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E tu, ricordi Edenlandia com’era? – di Alessandro Pino

17 Apr

Periodicamente, come anche in questi giorni, si torna a parlare di una possibile riapertura di Edenlandia, lo storico parco di divertimenti di Napoli Fuorigrotta, ispirato a Disneyland e da cui presero a loro volta lo spunto i grandi parchi a tema del Nord Italia che oggi vanno per la maggiore. L’ultima volta che ci misi piede fu a fine anni Novanta ma già il tempo dello splendore era passato. E allora proviamo a percorrere un ideale itinerario tra le attrazioni, ambientato temporalmente tra gli anni Settanta e Ottanta, il momento di massimo sviluppo: entrati sotto i famosi archi in cemento – secondo alcuni vestigia di un precedente parco di epoca mussoliniana, tanto che starebbero a simboleggiarne la lettera Emme – le zaffate dell’antistante giardino zoologico venivano subito sostituite dall’inebriante aroma delle graffe fritte, cucinate da un locale nel piazzale di ingresso. Sulla destra, un suono di scatti metallici annunciava la salita dei vagoncini lungo la rampa di partenza dell’ottovolante “Mont Blanc”: un esperienza terrificante, tanto più che – almeno per quanto io ricordi – non erano dotati di fermi di sicurezza per i passeggeri e bisognava appigliarsi disperatamente a delle maniglie sul bordo, roba che oggi lo farebbero chiudere in quattro e quattr’otto con fiumi di polemiche su giornali e talk show. Di fianco c’era la stazioncina di partenza e arrivo del treno, anzi dei treni perché i convogli erano due, trainati da locomotive “finto vapore” (in realtà diesel a due tempi) ispirate a quelle del vecchio West. Avevano anche un nome, una mi pare si chiamasse “Genoa” e sembra che almeno una provenisse da un dismesso parco di divertimenti che si trovava nella Villa Comunale sulla Riviera di Chiaia. Nei giorni di pienone (sabati e festivi) erano in servizio entrambi i convogli, altrimenti uno era tenuto a riposo, parcheggiato su un binario secondario. Il percorso – una vera ferrovia a scartamento ridotto – comprendeva anche un viadotto che passava sopra il laghetto (vabbè, la pozzanghera essendo alto pochi centimetri) del Galeone e dei motoscafetti di cui si parlerà più avanti e il posto migliore secondo me era sul tender proprio dietro alla locomotiva. Nella stazione del treno c’erano appesi tabelloni pubblicitari del bambolotto Cicciobello e uno dell’Ente Turistico di Ischia, disegnato da Puppo. A proposito di vecchia America: un giro tra pellerossa e cowboys era immancabile nell’attrazione omonima, in origine con figuranti in carne e ossa e cavallini veri in sella ai quali compiere il tragitto. Poi i figuranti vennero sostituiti da pupazzi alcuni dei quali collegati a un altoparlante e gli equini da automobiline e cavallucci meccanici che si muovevano lungo due binari paralleli. A un certo punto i cavallucci meccanici furono tolti e rimasero solo le automobiline, come pure non venne più distribuito alla partenza il copricapo di carta da finto pellerossa sponsorizzato dai gelati Algida. Di fianco alla Vecchia America da un lato c’era il Drago Cinese con il fiocco appeso a un pallone da acchiappare al volo per vincere un altro giro, dall’altro la Casa dei Fantasmi (si chiamava così?) con la facciata – faccione mostruoso. Detta casa era spaventosa sì ma mai quanto il complesso formato dal Galeone e dal Castello di Lord Sheidon: si entrava prima nel Galeone (in realtà una costruzione al centro del finto laghetto) arrivandoci con una zattera che si muoveva su dei binari nascosti sotto il pelo dell’acqua (grazie al colore a dir poco putrido della stessa), si entrava nel vascello tra pupazzi parlanti e da lì su un ponte volutamente in apparenza malfermo si arrivava al Castello che da fuori sembrava quello di Biancaneve, dentro quello di Dracula. Si era accolti da un quadro raffigurante il padrone di casa, Lord Sheidon appunto, le cui fattezze man mano che i secondi passavano diventavano quelle di uno scheletro in un cambiamento terrificante. Poi il quadro fu sostituito da un busto animato in finto marmo molto meno spaventoso. Del percorso dentro al Castello ricordo poco se non che ci fosse una stanza con il soffitto che si abbassava minacciando di schiacciare i presenti che venivano fatti uscire da una porticina all’ultimo secondo. Sul laghetto attorno al Galeone si muovevano dei minuscoli motoscafi per bambini: anche qui si trattava in realtà di una sorta di vagoncini galleggianti a pelo d’acqua che si spostavano, mossi mi pare da un motore ad aria compressa, lungo un binario sotto la superficie e il volante di cui erano dotati era perfettamente finto, per la frustrazione dei piccoli scafisti che lo giravano senza mutare di un centimetro la rotta del natante. A loro modo erano maggiormente delle vere imbarcazioni i tronchi galleggianti con il loro percorso sul fiume sopraelevato, terminante in una cascata in fondo alla quale il bagno era assicurato per chi sedeva davanti. Un’attrazione che durò pochi anni fu l’Alpen Blitz, una specie di ottovolante in scala ridotta ma su cui si era sottoposti a notevole forza centrifuga; se non mi sbaglio fu costruito al posto di un preesistente circuito di automobiline elettriche e poi smantellato anch’esso. In mezzo a tutto questo, giostre più convenzionali (gli elefantini, le tazze, le astronavine, l’autoscontro, la ruota panoramica, le automobiline e i cavallucci fissi sulla piattaforma girevole) e una sala giochi molto fornita per il periodo (ci vidi, appena usciti i primissimi videogiochi al laser come Dragon’s Lair e Firefox). A terra era difficile trovare cartacce, anche perché era divertente gettarle nella bocca dei porcelli ghiotti di immondizia che nascondevano i bidoni per la medesima. Questo è il ricordo che ho della Edenlandia storica e immagino sia lo stesso che condividono tanti altri, preservandolo dalla decadenza e dalla amarezza per la chiusura che vennero dopo.
Alessandro Pino

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Ginnica3: dal Terzo Municipio ai vertici della ginnastica italiana – di Alessandro Pino

29 Dic

Nuovi prestigiosi risultati hanno recentemente arricchito il palmarès della Asd Ginnica3, società nata nel 2010 legata al territorio del Terzo Municipio della Capitale che nel giro di pochi anni è cresciuta fino a contare oltre duecento iscritte conseguendo successi tali da ricevere due anni or sono il “Premio Montesacro”. A fine novembre si è tenuta a Forlì l’ultima tappa dei Campionati di serie B1 di

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ginnastica ritmica in cui la Ginnica 3 ha ottimamente figurato. Inoltre due importanti titoli sono recentemente arrivati dalle atlete Chiara De Simone e Martina Galoppi, rispettivamente campionesse regionali di categoria Fgi junior e allieva. «Abbiamo davvero spaccato quest’anno – commenta Antonella Murru, istruttore federale e socia fondatrice della Ginnica3 assieme alle sue colleghe Paola Di Iorio e Marina Bagnato – questa finale ci ha inserito nelle migliori quattro società del Lazio e tra le prime trentanove squadre italiane gareggiando di fronte a una giuria internazionale comprendente la direttrice tecnica nazionale Marina Piazza ed Emanuela Maccarani, allenatrice delle azzurre alle Olimpiadi di Rio. Per quello nuovo, tantissimi progetti ed il sogno di arrivare sempre più in alto facendo un ottimo lavoro dalla formazione al promozionale fino all’agonismo di alta specializzazione». Certo, risultati così lusinghieri sono possibili solo se si può contare su un gruppo di collaboratori fidati e affiatati: «Ci tengo molto a ringraziarli tutti – conclude Antonella – da Marianna 

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Ombrosi e Martina Alicata Terranova (già nel team Italia) – e Chiara Mantoni, Ludovica Cardinali, Giorgia Zelli, Ilaria Giaccio, tutte tecniche federali, alla segretaria Stefania Segatori. Uno staff che lavora duramente ogni giorno nelle strutture del nostro Municipio offrendo un servizio di alta qualità sul territorio».
Alessandro Pino

Il grande cuore del Terzo Municipio in aiuto delle vittime del terremoto (ma servono più scatoloni e assorbenti) – di Alessandro Pino

25 Ago

I cittadini del Terzo Municipio stanno rispondendo in massa alla richiesta di aiuti materiali per le vittime del disastroso terremoto che ha raso al suolo Amatrice e altre cittadine

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limitrofe. Nella sede municipale di piazza Sempione dalla mattina del 25 agosto stanno arrivano di continuo persone cariche di generi di prima necessità. Il materiale viene raccolto e smistato da volontari tra cui anche la presidente del Municipio, Roberta Capoccioni, l’assessore alla Scuola Gilberto Kalenda e le consigliere Donatella Geretto e Francesca Liuzzi. Piazza Sempione è gremita di macchine in sosta per scaricare gli aiuti, i corridoi e le stanze del Municipio brulicano incessantemente. I materiali richiesti – esclusivamente nuovi e confezionati – sono: vestiario (incluse coperte e biancheria), generi alimentari (non deperibili a lunga scadenza come pasta, riso, omogeneizzati, cibo per animali, scatolame) e prodotti per la cura della persona come la carta igienica e soprattutto – così viene 

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riferito – assorbenti intimi. Servono inoltre tanti scatoloni per imballare il tutto. La sede del Municipio rimarrà aperta fino alle 18 del 25 agosto e si prevede la raccolta anche per il 26 sempre con orario dalle 10 alle 18.

AGGIORNAMENTO:
la raccolta ha avuto un tale successo da dover essere sospesa per la enorme quantità di materiale portato dai cittadini quindi la presidente Capoccioni ha comunicato che il 26 agosto in Municipio NON sarà effettuata.

Alessandro Pino

Due frammenti da un terremoto: una mamma morta col figlio sotto le macerie, un soccorritore – di Alessandro Pino

24 Ago

Nadia aveva compiuto quarantaquattro anni da pochissimi giorni e suo figlio Francesco a settembre sarebbe andato in terza elementare. Lei gestiva con il marito un negozietto di frutta e verdura a Tor Lupara – centro abitato di oltre ventimila abitanti facente parte del comune di Fonte Nuova, appena fuori Roma – aperto sulla Nomentana dal padre tanti anni

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prima quando ancora non ci abitava quasi nessuno. La famiglia era originaria di Amatrice e lì avevano ancora una casa dove trascorrevano le vacanze, come tante altre persone che vivendo e lavorando altrove  tornavano per le ferie in quello che fino alla notte del 24 agosto era un paese inserito tra i cento borghi più belli d’Italia, famoso nel mondo perchè vi ha avuto origine un piatto di pasta. Nadia e Francesco sarebbero rientrati a Tor Lupara per settembre e invece sono morti sotto le macerie di quella casa, crollata come quasi tutto il paese.

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Maurizio ha un bed and breakfast in provincia di Rieti, nel programma che di solito propone ai suoi ospiti c’è anche un tour in fuoristrada nei dintorni: fuoristrada di quelli seri, non quelli finti per fare scena fuori il bar alla moda, per capirci. Stavolta la jeep l’ha usata per un giro ben poco piacevole, portando soccorsi tra i paesi colpiti, anche se in alcuni posti tutte le vite erano state spezzate ed era rimasto ben poco da fare. Riferisce che c’è bisogno di coperte, pannolini, derrate alimentari, prodotti per l’igiene, batterie stilo e ministilo e gasolio.

Alessandro Pino

(si ringrazia per le foto Maurizio Sallusti)

Laura Fusetti, scrittrice con il culto della romanità – di Alessandro Pino

31 Gen

Una scrittrice che vive e lavora nel territorio del Terzo Municipio di Roma Capitale, cultrice della romanità (ha vinto i più prestigiosi concorsi poetici in lingua romanesca) al punto di diventare anche editrice: questo il biglietto da visita della

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letterata Laura Fusetti.  «Una passione di famiglia – racconta seduta alla sua scrivania – mio nonno era amico di Trilussa, scrivevano e passeggiavano insieme, ho ritrovato delle poesie scritte da lui e ho cominciato a scrivere anche io dei sonetti  ironici nei confronti di amici e parenti, poi ho cominciato a scrivere poesie libere e infine traduzioni. Ho sempre amato moltissimo il latino e traducendolo in romanesco – per la cui conservazione mi batto – mi sono resa conto che per molte parole non serviva il passaggio intermedio in italiano. Ho pubblicato un libro intitolato “Le storie che fanno la storia” (con la prefazione di Marcello Teodonio, vincitore del Premio Montesacro 2015) che raccoglie sonetti, poesie libere e traduzioni dal latino in romanesco. Poi ho dato vita a “L’aura di Roma editrice” pubblicando vari libri tra cui l’Apollo Buongustaio, fondato cinquant’anni fa da Mario dell’Arco di cui ora curo l’edizione. Si tratta di una antologia di letteratura gastronomica che esce annualmente. Inoltre ho creato il concorso “Rustica romana lingua” che è l’unica antologia che raccoglie prose in dialetto romanesco e per questo è stata adottata da professori universitari».
Alessandro Pino

(pubblicato su “La Voce del Municipio”)

La città eterna: Un certificato al tempo delle ferie

12 Ago

bannersfumatogiallo3_d0Ci si ritrova spesso a descrivere dettagliatamente quel che non funziona, quello che viene ignorato, i danni dell’incuria o dell’ignoranza. Questa volta però voglio condividere un momento felice.

Già dover andare dietro a delle noiose pratiche burocratiche non è piacevole, nella settimana che precede il ferragosto figuriamoci. Costretta obtorto collo a dover frequentare gli uffici anagrafici di via Fracchia entro a testa bassa e umor nero, pronta a buttar via una mattinata tra urla, impiegati dalla faccia tetra per essere costretti dietro il vetro all’11 di agosto, aria condizionata non pervenuta, attese snervanti e orari ridotti.

E invece.

Ritiro il numeretto che avverte di 58 persone in fila prima di me. Panico. Entro nella sala d’aspetto pronta al corpo al corpo. Sei sportelli aperti. Gente seduta, forse rassegnata alla fila o solo semplicemente fiaccata dalla pioggia mattutina o dall’afa fuori. Mi accorgo della temperatura piacevole, il climatizzatore funziona. I numeri si rincorrono sul display ad un intervallo ragionevole. Gli operatori magari non sorridono troppo ma nemmeno io se è per questo.

Mezz’ora a smanettare sullo smartphone e arriva il numero giusto. Sorriso all’impiegata che presa visibilmente alla sprovvista, fa altrettanto. Buongiorno, buongiorno. Timbri, firma, ritiro, saluti.

Forse durante il resto dell’anno ci accapigliamo perchè siamo in troppi a far la fila. O forse sono pochi gli operatori allo sportello. Che poi è la stessa cosa. Essere romani a Roma non è facile.

Luciana Miocchi

All’improvviso, una bambola stropicciata

18 Feb
divisa d'ordinanza
Qualche mese addietro, a Roma
* * *
Rientro a casa da sola, dopo una bella serata tra amici. Mancano venti minuti all’una e le strade sono vuote, ci sono cinque gradi ed una nebbia densa che se la stringessi tra le mani sicuramente scivolerebbe via a gocce. Butto una rapida occhiata in direzione dei marciapiedi, abitudine automatica dei giornalisti di strada, un po’ come i cani annusano l’aria ad intervalli regolari, senza un motivo preciso.
La zona è quella battuta regolarmente dalle puttane ma stasera sembrano non aver preso servizio e sarebbe normale visto il periodo, il freddo, l’ora e il clima affatto invitante.  Invece due di loro mi si parano davanti all’ultimo palo della luce prima dello svincolo. Una è particolarmente giovane, il suo aspetto mi colpisce come un pugno allo stomaco. Ad occhio e croce avrà quindici anni, l’età denunciata dai lineamente ancora tondeggianti, le labbra cherubine, le cosciotte informi che solo un’adolescenza non ancora finita sa disegnare così. Ha i capelli decolorati goffamente, un viso talmente pallido da sembrare imbiancato con il gesso, calze a rete con sopra nulla. Sembra una bambola stropicciata, maltrattata da una bimba capricciosa e gettata via con noncuranza su un marciapiede di periferia. Mi domando quale razza di imbattibile solitaria e velenosa perversione può spingere un uomo a cercare prostitute poco più che bambine in una notte fredda e umida come questa..
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