste da qui”.

Tu sei sposato. Tua moglie come ha preso questa trasferta in una località non esattamente turistica?

Alla partenza da Torino le era uscita una lacrimuccia e mi aveva fatto un po’ effetto. Al ritorno invece aveva un bellissimo sorriso, un sorriso che non ricordavo. Non perché lo avessi dimenticato ma perché mi ha colpito come la prima volta che l’ho visto.

 

Alessandro Pino

 

 

Primo Torneo Municipale per Scuole Calcio: tutti vincitori e si sperimenta l’autoarbitraggio

21 Gen

(pubblicato su www.europagiovani.com)

 Si è svolto durante le festività natalizie (dal 23 dicembre al 4 gennaio) il Primo Torneo Municipale per le Scuole Calcio, organizzato dalla VIII commissione consiliare permanente per lo sport e l’impiantistica sportiva del IV Municipio e riservato a calciatori in erba di età compresa tra i cinque e i dieci anni (categorie Piccoli Amici e Pulcini). Giocato sui campi “Angelucci”, “Talenti” e “Salaria Sport Village”, il torneo ha visto la partecipazione di sei squadre del territorio municipale: Achillea, Fidene, Monte Sacro, Porte di Roma, Settebagni e Virtus Vigne Nuove. Al fine di esaltare lo spirito di partecipazione, si è deciso di non formulare classifica alcuna ma di premiare tutti i giocatori, con una cerimonia semplice, al termine di ciascuna finale, con una medaglia ricordo consegnata dal presidente della commissione sport, Marco Bentivoglio. Ancora più importante dal punto di vista culturale ed etico è stata la scelta dell’autoarbitraggio: si tratta di una novità di recentissima introduzione da parte della Figc, che prevede siano gli stessi bambini che disputano la gara – coadiuvati dai rispettivi tecnici e da un dirigente arbitro –  a gestirla, al fine di un più efficace apprendimento delle regole di gioco e dello sviluppo di una maggiore responsabilità da parte di tutti, genitori compresi.

Testo: Alessandro Pino

Foto: Luciana Miocchi

II Municipio – e il consigliere si rivolse alla Procura della Repubblica per ottenere un guard rail indispensabile

20 Gen

Era l’alba del 25 ottobre  quando un’auto, dopo aver sfondato una semplice ringhiera a lato della marciapiede che costeggia quel tratto di via Olimpica, fece un salto nel vuoto di una decina di metri, atterrando in un prato lungo la via di Tor di Quinto.

Sul posto intervenirono gli agenti di Roma Capitale e i vigili del fuoco. Fatale la mancanza di guard rail, che inizia solo pochi metri più in là, direzione salaria. Sembra che siano anni che la municipale segnala la cosa, senza mai ottenere la messa in sicurezza del tratto.

La questione è stata presa a cuore dal consigliere de La destra del II municipio Massimo Inches, ex funzionario di polizia locale in pensione, che agli inizi dell’anno, passati più di due mesi dall’incidente mortale, ha provveduto ad inviare una diffida al segretario direttore generale di Roma Capitale ed al direttore del VII Dipartimento perché provvedessero a far eseguire i lavori di adeguamento.

Il sedici gennaio, con un comunicato, il battagliero Inches ha poi dato la notizia di aver richiesto al Procuratore della Repubblica di aprire un’indagine penale per accertare se vi sono responsabilità personali su quella morte, perchè «per un episodio analogo la Corte D’Appello di Messina ha condannato nel 2011 i dirigenti del Consorzio Autostrade Siciliane a un anno e sei mesi per omicidio colposo plurimo», e ancora «un segnale forte e chiaro che la Sicurezza noi la pretendiamo nei fatti e non deve servire solo come slogan elettorale stampato sui manifesti».

Luciana Miocchi

una puntata di Serpentara Tv da rivedere

20 Gen

Se il Comune ne fa una questione di costi d’affitto improponibili per una struttura che necessiterebbe oramai di opere di ristrutturazione e manutenzione fatte come si deve, se si nomina un delegato per trattare con proprietà ed Ente gestore che porta delle soluzioni concordate che sembrano avere un senso, se le controparti non sembrano non rispondere o se ne lavano le mani, se la struttura viene occupata..

forse è il caso di rivedere questa puntata della trasmissione di Serpentara Tv dedicata alla ormai ex casa di riposo di Roma2. Il consigliere Arista avrebbe potuto non partecipare ed il programma nemmeno andare in onda. Ci mette le parole e la faccia, a testimonianza di un impegno formale. I privati, giustamente possono e devono fare quello che ritengono migliore per i propri interessi. La collettività ha il diritto di avere risposte convincenti

http://www.livestream.com/serpentara/video?clipId=pla_713abb76-2b55-4ace-bac3-60808363c6b3)

 

Luciana Miocchi

Il consigliere Arista, delegato alla sanità racconta “la cronistoria di un’ordinaria italica follia nella gestione della Casa di riposo di via Casal Boccone – di Concetta Di Lunardo

20 Gen

(pubblicato anche su http://www.agoravox.it)

Ad un anno dall’inizio delle mobilitazioni contro la chiusura della casa di cura “Roma2” di via Casal Boccone in IV Municipio, il bilancio è fallimentare:  proteste, atti votati all’unanimità e raccolte di firme non hanno scongiurato la chiusura voluta dal sindaco Alemanno e la Belviso. Quanto pesa, su tutta questa vicenda, la trattativa in corso sulla cementificazione di Casal Boccone? Mentre è in atto l’occupazione della struttura da parte dei Blocchi Precari Metropolitani nel tentativo di sottrarla alla speculazione, alla rendita e al profitto, il consigliere Alfredo Arista, delegato alla sanità e Presidente alla Commissione Bilancio e patrimoni del gruppo di maggioranza ( Pdl) in IV Municipio ripercorre nell’intervista “la dettagliata cronistoria di un’ordinaria italica follia nella gestione di una casa di riposo”-
Quali i costi di gestione della struttura?
La Casa di riposo Roma2 di via di Casal Boccone 112, nel 2008 accoglieva circa 70 ospiti di cui 56 autosufficienti gli altri avevano bisogno di cure particolari,  i dipendenti circa 50. A fronte di tali numeri reali, il Comune di Roma, corrispondeva alla F.im.it al quale l’Enpals, ente proprietario, aveva affidato la gestione dell’immobile per circa 1.400.000 euro. I costi complessivi della struttura, notevolmente sottooccupata, pesano al  Comune 5 milioni di euro l’anno! L’edificio necessita di interventi di manutenzione,  tanto che nel primo incontro da noi avuto con i responsabili di F.im.it, gli stessi si sono resi disponibili ad intervenire per un importo di circa 4.000.000 di euro per la ristrutturazione che avrebbe permesso l’agibilità di tutto l’edificio, Oggi alcuni padiglioni sono impraticabili per incuria e mal gestione, sempre in presenza di un rinnovo del canone di locazione da parte del Comune non inferiore al 1.380.000 euro che a loro parere era affitto congruo per tale struttura(inferiore di circa l’8% a quanto da loro percepito nel 2010).
Perché i dirigenti Fimit erano così sicuri di essere nel giusto nel richiedere un affitto così congruo?
Lo erano in quanto in possesso di un parere di congruità, per una struttura di tali dimensioni (circa 11.500 mq),  espresso da una dirigente del III dipartimento Patrimonio del Comune di Roma, ad aprile 2008, quando cominciò la trattativa per il rinnovo dei canoni. Considerato che la legge regionale 41/2003, regola in 120 il numero massimo di ospiti per struttura di accoglienza, per poter reggere tale affitto la struttura andava incontro a lavori di ristrutturazione importanti, magari prevedendo l’intervento della Regione, convenzionando una parte dei posti con una R.S.A., per poter accogliere almeno 240 ospiti in due aree recettive distinte che avevano in comune solo il reparto cucine, la lavanderia, l’area per la sterilizzazione e quella dei locali caldaie. Facciamo un passo indietro e speriamo che sia l’ultimo.
Quali i costi medi mensili per assistiti di una struttura del genere e la relazione con la decisione di chiuderla?
Oscillano tra i 300-400 euro per il soggiorno e arrivano ad un costo mensile tra 1500-1800 euro quando si aggiungono i costi dei materiali del personale, dei servizi, delle manutenzioni, che salgono per le RSA a 2100-2300 per i maggiori costi di medici e paramedici. I nostri circa 70 accolti a ”Romadue” costavano al Comune di Roma circa 6190 euro al mese (5.200.000/70accolti/12 mesi). I numeri chiariscono il fallimento e  l’insostenibilità da parte del Comune dell’impresa.
A settembre 2011 l’incontro voluto dai dirigenti di Fimit, che realizzano della chiusura al 31 dicembre 2011;
All’incontro è presente il Presidente Bonelli, con il quale lavoravo da mesi per trovare soluzioni sia di gestione che di abbattimento della lista d’attesa e ribadiamo che la struttura per riqualificarsi doveva accogliere un adeguato numero di ospiti, o non sarebbe stato possibile mantenerla aperta. A fine riunione ci viene chiesto di formalizzare una nuova proposta nuova di affitto che formuliamo a fine ottobre in sinergia col V dipartimento e l’Assessore competente, che ci hanno sostenuto, mettendo a disposizione le economie necessarie per poter portare a 240 il numero delle persone accolte in un posto che, finalmente ripristinato e ristrutturato, sarebbe stato reso fruibile anche da parte dei parenti degli accolti in visita.
Risposta mai arrivata, visto che gli anziani sono stati trasferiti
Attendevamo una risposta entro il 20 di novembre, termine ultimo datomi dal Comune per non iniziare le pratiche di trasferimento degli ospiti fino ad allora accolti. Il 10 novembre mi reco all’Enpals, proprietà della struttura,  per cercare un appoggio e  poter esercitare una qualche pressione positiva sulla Fimit.
Qual è stato il riscontro della proprietà?
L’incontro si concluse con gentili convenevoli e con la conferma del fatto che la Fimit aveva sì stipulato con loro un contratto di gestione e quindi il problema era di loro competenza, ma che in  tutto ciò avrebbero preferito lavarsene le mani. Realizzavo che il territorio avrebbe perso una struttura e che quanto mi stava a cuore, non era per Enpals una questione della quale curarsi!
La risposta da parte di  Fimit, alle vostre proposte per scongiurare la chiusura della casa di cura?
“La proposta da voi formulata non è accettabile perché più bassa di circa il 35% di quanto da noi richiesto (1.380.000 a fronte 860.000- 890.000 euro)  e in secondo luogo deve essere il Comune e non un ente terzo il nostro unico interlocutore privilegiato”.
Evidente che gli interessi in quell’area convergono in altre direzioni
I dilemmi dell’amara riflessione sono: è possibile vanificare un lavoro di mesi per non voler esporsi negli interventi necessari per poter rendere la struttura fruibile ad un numero congruo di ospiti? E’ possibile mandare in malora un edificio così importante per incuria, vista la presenza di un vincolo che non permette altre destinazioni d’uso della struttura almeno a breve termine? Si può essere così miopi da non capire che una struttura con un teatro reso un ripostiglio, una piscina tombata e quasi un ettaro tra parco e parcheggio mai soggetto a manutenzione negli ultimi 12 anni, debba avere un fondo di ammortamento per le manutenzioni ordinarie? Si può essere così trascurati e ottusi tanto da chiudere un piano per infiltrazioni di acqua (il 4° piano), senza ripararlo, in una struttura che ha reso oltre 15 milioni di euro di soli affitti, in 12 anni? Questo purtroppo accade anche se nutro speranza in un ripensamento e che il nuovo anno porti consiglio. Noi, da parte nostra, ci prodigheremo affinché, anche fuori tempo massimo, la casa di riposo “Roma2” di Via di Casal Boccone, possa tornare ad essere quell’importante polo di accoglienza per la terza età di cui i residenti e il territorio hanno ancora bisogno.

Concetta Di Lunardo

Sul posto dell’esplosione in via Deledda – aggiornamenti di Alessandro Pino

18 Gen

L’edificio, una costruzione bassa al civico 41 di via Grazia Deledda, all’angolo  con via Gaspara Stampa,  ospita anche l’ufficio postale di zona. Prima della rivendita di generi alimentari, al suo posto c’era una gelateria. Lo spettacolo che si mostra ai passanti è raccapricciante,  il cortiletto antistante è ingombro di resti informi: infissi distrutti, vetrine in frantumi con su quel che resta di vetrofanie dei prodotti venduti, serrande accartocciate, frigoriferi inutilizzabili. Anche i balconi sovrastanti, una parte di grondaia e la cancellata sono stati danneggiati. All’interno, uno spettacolo non dissimile da quello che di tanti altri scenari di incendi: scaffali e banconi bruciati, nulla è scampato al nero fumo. In strada c’è ancora parcheggiata una Opela Astra grigia che è stata colpita dai detriti, sulla sua carrozzeria sono ancora ben evidenti i segni lasciati dai rilievi dei Carabinieri. Ironia della sorte, per lo sfortunato proprietario oltre al danno c’è la beffa: in bella mostra, sul parabrezza la Municipale ha lasciato una contravvenzione. La macchina è stata multata perché il muso sta sopra le strisce pedonali. Se non ci fosse stato l’incendio probabilmente non se ne sarebbe accorto nessuno.  Il commento ricorrente tra i passanti: “sembra proprio uno di quei scenari dei serial sui racket delle estorsioni”. Intanto gli investigatori sono già all’opera, non tralasciano nessuna ipotesi.

Alessandro Pino

Chiude la libreria Fuorilemura di via dei Reti – ma non è colpa della crisi

18 Gen

(articolo pubblicato su http://www.europagiovani.com)

C’è un detto secondo cui quando muore un anziano è come se bruciassero dieci biblioteche. Anche nel caso inverso in cui sia una libreria a scomparire si avverte la perdita di qualcosa non definibile esattamente ma che lascia una sorta di vuoto non solo materiale. É quanto accade in questi giorni a Roma in via dei Reti, quartiere San Lorenzo, a un passo dalla Città Universitaria. Qui dal 2007 c’era la libreria “Fuorilemura”, condotta da due ragazzi, Tullia e Maurizio. Nel mondo del commercio massificato di oggi anche i libri sono entrati nell’orbita della grande distribuzione, che sia essa sinonimo di megalibrerie facenti parte di una catena o di ipermercati che accanto ai prosciutti e ai film in dvd hanno anche il reparto dedicato all’editoria. In un che per volontà delle stesse case editrici è sbilanciato a favore dei colossi commerciali l’unico modo che hanno i piccoli librai di attirare il pubblico è puntare da un lato su un rapporto con lo stesso che sia diverso da quello, asettico, che si instaura in un contesto dove un libro è considerato niente più che un codice a barre, una merce come un’altra; dall’altro, sull’organizzazione di incontri con gli autori, presentazioni di nuovi volumi, insomma iniziative che rendano il pubblico partecipe e non solo consumatore. Ed è proprio quello che avevano fatto Tullia e Maurizio, allestendo al piano inferiore della “Fuorilemura” una saletta per occasioni del genere. I problemi sono cominciati quando, due anni dopo l’apertura, un’infiltrazione d’acqua ha reso inagibile il locale riservato agli incontri, facendo venire meno proprio l’arma che consentiva alla libreria di sopravvivere nella lotta con i giganti. I due gestori ovviamente hanno cercato di ovviare alla situazione chiedendo alla proprietà dei locali di ripristinarne l’agibilità, ma senza risultato, nonostante due gradi di giudizio in sede civile fossero andati a loro favore – tanto per ricordare come funzionano le cose in Italia. Non c’è stato nulla da fare e alla fine, a malincuore, Tullia e Maurizio hanno deciso di chiudere, svendendo tutto ciò che era presente nella libreria, arredi compresi. Paradossalmente proprio la voce dei forti sconti praticati, diffusasi anche con il passaparola, ha portato numerosi clienti a varcare la soglia del negozio negli ultimi giorni di apertura per fare scorta di volumi interessanti alla metà del prezzo di copertina. Un’occasione imperdibile, seppur triste, per gli appassionati di ogni età: bambini, ragazzi e anziani davanti a tutti. I primi ad andare esauriti, gli scaffali di libri per bambini, poi quelli dei saggi e dei best seller. I due cronisti, andati per documentare, dimentichi che quando entrano in una libreria difficilmente escono a mani vuote, sono rientrati carichi di buste ma quasi in mutande. A qualcuno potrebbe forse venire in mente l’immagine degli avvoltoi che prosperano sulle altrui disgrazie, ma bisogna pensare che è anche un modo per aiutare i due sfortunati imprenditori a limitare i danni in attesa – ci si augura – di ricominciare in un’altra sede, possibilità che Tullia non esclude per un lontano futuro: adesso proprio non se ne parla perché il danno è stato grande, i tempi sono quelli che sono e anche la delusione per come sono andate le cose ha il suo peso. Mette tristezza che chiuda una piccola libreria in cui avevano creduto due appassionati – bisogna esserlo per forza per gestirne una – mentre prosperano sale slot e centri scommesse. L’amara consolazione è che tutti quei volumi andranno in casa di persone che li ameranno e che non li metteranno mai nella campana della carta da riciclare. La libreria è ancora aperta per pochi giorni, fino ad esaurimento libri.

Alessandro Pino e Luciana Miocchi

Scoppio nella notte in via Grazia Deledda, distrutto un negozio di generi alimentari

15 Gen

Un negozio di generi alimentari è andato completamente distrutto l’altra notte, in via Grazia Deledda. Verso mezzanotte i residenti hanno prima avvertito uno scoppio, poi hanno notato le fiamme. Le serrande di chiusura sono rimaste divelte, alcuni pezzi sono arrivati a danneggiare le auto in sosta,  i vigili del fioco hanno impiegato circa due ore per avere ragione dell’incendio. Sul posto sono intervenuti i carabinieri d compagnia Roma Montesacro. Ancora non chiare le cause  dell’evento.

Luciana Miocchi

Per cinque giorni Salaria a senso unico a Monterotondo

10 Gen

Per cinque giorni a partire da oggi, con orario 10-16 viene istituito il senso unico alternato su via Salaria, nel territorio di Monterotondo, tra i km 26,4 e 27,6 dalle dieci di mattina alle 16 del pomeriggio per consentire i lavori di allacciamento al casello autostradale della A1. Occhio a calcolare in più il tempo da trascorrere in fila, quando uscite di casa.

Luciana Miocchi

I Blocchi precari metropolitani occupano la struttura dell’ex casa di riposo di Casal Boccone

9 Gen

Domenica 8 gennaio la struttura di via di Casal Boccone che ospitava la casa di riposo Roma2, ufficialmente chiusa e smantellata al 31 dicembre 2011 è stata occupata da un centinaio di attivisti dei Blocchi precari metropolitani con un’operazione  studiata nei minimi particolari.

Hanno coperto tutte le superfici vetrate con lamine metalliche e steso vari striscioni stampati. Sul posto sono intervenuti blindati di carabinieri e guardia di finanza. Alle 15 la situazione sembrava essere di calma apparente. I furgoni dei reparti anti sommossa dei Cc e della polizia erano schierati lungo la rotonda, poco distante quindi, in attesa di ordini ulteriori.

All’entrata solo poche macchine “ufficiali” e alcune civette. Alcuni occupanti entravano ed uscivano liberamente ma mantenevano la consegna del silenzio. Tra di loro molti immigrati.

Tra i politici locali, immediata è arrivato il commento dei consiglieri Pd Riccardo Corbucci e Fabio Dionisi, che si sono detti contrari ad ogni genere di occupazione.

Questo il testo del comunicato diffuso dai Blocchi Precari Metropolitani e pubblicato dal sito http://www.contropiano.org :

“Per 42 anni la casa di riposo Roma II di via Casal Boccone ha fornito un servizio importante per il territorio e per la città. Nel mese di dicembre la struttura che ospitava 69 anziani (16 ultranovantenni), un polo geriatrico, un centro Alzhaimer e dove prestavano servizio 60 lavoratori, ha chiuso.
Gli anziani sono stati “deportati” altrove, gli operatori ricollocati e i macchinari smantellati.
Il tutto torna nelle mani della FIMIT e di Ligresti verso nuove lottizzazioni, nuovi profitti e nuove speculazioni immobiliari. Gli interessi sono molti e le mire quelle consuete dei signori del mattone.
Il ruolo svolto dal Comune e dal Sindaco è stato a dir poco superficiale. Sia nella gestione del trasferimento degli anziani, sia nell’approfondimento di possibili soluzioni che mantenessero il bene come servizio pubblico. Si è voluto mettere l’accento sull’onerosità dell’affitto piuttosto che sulla fondamentale funzione svolta dalla struttura socio-sanitaria.
La nostra iniziativa intende riaprire la questione. Molti e molte hanno lottato per difendere lo spazio senza riuscirci. Ora dopo la riappropriazione discutiamo insieme su come strapparlo alla rendita e alla speculazione finanziaria.
La crisi che tutti noi viviamo e il debito che ci vogliono imporre è costituito anche da queste privazioni. L’idea che dismissioni, privatizzazioni, liberalizzazioni, siano la panacea per uscire dalle difficoltà finanziarie di questo paese ci sta togliendo ogni sovranità sui beni comuni. Il patrimonio pubblico e strutture come quella di Casal Boccone non possono andare perdute e vanno difese ad ogni costo.
Noi non decidiamo più su come deve essere usato il territorio e ciò che è costruito. Assistiamo ad un consumo di suolo costante e vorace, ad un saccheggio delle risorse e dell’ambiente, senza che nulla serva per affrontare l’emergenza alloggiativa o la mancanza di spazi sociali e culturali. In più subiamo una precarizzazione costante del lavoro e tra gli altri soprattutto gli operatori sociali impegnati sul territorio e in strutture come questa ne pagano le conseguenze. Le nostre esistenze divengono sempre più precarie e il nostro presente sempre più sotto ricatto. Per non parlare del futuro con redditi incerti e diritti malfermi.
La mobilitazione intende riaprire in città un conflitto per la difesa dei beni comuni, della sovranità territoriale, della democrazia e della difesa dei diritti . alla casa, al reddito, ad un welfare di cittadinanza per autoctoni e migranti. Questa è la sicurezza che dobbiamo vogliamo e non quella del controllo di polizia sul territorio, utile solo a limitare gli spazi di democrazia e la libertà di movimento.”

Per martedì 10 gennaio i Blocchi hanno annunciato un’assemblea pubblica.

Si attendono ora le reazioni del resto del mondo politico.


Luciana Miocchi (testo) – Alessandro Pino (foto)

Settebagni: un semaforo da riaccendere – di Alessandro Pino

5 Gen

È ormai da parecchi giorni che uno dei due semafori che a Settebagni regolano l’immissione sul Raccordo Salario si trova non solo con il gruppo delle lanterne storto e quindi poco visibile – fatto che si verifica di frequente a causa del vento – ma per giunta con la lampada del “verde” spenta. Può sembrare un guasto da poco – sarebbe ovviamente più grave se ad essere fulminato fosse il “rosso” –  ma nella sua banalità crea un certo disagio: l’incrocio interessato è molto trafficato a tutte le ore ed è naturale che i conducenti cerchino di sfruttare il segnale di via libera fino all’ultimo secondo disponibile, onde evitare di attendere il completamento di un’altra sequenza di  luci. Con la lampadina del “verde”  fuori servizio la percezione del via libera non è immediata e in molti lasciano trascorrere attimi che in tempi di carburanti alle stelle (e forse anche di accresciuto stress) possono essere vissuti come uno spreco intollerabile di tempo e denaro. Da qui le salve di clacson che puntualmente risuonano quando chi si trova davanti si attarda a ripartire non vedendo la luce verde accesa. Considerando la probabilità che da quell’incrocio si lasci il quartiere per iniziare una giornata di impegni, è auspicabile evitare di farlo già carichi di nervosismo, condizione favorita al contrario proprio da una discussione per motivi di viabilità. Un semaforo funzionante magari non basta a cambiare la vita ma aiuta, come nella pubblicità delle caramelle.

Alessandro Pino

Casa di riposo “Roma 2”: ultimo atto – trasferito anche il centro Alzheimer, restano solo i vigilantes

5 Gen

(pubblicato su http://www.europagiovani.com/index.php?module=loadRubriche&IdCategoria=32&IdRubriche=317)

La casa di riposo di via di Casal Boccone è ormai ex. Corridoi silenziosi, arredi dismessi. Trasferito anche il centro Alzheimer. Tra poco, dietro i cancelli chiusi cominceranno a crescere rigogliose le erbacce che si impossessano di tutti i luoghi disabitati. La struttura intitolata a Italia Talenti a fine novembre era stata al centro di accese dispute politiche, suscitate dalla decisione del Comune di Roma di chiuderla perché ritenuta troppo onerosa per le casse cittadine, rispetto a soluzioni assistenziali alternative.

In quei giorni, le proteste iniziate mesi prima dai lavoratori delle cooperative impiegate nella struttura vennero rilanciate da un tam tam sui principali social network ad opera di alcuni comitati di quartiere, di semplici cittadini, di sindacati ed esponenti di partito che avevano capito la potenzialità dirompente dell’argomento. Invecchiare è una tappa d’obbligo per tutti, l’alternativa non è preferibile, come non immedesimarsi in un anziano che crede di aver raggiunto la stabilità affettiva e di routine di vita tanto necessari in un periodo dell’esistenza così delicato mentre invece viene invitato a cambiare di nuovo abitudini, compagni, ambiente.

Così l’abituale quiete del posto era stata rotta da animate manifestazioni. La serietà della faccenda era testimoniata anche dal calibro sempre crescente dei politici che si avvicendavano nel cortile, esprimendosi contro o a favore della dismissione, secondo il rispettivo orientamento. Diversi tra gli anziani residenti avevano voluto dire la propria ai giornalisti accorsi, raccontando i percorsi di una vita che li aveva portati a vivere in una struttura nel quale tutto sommato si trovavano a loro agio e che consideravano come una vera casa, con gli altri ospiti divenuti parte di una ricostituita famiglia e l’angoscia di dover ricominciare da capo ancora una volta.

Ad un certo punto era sembrato anche che potesse aprirsi uno spiraglio nelle trattative tra il Comune e la proprietà. Il consigliere municipale Alfredo Arista, Pdl, delegato a trattare con la proprietà ed il gestore aveva proposto di affiancare alla casa di riposo una struttura per anziani non autosufficienti, in modo tale da poter abbassare il costo di permanenza per ogni singolo utente, con i necessari lavori di manutenzione straordinaria a carico della proprietà. Il progetto era stato illustrato dallo stesso Arista durante la trasmissione di Serpentara Tv dedicata alla vicenda ( vedi http://www.livestream.com/serpentara/video?clipId=pla_713abb76-2b55-4ace-bac3-60808363c6b3)Stessa soluzione proposta dal Sindacato.

Il tutto, purtroppo,  si è risolto in nulla di fatto. Le volontà delle parti non si sono incontrate.I trasferimenti degli ospiti erano iniziati comunque, proseguendo mentre l’interesse per la vicenda dimostrato da quegli stessi politici che sembravano considerare la “Roma 2” il centro del mondo calava tanto repentinamente quanto era cresciuto poco prima. L’ultima partenza, quella che ha svuotato definitivamente la struttura è avvenuta il 31 dicembre. Ora della concitazione di quei giorni non è rimasto nulla: il piazzale antistante la costruzione è deserto, eccezion fatta per le auto delle guardie giurate che vigilano a scongiurare le probabili occupazioni e di un paio di pulmini che erano adibiti al trasporto disabili. Viene da chiedersi dove si trovano ora quegli anziani che avevano confidato a volti a loro sconosciuti la loro storia, la preoccupazione e anche la rabbia per essere stati dipinti in qualche articolo come dei disadattati dai capelli arruffati e dalla bocca sdentata.

Viene da chiedersi anche dove siano quei politici che avevano fatto a gara nell’apparire al fianco degli ospiti della “Roma 2”, alcuni dei quali si risentivano platealmente se non trovavano il proprio nome tra quelli citati negli articoli. E, infine, passando sulla strada che scorre ai piedi della collinetta, ci si chiede che fine farà lo stesso edificio, stretto d’assedio tra due ali di nuove costruzioni. Al momento l’area è vincolata dalla donazione Talenti. Gli edifici, già in parte inagibili, rischiano di divenire irrecuperabili. La proprietà per quanto sosterrà i costi di una vigilanza che sorveglia un bene che non produce nulla?

Luciana Miocchi e Alessandro Pino

Roma a mano armata

4 Gen
Questa sera, dopo le 22, una famiglia cinese e’ stata annientata per strada al casilino da due presunti rapinatori. Hanno ucciso il padre, ferito la madre e hanno sparato in fronte alla bambina di poco più di un anno, ammazzandola. Non e’ chiaro se fossero interessati a una borsetta con un incasso, o se si sia trattato di un’esecuzione. Cosa sta succedendo a questa città???
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