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“Rogue One” : stavolta la Forza è fiacca – recensione di Alessandro Pino

15 Dic

Immaginate di recarvi in visita a casa di cari amici che conoscete da una vita e una volta entrati trovare gli ambienti familiari abitati invece da persone a voi sconosciute. Quel che è peggio, incontrare poi qualcuno dei volti a voi noti, ma rimanere sconcertati nel sentirlo parlare con una voce non sua o muoversi in un modo che vi sembra estraneo. Oltraggio finale: l’apparizione del nonno defunto da tempo e resuscitato ma con fattezze da 

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fotoceramica su una lapide. Questa è più o meno la sensazione che si ha durante la proiezione di “Rogue One – a Star Wars story”, ultima pellicola del ciclo di fantascienza Guerre Stellari (iniziato ormai nel 1977 da George Lucas) e diretta da Gareth Edwards. La storia ha un senso soltanto per chi già ha visto i film precedenti – essendo in pratica un ideale prologo dei fatti narrati nel capostipite – e verte sulla ricerca dei piani progettuali di una gigantesca e letale stazione spaziale al fine di trovarne il punto debole. Proprio però chi conosce e apprezza fatti e personaggi originali (la serie rappresenta da sempre un vero fenomeno di costume) ed era ingolosito dalla ventilata possibilità di rivederli in azione, rischia una cocente delusione che cerchiamo di spiegare senza fornire troppe anticipazioni: si attendeva in primis il ritorno sullo schermo del personaggio più noto della serie, Lord Darth Fener (qui chiamato col nome originario inglese “Vader” al contrario dei doppiaggi precedenti), dalla statura imponente, il respiro meccanico e il volto nascosto da una minacciosa maschera. Ebbene la sua presenza effettiva sullo schermo è davvero ridottissima (tutto il primo tempo trascorre nella sua vana attesa) e la voce del doppiatore italiano originale Massimo Foschi risente del peso degli anni tanto da farlo sembrare un altro. Il personaggio poi ha perso la tipica gestualità fornita da chi lo aveva interpretato nella trilogia originale non essendoci più nell’iconico costume nero  il sollevatore di pesi inglese David Prowse, oggi ultraottantenne. Paradossalmente, compare in un numero maggiore di scene un altro “villain storico”, il governatore Tarkin interpretato nel film del 1977 dal grande Peter Cushing. Unico particolare: Cushing è morto oltre venti anni fa ed è stato riprodotto al computer, peccato la cosa si veda lontano un miglio. Stessa procedura – anche se  l’attrice Carrie Fisher che la impersonava è viva e vegeta –  per la brevissima comparsata di un altro volto noto ai fan della serie, la Principessa Leila. Il resto del film – troppo lungo o troppo lento – è costituito da battaglie che sembrano più quelle di una pellicola sulla Seconda Guerra Mondiale che di fantascienza, personaggi nuovi che però non ritorneranno  (e già stiamo rivelando troppo)  tra cui il perfido Direttore Krennic – Ben Mendelsohn, un volto da dirigente di partecipata statale – e la ribelle Jin Erso, interpretata da Felicity Jones che almeno si aggiudica la palma della presenza femminile più gradevole di tutta la serie, dopo quattro decenni di autentiche patate lesse (dalla suddetta Fisher a Daisy Ridley de “Il risveglio della Forza” passando per Natalie Portman). In definitiva, un film che potrà capire solo chi ha visto tutti gli altri o almeno i primi tre (Guerre Stellari, L’Impero Colpisce Ancora e Il ritorno dello Jedi) ma che proprio per questo più di chiunque altro rischia di rimanere con l’amaro in bocca. Ultimissima nota dolente: vedendo il film ci si rende conto che di alcune scene proposte nei trailer durante i mesi passati…semplicemente non vi è traccia.
Alessandro Pino

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