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“Un Sacco Bello” quarant’anni dopo: Carlo Verdone scopre la targa al Palo della Morte in via Giovanni Conti- di Alessandro Pino

24 Lug

[ROMA] Quarant’anni dopo l’estate romana in cui si svolgono le vicende del film “Un Sacco Bello”, i fan della pellicola di Carlo Verdone diventata fenomeno di costume si sono ritrovati il pomeriggio del 24 luglio a via Giovanni Conti – come accade da tempo- nel punto in cui si trovava il “palo della morte”, il traliccio della corrente dove si danno appuntamento per un viaggio a Cracovia i due amici Enzo e Sergio, interpretati dallo stesso Verdone e da Renato Scarpa. L’elettrodotto di cui faceva parte il “palo della morte” é stato dismesso da anni, la città non si svuota più d’estate come nel 1980 e infatti i fedelissimi del film che partecipano alla scanzonata celebrazione sono stati numerosissimi, attirati dall’annuncio della presenza proprio di Verdone e Scarpa in occasione dello scoprimento di una targa celebrativa del quarantennale. A occhio varie centinaia di persone presenti, qualcuno ha parcheggiato a bordo strada un’Alfasud rossa come quella di Pasquale Ametrano, l’emigrato in Germania di “Bianco, Rosso e…Verdone”, successiva pellicola del regista e attore romano. Altri discutono tra loro sull’esatta collocazione originaria del traliccio, confrontando i fotogrammi del film su YouTube. A dispetto dei puristi, la targa commemorativa viene collocata ad alcuni metri dal luogo preciso. Altri ancora recitano le battute del film imparate a memoria, si intuisce che lo avranno visto almeno un migliaio di volte. Presenti in forze le troupe di più telegiornali. Vigili che regolano il traffico arginando l’assembramento che arriva ad occupare due marciapiedi e lo spartitraffico centrale con tanti saluti al distanziamento anti Covid. A un certo punto il traffico va in tilt ed è quello il segnale che Verdone è arrivato o almeno così dicono: si sente l’ovazione dalla folla sempre più estesa e concentrata, poi però si allontana e riprende l’attesa. Qualcuno mugugna anche perchè il sole picchia ancora sodo e comincia a diventare una prova di resistenza, c’è chi inizia ad arrendersi mentre filtrano attraverso il passaparola notizie sul fatto che Verdone stia rilasciando interviste nei cortili delle case popolari antistanti, quelle coi caratteristici cilindri di cemento, unico elemento del panorama rimasto nelle stesse condizioni del film, girato quando nei dintorni era ancora tutta campagna. Alla fine arrivano davvero, la folla fa spazio e si mette a cerchio: Carlo Verdone accolto dal presidente del Terzo Municipio, Giovanni Caudo, assieme a Renato Scarpa accompagnato dalla scrittore e regista Paolo Silvestrini. La targa viene scoperta e a quel punto gli argini si rompono, tutti si fanno attorno a Verdone ma i fan più attenti braccano Scarpa per foto, autografi e domande. D’altronde è un attore entrato nell’immaginario collettivo degli italiani per le sue interpretazioni in altre pellicole di culto come “Così parlo…Bellavista” di Luciano De Crescenzo e “Ricomincio da tre” di Massimo Troisi. Ma Renato Scarpa nel 1980 si aspettava che quarant’anni dopo ci sarebbe stato tutto questo? <Quando si fanno le cose si spera che vada bene ma questo è andato oltre, c’era una grande qualità umana sotto, nel grande affetto che Carlo ha per le persone, per la gente. Pieno di umanità e tenerezza, il lato buono della romanità, più zuccheroso di tutti, quando è cinico è più cinico di tutti>. Ci si allontana per tornare a casa con in mente la colonna sonora del film, scritta da Ennio Morricone- scomparso nei giorni scorsi e l’inconfondibile “fischio” di Alessandro Alessandroni.

Carlo Verdone e Renato Scarpa

A lato dell’appuntamento è doverosa una nota politica di precisazione: l’atto originario con il quale si proponeva la collocazione di una targa a ricordo del film “Un sacco bello” fu presentato in Consiglio municipale lo scorso anno dai consiglieri di opposizione Fabrizio Bevilacqua (Lega) e Roberta Capoccioni, ex presidente pentastellata del Terzo Municipio, ora assessore ai Lavori Pubblici nel Quinto.

Alessandro Pino

Per Margaret Thatcher mercoledì 17 funerali solenni al cospetto della Regina Elisabetta

10 Apr

thatcherDIR(pubblicato su http://www.di-roma.com)

Cala il sipario su uno statista che ha influenzato un’epoca. Per Margareth Thatcher, morta l’8 aprile, primo ministro della Gran Bretagna dal 1979 al 1990 il 17 aprile un funerale solenne al cospetto della famiglia reale, onore riconosciuto in passato fuori dalla famiglia reale solo a Sir Wiston Churchill e all’ammiraglio Nelson. Eppure nemmeno Elisabetta II l’aveva in simpatia, con quelle origini fin troppo umili. Venne eletta all’indomani del Winter of discontent, caratterizzato da black out, scioperi e proteste di piazza, con il regno sull’orlo di un baratro creato da una crisi economica e sociale senza precedenti. In undici anni a Downing Street, una nazione sul viale del tramonto economico tornò ad essere inclusa nella rosa dei paesi che influenzano la scena mondiale, a costo di una rivoluzione sociale ed economica non indolore. I suoi molti detrattori, ancora oggi, l’accusano di essere stata il boia della classe operaia, ricordando gli scioperi dei minatori del Galles e le morti in carcere per sciopero della fame dei dissidenti irlandesi. Ma fu eletta tre volte da quello stesso popolo che ora la ricorda con cartelli offensivi e nel 1990 le sue dimissioni furono propiziate dalla parabola discendente del suo astro politico, evento naturale che si verifica puntualmente ovunque nel mondo, tranne che in Italia.

L’antipatia manifestata nei suoi confronti, non sopita ma riaccesa dalla notizia della morte è il segno che la Thatcher è ancora ben impressa nella memoria popolare come la Lady di Ferro, soprannome guadagnato con lo spirito da guerriera che la portò a difendere con una guerra di un mese pochi scogli dall’altra parte del globo in nome della grandezza dell’impero britannico che fu e che non temeva l’impopolarità come sanno solo i grandi leader mentre i politici ordinari vorrebbero essere sempre acclamati.

Per ironia della sorte, di quel che era stata la sua grandezza non aveva più contezza, colpita come era stata da una impietosa forma di demenza senile.

Luciana Miocchi

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