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Foibe. Sotto il polverone tra la destra e la sinistra municipali, il consueto degrado – di Alessandro Pino

11 Feb

– di Alessandro Pino, pubblicato su http://www.di-roma.com

protestafoibe«Hai letto i comunicati riguardanti la polemica sulle foibe tra la consigliera municipale di Sel Valeria Milita e i suoi colleghi dell’opposizione di centrodestra? Scriveresti  qualcosa al riguardo?».  Ecco qua, per una volta che – più per stanchezza e rassegnazione – mi ero tenuto alla larga dalla tastiera, arriva una nuova occasione per farmi mandare a quel paese dai personaggi di cui sopra. Visto che ci siamo, ecco in breve l’antefatto: alcuni giorni fa, durante un consiglio municipale nel quale dovevano essere approvati degli atti presentati dall’opposizione sulla giornata del ricordo delle vittime delle Foibe, la maggioranza ha abbandonato l’aula poco prima della votazione. A detta della minoranza la consigliera Milita si è lasciata andare ad affermazioni giudicate avventate, quello che sappiamo lo abbiamo appreso dai vari comunicati stampa dei gruppi municipali, alquanto in contrasto tra loro, non si tratta quindi ovviamente di una conoscenza diretta perché le sedute in streaming sono ancora al di là da venire. Insomma, come prevedibile  gli strali dei consiglieri di centrodestra hanno colpito sia la Milita che il presidente del Municipio Paolo Marchionne, accusato di essere ostaggio di una sinistra radicale e antagonista.  Le proteste sono culminate durante il Consiglio straordinario tenutosi in esterna a Villa Spada e alla fine i consiglieri di centro destra hanno provveduto in proprio con una breve cerimonia davanti la targa affissa nei locali di via Fracchia durante l’amministrazione Bonelli, alla quale però non hanno partecipato né Marchionne né i consiglieri di maggioranza. Nel resto della città diversi muri  sono stati vandalizzati con scritte di dileggio verso chi era stato gettato nelle foibe e persino il cantante Cristicchi ha ricevuto insulti e minacce per aver portato in scena  “Magazzino 18”, uno spettacolo teatrale su quell’orrore.  Sui social network peggio ancora: lì per partecipare al coro di urli nemmeno serve prendere una bomboletta imbrattando una parete, basta premere un tasto seduti in poltrona.

Ora, io non riproporrò la riflessione moraleggiante sul fatto che non ci dovrebbero essere vittime di esclusiva della destra e della sinistra (come in realtà avviene) e si dovrebbe celebrare tutti assieme la Memoria  o il Ricordo: l’hanno già formulata firme ben più illustri e famose di quella che sta in fondo a questo articolo.

Io vorrei solo invitare a guardare cosa c’è sotto una gazzarra che – come in altre occasioni – appare sapientemente concordata tra le parti per nascondere la reciproca inadeguatezza, le rispettive magagne nella conduzione del territorio, grande o piccolo che sia. In particolare a Roma e nel Terzo Municipio, sotto il polverone ci sono ancora le buche disastrose apertesi dopo gli allagamenti di ormai oltre una settimana fa e che nessuno è andato a chiudere.  Mostruoso morire in un lager in Polonia o in un crepaccio del Carso, però signore e signori non è simpatico nemmeno ammazzarsi in motorino perché si è finiti con una ruota dentro una di quelle buche o in un tombino rimasto scoperchiato da quando qualcuno si è fottuto  il tappo e nessuno lo ha rimesso. E non serve dire ipocritamente “andate piano” perché le strade sono spesso completamente al buio e non si vede niente. Per tutto questo il dito andrebbe puntato proprio verso quei personaggi che tanto strillano da una parte o dall’altra. Ovviamente sono anche loro cittadini con delle loro opinioni sui grandi temi, ci mancherebbe se non le potessero legittimamente esprimere,  per carità; ma qui si è perso volutamente di vista il fatto che sono politici locali e del locale dovrebbero occuparsi nella loro attività. Invece è molto più comodo, molto più furbo aizzare la rispettiva claque con furbe dichiarazioni che puntualmente hanno l’effetto di distogliere l’attenzione da un degrado sempre più preoccupante e del quale non possono dire “io non c’entro” perché o ieri o oggi alla guida del territorio qualcuno formalmente c’era: e questo qualcuno sono proprio loro, guarda caso.

Alessandro Pino

www.lucianamiocchi.wordpress.com e il canale youtube

8 Mag

Questa sera http://www.lucianamiocchi.wordpress.com inaugura il canale youtube con un video realizzato da Alessandro Pino . Stay tuned!

Un nonnino costretto a dormire in treno perchè non ha più una casa. Il Comune di Torino risponde – di Alessandro Pino

25 Apr

foto A. Pino

foto A. Pino

“Ultraottantenne italiano costretto a dormire sui treni dopo lo sfratto”: la notizia era di quelle che a parecchie persone fanno davvero girare le scatole, specialmente di questi tempi in cui divampano polemiche sulle risorse economiche destinate al mantenimento dei sempre più numerosi stranieri giunti in Italia su qualche barcone. L’avevo trovata nel mio giro mattutino in quella piazza telematica che è Facebook (l’altro social network, quello dei cinguettii, devo ancora capire come funziona) e non aveva l’aria di essere una bufala messa in giro da qualcuno alla ricerca di consensi facili: gli articoli apparsi sulla pagina personale di uno tra i miei contatti più affidabili erano  pubblicati da testate ben note e c’era anche un filmato. La vicenda presentata era quella, appunto, di un anziano e distinto signore piemontese privo di mezzi economici che dopo aver perso la casa si era adattato a vivere sui treni da e per la stazione di Torino Porta Nuova, viaggiando gratis sui convogli in virtù di un permesso speciale riservato agli invalidi. Fossimo stati giornalisti di quelli forniti di mezzi e risorse in quantità, ce ne sarebbe stato abbastanza per partire di corsa alla volta della ex capitale sabauda. Purtroppo però non facciamo parte di quel fortunato novero (non ancora, almeno!) però la storia era di quelle che grida davvero vendetta per rimanere con le mani in mano. Dietro suggerimento del suddetto contatto (la scrittrice mantovana Anna Talò, giornalista anch’essa) spedisco allora una mail alla casella elettronica che il Comune di Torino ha destinato a chi voglia rivolgersi al sindaco Piero Fassino (o più verosimilmente ai suoi collaboratori). Lo faccio con non troppa convinzione, dubitando persino che qualcuno legga il messaggio e già pregustando di poter produrmi in una delle mie consuete tirate sulle istituzioni e sui politici italiani che se ne fregano dei loro connazionali. Un paio di mattine dopo, squilla il cellulare (il cui numero avevo comunicato nella missiva) e sullo schermo leggo una serie di cifre che comincia con 011, il prefisso di Torino.

 All’altro capo della linea, un funzionario dell’amministrazione torinese mi comunica di aver letto la lettera informandomi altresì che la vicenda era da tempo a conoscenza delle autorità e che però l’anziano signore che vive sui treni non le aveva più contattate. Il mio interlocutore mi chiede poi se per caso io conosca personalmente l’ottuagenario in modo da poter fornire notizie più precise, essendo il suo ultimo indirizzo noto quello della casa da cui era stato sfrattato. Ovviamente rispondo che no, non lo conosco, suggerendo che sarebbe il caso di farlo cercare in stazione dai vigili urbani o dagli assistenti sociali, visto che nei servizi televisivi la persona in questione è apparsa molto familiare ai frequentatori abituali dello scalo ferroviario e quindi di agevole reperibilità. Il funzionario replica – forse punto nella sua professionalità? – che proprio questo è il loro mestiere e che si sta già procedendo in tal senso. Segue un breve ringraziamento reciproco all’insegna della cortesia di circostanza (non per nulla ho qualche avo torinese). Qualche telegiornale ancora si occupa della vicenda che spero si risolva; se accadrà, il merito ritengo vada anche al tam tam consentito dalla rete a volte troppo criticata e – ne va dato atto – al Comune di Torino, presso il quale evidentemente qualcuno legge davvero le lettere scritte dai cittadini.

Alessandro Pino

L’Aquila – anno IV D.T.

7 Apr

raduno fiaccolata - foto virale da Fb(pubblicato su http://www.di-roma.com il 6 aprile 2013)

La fiaccolata del ricordo ha avuto luogo a partire dalle 22, in anticipo rispetto agli anni precedenti. Il luogo del raduno era davanti alla Fontana Luminosa in piazza degli Alpini ed ha raggiunto piazza Duomo attorno alla mezzanotte, dopo essersi fermata davanti il cratere della casa dello studente, in via XX Settembre. Qui si sono aggiunti il ministro Barca il gruppo dei familiari degli operai morti nella fabbrica Tyssen e quelli della strage di Viareggio. Dopo la funzione religiosa, officiata dall’Arcivescovo Molinari, sono stati liberati nel cielo 309 palloncini bianchi a memoria delle vittime, mentre ne venivano letti i nomi, per ognuno un rintocco di campana. L’ultimo alle 3.32, ora della scossa devastatrice.

Intorno, il centro storico è ancora tutto un immenso puntellamento. I giunti metallici sono ormai opachi, i legni di sostegno mostrano chiaramente gli anni di esposizione alle intemperie, al peso della neve e alla potenza dilatatrice del ghiaccio.

I cantieri avviati sono ancora pochissimi, l’auditorium progettato da Renzo Piano è un puntino colorato e deserto nel parco del Castello cinquecentesco. Qui ancora la gente non torna. Fuori dalle mura la situazione è migliore, nei quartieri più esterni sono cominciate le demolizioni, le case meno danneggiate sono state riparate e ora mostrano intonaci riverniciati in colori da sorbetto psichedelico finora mai visti. I paesi intorno sono nelle stesse condizioni, con le erbe spontanee che piano piano guadagnano terreno tra le macerie, qualche stabile rimesso a nuovo, travi a contrasto, MAP un po’ dappertutto.

Ma chi può, va via da questa città, dove molte imprese che si erano prestate a lavorare nell’emergenza sono state costrette a chiudere perché i pagamenti delle lavorazioni non arrivavano, dove il terremoto ha dato il colpo di grazia ad un’economia che stentava a tenere il passo, vittima della crisi di diverse fabbriche storiche. Dove la soluzione delle new town – acclamata dai più con ovazioni di giubilo e avversata da pochi con lo sguardo lungimirante sul futuro più prossimo e anche su quello più lontano –  ha creato di fatto decine di dormitori non collegati né con il resto della città, senza servizi né luoghi di aggregazione, ha assorbito gran parte delle risorse stanziate lasciando solo poche briciole per la ricostruzione di un centro che a questo punto, essendo il progetto C.A.S.E. un progetto definitivo, forse non interessa nemmeno realizzare. Chi può immaginare, infatti, venendo da fuori, una popolazione che cala di anno in anno, stipata in condomini tirati su in fretta ma realizzati per essere permanenti, non eliminabili come le soluzioni provvisorie dei moduli M.A.P., tornare in un centro ricostruito, non più fantasma. A quel punto si avrebbero interi quartieri abbandonati, ché L’Aquila non è Milano, non è Roma, non attira nemmeno orde di immigrati, troppo freddo, poche speranze di lavoro.

In fin dei conti gli aquilani, prima dei soldi per la ricostruzione, necessari, perché senza di quelli i mattoni non si comprano, cercano parole. Quelle parole che dovrebbero venire dalle Istituzioni, capaci di accendere la speranza di poter tornare un giorno, ad avere una città da vivere, dove andare a fare le vasche in centro e non ripiegare sulle gallerie dei centri commerciali spuntati un po’ ovunque come funghi tra le maglie del provvisorio tutto si può fare dappertutto. Serve infatti una volontà politica che non sia finalizzata a mera passerella per ego da gratificare ma che sia capace di trovare la soluzione al danno arrecato alla vita di relazione e all’ambiente, che voglia riportare effettivamente gli abitanti in centro e non solo gli avventori di pochi esercizi commerciali riaperti con deroghe provvisorie.

Questa città invece, che va avanti volando un po’ alla cieca, non ha avuto la forza di avere pietà neppure per i suoi morti. Il cimitero monumentale semi abbandonato, transennato, quelli nelle frazioni lasciati a se stessi ché la priorità sono i vivi. Un solo esempio per tutti: in quello piccolissimo di Preturo, l’anno scolpito sulla pietra dell’ingresso lo data al 1870, c’è ancora la transenna provvisoria messa su quattro anni fa a causa di una lastra di un loculo non utilizzato, in terza fila, rimasta spezzata e in bilico sul vuoto. Sotto le tombe di due anziani, tenuti in ostaggio da quattro anni dai tondini e dalla rete di protezione. I fiori i familiari sono costretti a tirarli da lontano, con l’occhio fisso sul marmo pericolante. Non si trova il responsabile della rimozione.

Addio a Pietro Mennea, indimenticabile Freccia del Sud

22 Mar

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

“In California incontrai Muhammad Ali che per me è sempre Cassius Clay. Mi presentarono come l’uomo più veloce del mondo. Lui mi squadrò sorpreso: “Ma tu sei bianco”. Sì, ma sono nero dentro.” (cit. Pietro Mennea )

 

Pietro Paolo MenneaE’ scomparso questa mattina a Roma, cogliendo tutti di sorpresa dopo una breve e spietata malattia Pietro Paolo Mennea, forse l’atleta italiano più famoso di tutti i tempi.

Nato a Barletta il 28 giugno del 1952, figlio di un sarto e una casalinga, studia ragioneria e corre, corre e studia, sempre con il massimo impegno.

Oltre agli innumerevoli allori si laurea ben quattro volte, in scienze politiche, giurisprudenza, scienze dell’educazione motoria e lettere. Si iscrive all’albo degli avvocati di Roma, dove impianta uno studio legale in via Silla. Fino a pochi mesi fa era facile incontrarlo per i corridoi del Tribunale di viale Giulio Cesare, un avvocato tra gli altri, magari solo un po’ più taciturno. Curatore fallimentare e professore universitario a contratto presso l’Università di Chieti e Teramo, Europarlamentare per una legislatura, metodico com’è trova anche il tempo di sposarsi e scrivere una ventina di libri.

La sua carriera sportiva, costruita con la maniacale cura che lo porterà ad allenarsi 365 giorni all’anno, non ha bisogno di presentazioni ad effetto: quando diviene olimpionico a Mosca nel 1980, era già detentore da un anno del primato mondiale sui 200 piani conquistato alle Universiadi di Città del Messico con il tempo di 19”72, record rimasto imbattuto per diciassette anni – Michael Johnson lo spodestò ai trial statunitensi per le olimpiadi del 1996 – e tutt’ora primato europeo.

Un altro record che ancora gli appartiene, stabilito il 22 marzo 1982, è quello dei 150 metri piani, con il tempo di 14″8 sulla pista dello stadio Comunale di Cassino. Infatti il tempo di 14”35 fatto registrare nel 2009 da Usain Bolt a Manchester non è stato omologato perché stabilito su pista rettilinea.

Nel corso della sua carriera agonistica si è ritirato più volte, in periodi nei quali sembrava non potersi più esprimere ai livelli a cui era abituato: una prima volta nel 1981, poi tornò per partecipare alla prima edizione dei mondiali di atletica ad Helsinki e vinse un bronzo e un argento. Subito dopo aver partecipato a Los Angeles 1984 diede nuovamente l’addio alle gare. Ma il richiamo della quinta olimpiade lo fece tornare e a Seul 1988 fu portabandiera, anche se questa gioia fu appannata dalle polemiche mosse da chi, nel comitato olimpico, riteneva, ironia della sorte, che non avesse i titoli per un simile onore. Si qualificò soltanto per le prime batterie. Aveva trentasei anni è vero, ma i giochi di Seoul furono ricordati per la positività al doping di numerosi atleti, compreso Ben Johnson, il re della velocità del momento.

Nonostante l’atletica gli avesse portato le massime onorificenze della Repubblica, non vi fu posto per lui nello sport italiano, dopo aver smesso l’attività agonistica. Troppo schivo, solitario, un carattere intransigente impossibilitato al compromesso e con l’irritante attività di crociato contro la chimica nello sport. Praticamente ignorato dal Coni, nel marzo del 2012 a Londra, in occasione dei giochi olimpici, dedicano alla sua straordinaria carriera una stazione della metropolitana.

Cordoglio è stato espresso dagli sportivi di ogni parte del mondo, increduli, come tutti, per la morte di un uomo ancora giovane che da vivo era già leggenda. Il neo presidente del Coni, Giovanni Malagò, saputa la notizia è rientrato immediatamente a Roma interrompendo un viaggio di lavoro. Ha disposto che la camera ardente venga allestita al Coni.

Luciana Miocchi

Se l’immondizia ristagna, si affacciano i topini e tutti si arrabbiano. Riflessioni poco serie su un argomento serissimo

9 Gen
un'allegra famiglia di topini

un’allegra famiglia di topini

Capita che se la spazzatura si moltiplica per le strade si affaccino i topini. Le pantegane, più sfacciate, addirittura traversano sulle strisce pedonali ma qualcuna rimane investita lostesso. Il modello di raccolta differenziata che si sta sperimentando in IV Municipio fa registrare delle criticità, vuoi per la non perfetta organizzazione della macchina Ama, vuoi per la scarsa propensione a piegarsi alle nuove regole di alcuni. Probabilmente le loro apparizioni sono dovute anche in parte alle diminuite risorse per la derattizzazione, tutto poco fa e il risultato non cambia, cominciano gli avvistamenti di ratti e grossi topi, c’è poco da minimizzare o gridare alla strumentalizzazione. In una certa misura i roditori fanno parte della fauna cittadina ma oltrepassata il limite di guardia diventano pericolosi per la salute pubblica. I topi evocano antiche paure, lontani contagi, malattie tremende ormai sconfitte alle nostre latitudini, il solo nominarli provoca invettive contro l’amministrazione. Non si trova nessun animalista disposto a battersi per riabilitarne la figura e scongiurarne la mattanza, come invece capita quando si parla di animali impiegati nei circhi. Non tutti fanno la stessa tenerezza, anzi, ai più fanno proprio un po’ schifo e questi, complice una frizzantina aria di elezioni a breve, rischiano di far fare una brutta figura a Sindaco, vertici Ama e Municipio.

(foto ripresa dal blog di Riccardo Corbucci – http://www.riccardocorbucci.wordpress.com)

Luciana Miocchi

Roma IV Municipio: Stupefacente! Il maxisequestro di due mesi fa in via Cimino si è rivelato essere una potentissima e letale droga per diabetici: glucosio, in gergo…zucchero

7 Giu

Vi ricordate? Erano i primi giorni d’aprile e le cronache locali furono invase dalla notizia del ritrovamento, fortunato e fortuito, durante un controllo su un’auto con segni di scasso (risultata poi rubata) parcheggiata in Via Cimino, al Tufello, IV Municipio di Roma Capitale, da parte degli agenti di polizia del commissariato Fidene – Serpentara di una sacca contenente trenta panetti da un chilo di “polvere”. Certi di trovarsi davanti ad un’ingente quantitativo di stupefacente – altrimenti perché incartare farina o zucchero o gesso o borotalco in quella maniera –  lo sequestrano. Quasi due mesi dopo i colleghi della scientifica svelano che tutta quella po’ po’ di roba altro non è che….comunissimo zucchero (ma una volta non si analizzava empiricamente, assaggiandola?): se non fosse accaduto davvero potrebbe tranquillamente essere la scena di un copione dei film di Lino Banfi anni 70,  del tipo “Vai avanti tu che mi vien da ridere”. Per il supposto maxisequestro giunsero al dirigente del Commissariato le congratulazioni dell’assessore municipale alle politiche giovanili, Francesco Filini che oramai avrà appreso di essersi complimentato per il ritrovamento di trenta chili di glucosio. Da prassi, di solito la droga sequestrata viene poi bruciata, ma ci si chiede cosa faranno i poliziotti con il dolce carico. Forse lo useranno per rendere meno amare un buon numero di tazzine di caffè. Meglio decaffeinato…

Battuta a parte – una è consentita, visto l’eco suscitato, i comunicati di plauso e…il tempo che ci è voluto per svelare la composizione chimica della sostanza sequestrata – rimane il fatto che trenta chili di roba innocua – per tutti tranne che per i diabetici – non si camuffano da partita di droga senza un perché. Scherzo a carnevale finito o tentativo di bidone tra organizzazioni rivali? Dilettanti allo sbaraglio? C’è quel piccolo particolare della macchina rubata che non depone a favore della tesi di una goliardata. In ogni caso, l’intervento della polizia ha probabilmente scongiurato il rischio che si innescasse tutta una serie di rivalse in ambienti…poco tranquilli. Si attendono con fiducia i risultati delle indagini.

LM e AP

ultim’ora: cede il il cestello di un carro gru. Un morto e due feriti

28 Mag

Ore 9,30 all’incrocio tra via val di Sangro e via val Padana il cedimento del cestello di un carro gru ha provocato la morte di un operaio ed il ferimento di altri due. Sul posto gli uomini del commissariato Ps Serpentara e i vigili del fuoco. Grande l’affollamento di curiosi. E’ giunto anche il presidente del Municipio, Cristiano Bonelli.

LM e AP

Roma: a Spinaceto tentativo di furto finisce in sparatoria. Un rapinatore morto

28 Apr

Circa le 5 del mattino. Spinaceto, periferia Sud di Roma.  Un furgone con a bordo tre rapinatori ha seguito e poi speronato l’auto su cui viaggiavano due gioiellieri diretti ad una fiera del settore all’estero. Trasportavano un campionario del valore stimato i 75.000. Si è innescata una sparatoria, i commercianti hanno reagito, essendo armati. Uno dei malviventi è rimasto ucciso, un altro, 44enne pluripregiudicato è gravemente ferito.  E’ in corso un’operazione di polizia volta a rintracciare il terzo componente della banda. Conseguenze più lievi anche per uno dei gioiellieri, ferito ad una mano.

Una scena quasi da far west per un risveglio romano non più tanto inusuale.  Sui social network c’è già chi inneggia al tiro al bersaglio come ad uno degli sport più salutari. Il commento più ripetuto?  Uno di meno. Segnali da non sottovalutare.

Luciana Miocchi

Gamezero 5885 – le origini del videogioco. All’ex mattatoio fino al sei aprile – di Alessandro Pino

18 Mar

I quarantenni particolarmente sensibili e nostalgici dei tempi andati sono avvertiti: inonderanno di lacrime la Sala delle Vasche de “La Pelanda” nell’ex mattatoio di Testaccio dove fino al prossimo 6 aprile è ospitata la mostra “Gamezero 5885 – le origini del videogioco”.

Organizzata dalla Aiomi (Associazione Italiana Opere Multimediali Interattive) e con il patrocinio dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma Capitale, la rassegna racchiude nel nome un po’ criptico la promessa di raccontare i primi trent’anni – o quasi – di storia dell’industria videoludica: dal 1958, anno in cui lo schermo dell’oscilloscopio di un computer per usi militari diventò una primordiale simulazione di tennis, al 1985 ossia subito dopo la prima crisi – il cosiddetto “crash” – del settore.

Circondato da pannelli con le foto di schermate, confezioni e personaggi – reali e di fantasia – accompagnate da testi esplicativi, c’è esposto nelle vetrine tutto ciò che avrebbe fatto sognare i ragazzini – ma non solo – di ormai tanti anni fa: consolle come l’Atari Vcs e l’Intellivision, computer come i Commodore 64 e Vic 20 o il Sinclair Spectrum e tanto altro materiale.

«Quello preso in esame è il periodo più pionieristico anche dal punto di vista dei videogiocatori» spiega Marco Accordi Rickards, direttore artistico della mostra e docente di Teoria e Critica delle Opere Multimediali all’Università di Tor Vergata. Chi a quei tempi c’era sa bene cosa voglia dire quel “dal punto di vista dei videogiocatori” e Marco e i suoi collaboratori si illuminano letteralmente mentre i ricordi scorrono come un fiume in piena. Certo, il divario tecnologico con l’intrattenimento informatico di oggi è letteralmente imbarazzante ed è difficile se non impossibile spiegare a un giocatore di oggi come ci si potesse divertire muovendo pochi rettangoli colorati su uno schermo completamente nero.

Ma  forse il fascino della mostra è proprio una questione di sensazioni e ricordi di vita oltre che nel materiale esposto: il sapore di un tempo che non c’è più – anche se può sembrare la pubblicità di un formaggio…- in cui si era probabilmente più spensierati non fosse altro che per motivi anagrafici. Per cui, visto che l’ingresso è gratuito, andateci senz’altro portando figli, nipoti o – se non ne avete – le famiglie di amici che ne sono forniti. Senza dimenticare i fazzoletti, ovviamente.

Alessandro Pino

(pubblicato su http://www.europagiovani.com)

Grazie

25 Feb

Grazie ai diecimila che hanno avuto l’ardire di venire a sbirciare questo blog. Spero vogliate continuare a farlo, se non vi siete annoiati troppo nel leggere me e gli amici che ogni tanto vengono a trovarmi.

Luciana

Settebagni: la rampa della scuola è stata liberata da neve e ghiaccio

7 Feb

foto A. Pino

L’intervento auspicato nei giorni scorsi e richiesto direttamente all’assessore alla mobilità è stato portato a termine. Le scuole di via dello scalo di Settebagni sono tra le prime del municipio ad essere state messe nella condizione di riprendere regolarmente le attività, domani.

Si consiglia comunque di prestare la massima attenzione nel percorrere la rampa, vista la possibilità di gelate notturne molto severe

Luciana Miocchi

Il Sindaco a Settebagni. E anche il presidente dell’Ama. E l’assessore alla mobilità del Comune

6 Feb

Ma anche il consigliere municipale Marco Bentivoglio e l’esercito

Settebagni è un posto tranquillo. Nonostante sia in una posizione strategica, tra l’uscita dell’autostrada Roma Firenze, la bretella con il Gra e la Salaria, ci devi proprio venire, non capiti per caso. Il Vallo di Adriano del Comune di Roma. Nonostante negli ultimi anni non sia stato risparmiato dalla speculazione edilizia, da ex borgata qual era è comunque rimasto un po’ “paese”, se non sei un residente non passi inosservato, nel caso di una personalità cinque minuti e la notizia diventa di dominio pubblico. Sabato infatti, il tam tam dava per imminente l’arrivo di Alemanno o già addirittura sul posto “per vedere di persona, dicono, la situazione sul Monte – così è denominata la parte collinare del quartiere – visto che pare si tratti di una delle condizioni più critiche di Roma Nord”.

Il Sindaco Alemanno a Settebagni

Ed effettivamente, Gianni c’è.  Un indizio poteva essere il pulmino pieno di militari in ferma breve (deduzione portata dai volti che denunciano la giovane età) che han fatto un paio di volte il giro della Salaria, ma quando ci si concentra sulla neve ghiacciata dei marciapiedi per non finire gamballaria anche una freccia con le luci al neon non si recepisce subitaneamente. Su per la strada innevata qualche pedone per-forza scrolla le spalle, dicono che «c’è Alemanno però io devo scendere sulla Salaria prima che cominci a gelare, dopo chi mi riporta su» o anche «si, si mo pulisce la via neve con uno sguardo» ma non gli danno peso, sono quasi le sedici e trenta ed è rimasta meno di un’ora di luce per sbrigare commissioni e tornare a casa prima che cominci a gelare sul serio, il cielo sereno non promette clemenza. Più su, in via delle lucarie altezza parrucchiera Simona, il mezzo dell’esercito riesce a parcheggiare in un piazzale privato, con un po’ di difficoltà per via della quindicina di centimetri di neve. C’è un piccolo capannello di gente, attirata dalla presenza del primo cittadino con il cellulare perennemente incollato all’orecchio. Sembra quasi rassegnato. Qualche stretta di mano, qualche sorriso tirato, la gente è più che altro incredula, ognuno chiede che venga liberata la propria via. Il clima è gelido  e non sembra solo per il freddo. E’ chiaro a tutti che i militi armati di pale da neve, con la poca luce che resta non potranno liberare tutte le strade né avere ragione dei tratti che stanno inesorabilmente ghiacciando. Chi scrive chiude gli occhi un istante per fare mente locale, i punti critici sono vari, sempre in ombra anche d’estate, le salite ripide, nemmeno se fossero il triplo e con le pale di ferro ce la farebbero. Ma almeno sono qua e la cosa deve avere un significato.

l'esercito in azione in via delle Lucarie

l'esercito in via delle LucarieC’è il presidente di Ama, Piergiorgio Benvenuti, Antonello Aurigemma, l’assessore alla mobilità di Roma Capitale e Marco Bentivoglio, consigliere municipale del Pdl. Quest’ultimo fa parte di una delle famiglie storiche di Settebagni, lavora qui, nessuno si chiede che ci faccia, è normale la sua presenza. Infatti viene fermato da molti, come anche Aurigemma che si scopre essere molto conosciuto da queste parti, che chiedono rassicurazione sul fatto che prima o poi arriveranno sale e mezzi. Dopo una mezz’ora Alemanno va via con l’autista, gli altri rimangono e percorrono le strade fino al punto di ritrovo sulla Salaria. Non c’è stato il bagno di folla, forse non l’hanno nemmeno cercato, sarebbe stato rischioso, ché anziché riconoscenza sarebbero arrivate critiche, perché si, la situazione è grave dappertutto ma quando uno è in difficoltà non è che si senta meglio nel sapere che ci sono anche altri che nelle stesse condizioni non sono ancora stati aiutati. Perché intervenire proprio qui, allora? «Perché è una delle situazioni più critiche di Roma Nord» la laconica risposta. Al termine del giro viene chiarita anche la presenza di Benvenuti: è l’Ama che dovrà spargere il sale a ripulitura effettuata. Diventa buio nel volgere di pochi minuti, dopo una breve sosta per i saluti ed una telefonata per impartire istruzioni alla squadra di spalatori la seduta è sciolta, hanno altre riunioni a cui presenziare. Lasciano la promessa che arriveranno spazzaneve e spargisale nel più breve tempo possibile. Rimane solo il rumore dei passi ponderati sulla neve gelata dei marciapiedi. Il Sindaco nelle ore successive lo ritroveremo in ogni trasmissione giornalistica. Sempre teso, con la consapevolezza che l’unica difesa possibile è attaccare tutto e tutti, finchè dura. Ma perché è venuto proprio a Settebagni? Tentativo di tastare il polso degli umori della gente in un posto defilato? Dimostrazione di forza del potente Assessore alla mobilità e di riconoscenza nei confronti di un suo pupillo? Ogni congettura può essere valida ma non c’è da aspettarsi che venga confermata da nessuno degli interessati. In politica, una delle parole d’ordine è no comment.

l’assessore alla mobilità di Roma Capitale Antonello Aurigemma

All’indomani, segni evidenti dello spalamento meccanico sulla Salaria. Il sale no, quello lo stiamo ancora aspettando. Non si sa chi l’abbia o se sia finito prima di arrivare qua. Le notizie dei lastroni a Viale Somalia e piazza Gondar ancora al proprio posto, nonostante la centralità rispetto alla città, le rampe di accesso al Gra chiuse per ghiaccio unite alle immagini degli artisti di piazza Navona che armati di martello spaccano via il ghiaccio notturno dalla propria postazione, tolgono la voglia di domandare oltre. Il sole, in fin dei conti, è dalla nostra parte.

Luciana Miocchi

Comunicazione di Servizio per Settebagni: oggi arriva lo spazzaneve e lo spargisale

4 Feb

E’ appena apparso il sole,  la neve sta cominciando a cadere dai rami.  Sulla via Salaria metà dei negozi sono rimasti chiusi, anche se le rivendite di generi alimentari ed il forno, pur con mille difficoltà sono riusciti a fornire il servizio ai cittadini. A forza di colpi di telefonate il consigliere Marco Bentivoglio è riuscito ad ottenere l’invio di un mezzo spazzaneve e di uno spargisale, previsto per oggi anche se non si sa bene quando, di preciso, perchè ci hanno messo in coda alla lista che si è formata. Bene, mezzi prenotati. Mi domando quanti siano. Già cominciano i rimpalli di responsabilità, tra Comune e protezione civile. A Settebagni aggiungiamoci anche Ferrovie e Anas. Speriamo nel Signore, che mandi un sole a picco che scioglie tutto prima che arrivi il gelo, altrimenti apriamo un pattinodromo, con i marciapiedi coperti di neve bella pressata dalle pedate di chi ci è passato sopra. Me li ricordo ancora, nel 1985. Nessuno venne a spalarli, si trasformarono in una lastra di ghiaccio. Non verrà nessuno neanche stavolta, dopotutto sarebbe un impresa titanica farlo in tutta Roma. Dal Campidoglio la raccomandazione più semplice non è arrivata: se avete una pala, provvedete a liberare il pezzetto di marciapiede che si trova davanti casa vostra. Allora il consiglio lo fornisco io: se non vogliamo andare a gambe all’aria nel caso di gelate repentine, spazziamo ognuno il nostro pezzetto, basta anche una scopa vecchia. Nel giro che ho fatto stamattina, sulla Salaria ho visto solo due persone intente ad aprire un varco fino alla strada.

Luciana Miocchi

Cartoline da Herat – Alberto Alpozzi racconta la vita a Camp Arena – di Alessandro Pino

22 Gen

Lo avevo incontrato alla stazione Termini di Roma, appena arrivato da Torino e in attesa di partire per Herat alla vigilia delle feste natalizie, giusto il tempo di una pausa della durata di poche decine di minuti. Alberto Alpozzi, fotoreporter di professione, andava in Afghanistan assieme ai militari del contingente italiano. Una decina di giorni in tutto durante i quali avrebbe documentato la vita quotidiana dei soldati della base chiamata Camp Arena. Ci siamo risentiti al suo ritorno, come mi aveva promesso. Questo è il racconto di quei giorni passati lontano da casa in un periodo in cui tutti vorrebbero essere in famiglia.

Il primo pensiero a portellone aperto?

Mamma mia che domanda…sai che non lo so…il primo era di prendere la telecamerina e riprendere l’uscita dall’aereo militare per avere il ricordo di quale è stato il primo impatto con l’Afghanistan però  nulla di particolare…

Vabbè, allora: l’ultimo a portellone quasi chiuso?

Che non volevo tornare! Che mi dispiaceva, che avevo centomila altre cose da documentare e da vedere, delle quali volevo portare testimonianza ma che per forza di cose non ho avuto tempo. E quindi la voglia di tornare assolutamente, il dispiacere di lasciare le amicizie che si sono formate in pochi giorni con i ragazzi, con molti dei quali continuo a sentirmi su Facebook quasi quotidianamente.

Quindi ti hanno accolto come…

…come uno di loro! Ricevo mail con scritto “sei uno di noi” ed è molto bello sentirlo dire da loro.

C’era una giornata tipo tua e dei militari ?

Una giornata tipo non esiste perché le condizioni variano in continuazione e tutto può cambiare. I programmi vengono sì prestabiliti, ma i turni delle varie pattuglie e i lavori che devono fare possono subire variazioni in ogni momento. Ci alzavamo alle sette e mezza, per le otto otto e mezza facevamo colazione e poi avevamo le varie attività che venivano comunicate la sera prima secondo la disponibilità dei mezzi, delle pattuglie, delle scorte o dell’Aeronautica quando ci dovevamo spostare con gli elicotteri. Non ci sono mai stati problemi e i programmi pianificati sono stati mantenuti, quindi significa che non abbiamo trovato situazioni di pericolo per le quali modificare  i nostri piani. Una volta usciti dalla base (in elicottero o sui mezzi blindati) sempre tra le nove e le dieci, seguivamo le attività dei militari: c’erano situazioni operative o ci portavano a visitare delle strutture come il carcere femminile o il cantiere del nuovo terminal dell’aeroporto. Massimo per le quattro e mezza – cinque si tornava alla base per questioni di sicurezza: diventa buio e fa freddo. Poi, tre ore prima di cena in press room a fare il riassunto tra noi giornalisti del materiale prodotto oppure a inviare testi e foto ai giornali; intorno alle otto  venivano a prenderci gli addetti stampa dell’Esercito, cenavamo con loro, poi di nuovo press room. Infine  chi voleva andava a dormire o se preferiva poteva farsi una birra (nella base ci sono birreria, pizzeria e ristorante) o ci facevamo ancora quattro chiacchere, non fino a tardi perché la mattina la levataccia era presto e soprattutto per la stanchezza per la tensione accumulata durante il giorno.

Assieme a te quanti altri reporter c’erano?

In totale durante la mia permanenza andavano dai sei ai dieci, tutti italiani.

Con alcuni siamo partiti insieme da Roma, altri sono arrivati qualche giorno dopo e altri ancora sono arrivati i giorni successivi, anche secondo la disponibilità dei mezzi di trasporto.

Eri preoccupato?

Tensione, quella sì ma preoccupazioni mai perché comunque vedevo la qualità del lavoro svolto dai ragazzi – per quanto posso capirne io –  e come erano preparati. Pur essendo in una situazione che per loro è già problematica e rischiosa si preoccupavano delle mie esigenze non solo professionali (trovarmi in posizione utile per scattare delle fotografie), ma soprattuto esigenze che noi nel mondo civile diamo per scontate: dalla banale riunione coi colleghi o bisogni fisiologici, una bottiglia d’acqua o quando si ha voglia di una sigaretta o di un caffè o a volte quando ci si guarda darsi anche un abbraccio o una stretta di mano. Queste sono cose importanti. La tensione va perché è un teatro operativo, una zona a rischio. Paura no perché mi sono sempre sentito protetto dalle persone che erano con me, perché nulla viene lasciato al caso. Lì non  è come negli uffici pubblici all’italiana “massì lo faccio domani, massì chissenefrega ci penserà un altro”. Se lì pensi solo una frase del genere qualcuno muore. Quindi il modo di vivere, di ragionare ma soprattutto di lavorare di questi ragazzi è il modo che dovrebbero avere tutti.

Hai avuto contatti con popolazione del posto ?

Non più di tanto, mi è capitato in città con alcune persone che erano lì in coda al carcere femminile per visitare i familiari. Ingenui, anche loro con la voglia di farsi fotografare e vedere la foto che gli hai fatto. All’interno della base ci sono i lavoratori locali, ho avuto modo di fotografarli ma non parlano inglese.

Come hai trascorso il giorno di Natale?

L’ho trascorso in pattuglia con il 66° Aeromobile di Trieste, siamo stati fuori con i mezzi blindati Lince; abbiamo fatto circa trenta chilometri, non tanti ma ogni incrocio va messo in sicurezza, ogni persona che si affaccia dal balcone è un problema, una persona che prende un cellulare va controllata, le moto che si avvicinano creano disagio perché non sai chi c’è sopra. Questo il 25 mattina, proprio mentre in Italia tutti quelli che criticano certe situazioni stavano mangiando ingrassando di cinque chili e i ragazzi là li stavano probabilmente perdendo.

A proposito, tu sei ingrassato o dimagrito ?

Né l’uno né l’altro, ho mangiato sempre molto bene comunque. Anche perché dietro c’è un gran lavoro di altri nostri ragazzi, importante come tutti gli altri, perché comunque tutti hanno necessità di mangiare e bere tutti i giorni. Nella base il servizio mensa funziona benissimo e a pranzo e cena quattromila persone mangiano, quindi immagina l’organizzazione che c’è dietro.

Dunque fisicamente non sei cambiato. E dentro ?

Eh bè, sono cose che sicuramente ti cambiano, ti fanno crescere, ti fanno apprezzare di più i rapporti umani, rivalutare molte delle cose che diamo per scontate tutti i giorni. Sì, sembrano luoghi comuni, però per parlarne credo che uno debba provarlo sulla propria pelle per poterlo dire realmente. Tutti possiamo dire “ooohh non abbiamo più valori” ma questo perché ? E allora forse se vivi una situazione del genere ti rendi conto di cosa sono i valori dell’amicizia, dell’amore fraterno, quanto valore ha una stretta di mano, quanto sia importante una pacca sulla spalla che ti viene data per il lavoro che stai svolgendo. Poi ritorni qua in Italia e ti rendi conto che non è più così, che hai vissuto un bellissimo sogno di dieci giorni in un luogo di crisi, situazioni devastate, con gli italiani. E dici “cavolo questi son sempre italiani, com’è che con loro qui all’estero ti trovi bene e torni in Italia non sono gli stessi ?”. Evidentemente non sono le stesse persone sennò avrebbero fatto altre scelte e non sarebbero qui in Italia a sputare merda nel piatto in cui mangiano.

Ti aspettavi che fosse così ?

Non mi aspettavo nulla, non mi ero fatto un’idea perché era una situazione che non conoscevo e che per fortuna non potevo conoscere. Quindi non avevo idee preconcette, sono andato aspettandomi di vivere qualcosa completamente diverso, quindi con la mente il più possibile sgombera da qualunque cosa per poterlo vivere con il minor numero di idee preconfezionate. “Quello che sarà sarà”, mi ero detto. E  ogni giorno era una scoperta.

Ci tornerai?

Sì, conto assolutamente di tornare in Afghanistan sia per ritrovare le persone che ho conosciuto e  sono ancora lì (intanto alcuni so che rientreranno a febbraio e conto di vederli in qualche maniera) sia  per – come ho detto all’inizio – terminare la documentazione di alcune situazioni che non ho avuto modo di trattare per questioni di tempo. E poi vorrei seguire il lavoro di altri nostri contingenti che lavorano in zone delle quali i giornali raramente parlano.

Per esempio? Cosa non hai avuto tempo di vedere in Afghanistan?

Volevo vedere l’orfanotrofio, l’ospedale pediatrico e andare in alcune piccole basi avanzate dove ci sono venti o trenta militari. E poi l’Afghanistan è bellissimo visto dall’alto, questo deserto giallo quasi rosso come Marte. Mi piacerebbe fare un reportage sulle rotte che i mezzi dell’Aeronautica e dell’Esercito affrontano tutti i giorni e documentare un paese che di solito è associato alla guerra. Guardiamolo dal punto di vista della natura, distanziamoci dagli uomini. La natura va al di là di certe situazioni, vederla dall’alto ti distacca. Paesaggi immensi che sì fanno paura ma sono affascinanti, il deserto ti rapisce. Sarebbe al di là delle dirette attività operative, estraniandosi e dicendo “le cose son diverse viste da qui”.

Tu sei sposato. Tua moglie come ha preso questa trasferta in una località non esattamente turistica?

Alla partenza da Torino le era uscita una lacrimuccia e mi aveva fatto un po’ effetto. Al ritorno invece aveva un bellissimo sorriso, un sorriso che non ricordavo. Non perché lo avessi dimenticato ma perché mi ha colpito come la prima volta che l’ho visto.

 

Alessandro Pino

 

 

Natale in Afghanistan con i militari italiani per il fotoreporter Alberto Alpozzi

23 Dic

Alberto Alpozzi

C’è chi a Natale va in montagna in settimana bianca e chi invece, come il fotoreporter torinese Alberto Alpozzi, parte per lavoro alla volta di Herat in Afghanistan: sempre montagna (circa mille metri), ma in piena zona di guerra. Vi rimarrà una decina di giorni nella veste di fotografo “embedded” ossia accreditato per partecipare a una sorta di media tour organizzato dall’Esercito per documentare l’andamento della missione militare italiana. Una figura, quella del reporter “embedded”, nata ufficialmente con la Seconda Guerra del Golfo per venire incontro alle richieste dei media americani, insoddisfatti dell’accesso alle informazioni loro consentito nei conflitti immediatamente precedenti. Alberto parla dell’impegno che lo attende seduto a un tavolino di un bar della stazione Termini: è appena sceso dal treno con uno zaino e la valigetta delle fotocamere e manca ancora qualche ora all’appuntamento con i militari che lo accompagneranno al velivolo dell’Aeronautica diretto alla base italiana chiamata Camp Arena; l’itinerario esatto e le tappe sono ovviamente riservati per motivi di sicurezza. Anche se è già stato all’estero come fotografo e ha collaborato in passato con l’Esercito, questa è la prima volta che si reca in uno scenario operativo. Ammette di essere un po’ emozionato ma evidentemente nasconde bene lo stato d’animo, visto che risponde senza scomporsi quando gli viene chiesto come gli è venuto in mente di andare in Afghanistan, roba da meritare la fucilazione sul posto dell’intervistatore: «Per due motivi: è il mio lavoro, fa parte di esso portare agli occhi degli altri ciò che non possono vedere. Ci sono zone nelle quali per loro fortuna non tutti possono essere presenti. E poi perché è Natale e anche in patria si parla poco dei nostri soldati. È giusto che si sappia come vivono». Come detto, l’emozione c’è ma ci tiene a evidenziare la differenza tra la sua condizione e quella dei militari che seguirà: «Un po’ di ansia, sì, perché vado in una situazione che non conosco. Ma mi rendo conto che è nulla rispetto a quello che prova chi ci va in missione. Io ho tutta una serie di precauzioni e una scorta dedicata. In pratica sono un pacco postale». Al proposito, conclude riferendosi alla polemica – rinnovantesi periodicamente specie in occasione di attentati contro le Forze Armate italiane – che vorrebbe come principale motivo di partecipazione alle missioni estere le elevate indennità previste: «A quelli che muovono un’accusa del genere vorrei chiedere semplicemente: ma voi ci andreste, essendo disposti a lasciare per mesi tutti i vostri telefoni ultimo modello e i vostri social network in cui cazzeggiare ventiquattr’ore al giorno?».
Alessandro Pino

Habemus aquam!! Finalmente attivata la fontana di via Sant’Antonio di Padova

7 Dic

ecco la prova: l'acqua ora c'è!!

È terminata l’odissea della fontanella pubblica che si trova davanti la chiesa di Sant’Antonio di Padova a Settebagni. Apprezzatissima nel quartiere specie durante la stagione calda, proprio in una notte della scorsa estate era stata trafugata da ignoti – così si disse – dopo che era rimasta a lungo con il flusso al minimo in seguito all’urto di un veicolo: per diverse settimane rimase solo il tubo nudo che somigliava molto da vicino ad una pianta secca. Però continuava a stillare quel filo d’acqua prezioso specie per i due chioschi, uno di fiori e uno di prodotti ortofrutticoli, che si trovano sul marciapiede antistante e non hanno allaccio alla rete idrica. Di sicuro meglio che niente: «Mi arrangio come posso raccogliendo con un secchio quel poco che esce» aveva detto la fioraia Dina. A fine agosto sembrava si fosse compiuto il miracolo: in un paio di giorni fu installato un nuovo “nasone” simile a quello scomparso e provvisto addirittura di base in marmo. Un piccolo capolavoro rimasto però all’asciutto fino a questa mattina, quando l’acqua è tornata a sgorgare copiosa. «Mi sembra un miracolo – afferma raggiante Dina – ci sarebbe da stappare una bottiglia di spumante». Quali difficoltà tecniche o burocratiche abbiano impedito per tutto questo tempo la semplice apertura di un rubinetto rimane un mistero. Della vicenda si sono occupati per lungo tempo,  fino ad arrivare alla felice conclusione,  l’assessore municipale all’ambiente Antonino Rizzo ed il consigliere Marco Bentivoglio, entrambi Pdl. Hanno prodotto un corposo carteggio con l’Acea Ato 2 ma delle motivazioni ufficiali per il mostruoso ritardo non v’è traccia. Sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, vista l’assenza di riscontri per iscritto, che abbiano influito i lavori di potenziamento idrico effettuati lungo la Salaria, che in questi mesi hanno determinato un calo della pressione anche all’interno delle abitazioni poste più in alto. Chiusa, probabilmente, per non deprimere ulteriormente la spinta verso le case. Una storia da custodire con geloso segreto per non compromettere la sicurezza nazionale, insomma.

Rimane ancora irrisolto il giallo della fontanella contesa all’interno del piazzale tra l’alimentari, l’edicola e il bar…

Alessandro Pino e Luciana Miocchi

precisazione della consigliera comunale Gemma Azuni riguardo il sit in alla casa di riposo di Casal Boccone del 23 novembre

23 Nov

dal post di Gemma Azuni pubblicato sulla condivisione fb  sul gruppo Comitato di quartiere di Serpentara dell’articolo di questo blog  http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwp.me%2Fp1ErPX-6R&h=sAQGMTC31AQGWEW4Z2JVO45mgSEVa4VOnQW269yVG4Paapg  “E’ iniziato il trasferimento degli ospiti della casa di riposo di Casal Boccone”

“forse ha dimenticato altre presenze che dalla mattina presto hanno vigilato affinchè non fossero trasferiti gli ospiti della casa contro il loro volere e cioè la sottoscritta, la segretaria regionale dello SPI Cgil, la CGIL regionale, alcune rappresentanze dei sindacati di base, molti operatori etc. L’informazione deve essere completa per essere credibile”

questa la mia risposta:

“Non  era mia intenzione dimenticare nessuno. Sono state indicate le persone riconosciute e si è cercato di fornire l’informazione più completa possibile, pur con i limiti dei tempi della presa diretta. Ringrazio per la precisazione, che renderà sicuramente più credibile la notizia”

(la prossima volta costringerò Alessandro Pino a chiedere le generalità a tutti i presenti)

11-11-11 Federica Baioni 4tet presenta in anteprima il videoclip di “un altro giro di giostra”

9 Nov
Federica Baioni

Scelgono una data particolare ed impegnativa per lanciare in anteprima il video di Un altro giro di giostra, singolo estratto dal fortunato cd “La vetrina delle vanità” (103 Edizioni Milano – Edel 2011). L’undici novembre Federica Baioni, Giuliano Valori, Maurizio Perrone e Dario Esposito saranno all’ex Cinema Teatro Preneste (Pigneto) a Generazione P. Rendez-Vous (via Alberto da Giussano 59). La clip, girata da una giovane crew di creativi romani composta dalla fotografa Margherita Angeli che ne ha curato la regia e dal giovane videomaker David Leonardi che ha realizzato immagini e montaggio, è stata interamente girata in un locale macchine dell’ex Lanificio Luciani a Pietralata, trasformato in una vera e propria “soffitta delle meraviglie” dove la protagonista gioca ironicamente cambiandosi d’abito ad ogni scena ballando e rovistando tra bauli, cappelli, abiti d’epoca, 45 giri in vinile, specchi e valigie. Mare e onde sono state riprodotte grazie alla tecnica d’animazione stop motion da Laura D’Antonangelo. Il risultato è un piccolo capolavoro di competenza, low cost e creatività tipico delle piccole  realtà creative indipendenti fuori dal mercato del cinema tradizionale. A seguire concerto dal vivo con il meglio della produzione  del gruppo jazz. Ingresso a sottoscrizione

(www.federicabaioni.com – www.amdcommunication.com)

E le scuole chiusero….A saperlo prima ci si organizzava meglio

19 Set

Sono mesi che nel tratto della via Salaria tra Castel Giubileo e Settebagni ci sono a bordo strada escavatori, operai e grossi tubi neri con le strisce blu. E’ di dominio pubblico che finalmente l’Acea sta realizzando lavori di potenziamento alla rete idrica. L’apertura del nuovo quartiere di Porta di Roma e la prevista apertura delle piscine del Salaria Sport Village all’epoca dei mondiali di nuoto del 2009 avevano convinto l’azienda capitolina che non fossero più procastinabili, tanto più che la situazione della parte alta del quartiere di Settebagni si era fatta ormai insostenibile, con l’acqua che arriva a fasi alterne. Sabato mattina per le strade del quartiere sono apparsi dei volantini a firma Acea che annunciavano la sospensione del servizio tra le 8.30 e le 16.30 di oggi, 19 settembre. Peccato che a quel punto fosse tardi per informarsi circa lo svolgimento o meno delle lezioni nelle scuole di via dello scalo 47. Stamattina, a scuola fino alle otto nessuno sapeva niente.  Il trasporto scolastico alle 7.30 non aveva ricevuto ordini in merito, per cui ha preso regolarmente in carico i bambini. Il giallo è stato svelato soltanto poco dopo le 8.00 quando al telefono della Giovanni Paolo I ha cominciato a rispondere il personale scolastico. Il plesso rimane chiuso per inagibilità dovuta a mancanza d’acqua. Chi lavora, ha dovuto trovare una sistemazione al volo tra parenti e amici disponibili, chi non ne ha chissenefrega, chi lo fa lontano e i figli vanno con il pulmino…. è dovuto pure tornare indietro a riprenderli, con allungamento di tempi e ulteriore disagio. Certo, si tratta di lavori la cui realizzazione era imprevedibile, impossibili da programmare, il week end é sacro e non si scomoda nessuno per queste inezie.. basta far ricadere tutto sul consumatore finale, un po` come l’Iva.

E invece no. Chi ha sbagliato? L’Acea non ha avvertito in tempo, possibile che in nessun ufficio è saltato in mente a nessuno di inviare un fax in Municipio ed avvertire della sospensione, al venerdì?  Possibile che tutto questo sia stato fatto e che ci sia dimenticati semplicemente di avvertire una scuola di periferia? Ecco, questa è una di quelle volte che mi piacerebbe ricevere due righe da chi di dovere con su scritto “scusateci, abbiamo sbagliato, ci impegneremo per non farlo più”. Avanti. Stupitemi, che se mi arriva una comunicazione del genere la pubblico subito

Luciana Miocchi