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Roma finita sottosopra – di Alessandro Pino

19 Ott

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Complici la giornata libera dai turni e un invito al Festival Della Diplomazia alla Stampa Estera in via Dell’Umiltà, decido di concedermi una botta di mondanità inconsueta per i miei standard facendo
un giretto nel centro storico della Capitale. Arrivo al parcheggio sotto Villa Borghese e lascio la macchina: i mezzi pubblici preferisco evitarli quando possibile perchè infrequentabili (e sono uno che in passato ha rinnovato di tasca propria  la tessera annuale) e le due ruote a Roma sono garanzia di un giro al pronto soccorso. Già nella galleria pedonale del parcheggio vedo che gli spazi pubblicitari lungo le pareti si sono ridotti di parecchio rispetto agli scorsi anni: indizio che a investire sono rimasti in pochi. Dopo aver schivato sui tapis roulant una cacca  (ho preferito non appurare se canina o umana ) spiaccicata esco su piazza Di Spagna e inizio il percorso: via Condotti, deviazione per Frattina, via del Corso, piazza di Trevi, arrivo. Mano fissa sul portafogli in tasca (per i documenti, mica per altro), un occhio alla strada e uno alle vetrine del lusso. Mica tanto: parecchi negozi che in passato avevano fatto scalpore con inaugurazioni i hanno chiuso i battenti. Le vetrine sono oscurate da pannelli di compensato o da fogli di giornale scoloriti. Nugoli di turisti a bordo strada mangiano in piedi gnocchi buoni per incollarci i manifesti da vaschette di plastica. Altri si sono arenati nei soliti ristoranti dove verranno pelati per una pizza scongelata. A Spagna e Trevi ci saranno più venditori di rose e bastoncini per selfie che turisti, secondo me a un certo punto se li venderanno tra di loro. Bancarelle con il solito calendario dei preti giovani e bellocci (lo venderanno da mezzo secolo al punto che i soggetti ritratti saranno oggi decrepiti). Il simbolo della decadenza rispetto al passato scintillante lo riconosco incrociandolo: un politico di successo degli anni Ottanta, già presidente praticamente di tutto, senz’altro iperagiato anche oggi – era uno degli indossatori di orologio sopra il polsino della camicia –  ma ormai curvo sotto il peso degli anni (credo veleggi verso l’ottantina): è la personificazione di una Roma brillante che non c’è più, sostituita da una pericolosa e maleodorante bolgia dove non funziona praticamente nulla.
(La prossima volta me ne rimango in borgata).

Alessandro Pino

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