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Roma IV Municipio: Settebagni, sequestrata una giostra dopo un infortunio

27 Giu

L’ultimo giorno di festa in onore di S. Antonio, a Settebagni, quest’anno è stato funestato da un incidente occorso ad una signora, sulla giostra detta “buki buki” del piccolo lunapark ambulante che da circa venti anni si installa nel quartiere in concomitanza della ricorrenza.

L’attrazione, particolarmente gettonata dai ragazzi più grandi, è del tipo detto Tagatà e si basa sugli effetti della forza centrifuga. C’è chi balla in centro e chi rimane seduto nei seggiolini, protetto dalle sbarre di sicurezza.

La sera del 17 – fermi voi, tutti diversamente non superstiziosi – qualcosa non ha funzionato e, pare per aiutare una ragazzina in difficoltà, presumibilmente un familiare, la signora, residente nel quartiere, è caduta riportando gravi traumi.

L’attrezzatura è stata immediatamente posta sotto sequestro dai carabinieri della vicina stazione, che hanno provveduto anche a fare i rilievi di rito. Sull’accaduto è stato aperta un’indagine dalla procura di Roma, volta ad accertare la esatta dinamica e le eventuali responsabilità. Custode del bene è stato nominato lo stesso proprietario, che dovrà provvedere a mantenerlo nella sua integrità fino alla chiusura del procedimento. Molto probabilmente si giungerà a qualche conclusione non prima di un paio di mesi. Nel frattempo la struttura è assolutamente inamovibile dal terreno di proprietà comunale, preso in affitto dal gestore per il  periodo della festa.

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

Luciana Miocchi – Alessandro Pino

Roma – V Municipio: dopo una lite spiana tutto a colpi di ruspa

26 Giu

quel che rimane dopo il passaggio del mezzo pesante

Un episodio di follia pura, una notizia a metà tra il comico e il drammatico talmente surreale che se non provenisse dall’Ufficio Stampa della Questura con tanto di foto allegate si stenterebbe a ritenerla vera: una lite tra vicini di casa per motivi legati a una vecchia causa civile al culmine della quale uno dei contendenti in preda alla rabbia sale su una ruspa e fa un vero macello prima di essere fermato dagli agenti della Polizia di Stato. È accaduto un paio di giorni fa in zona La Rustica, Quinto Municipio del Comune di Roma. Il motivo del contendere, secondo quanto appurato, sarebbe stato l’uso di un vialetto posto tra due villette in via Galatea, per il quale in passato erano intercorse reciproche comunicazioni legali. L’uomo arrestato, nonostante la veneranda età – ha quasi ottant’anni – in un primo tempo si è presentato a casa dei vicini armato di machete, dopodiché è salito sul bulldozer e ha demolito il muro di cinta della loro abitazione, devastando un gazebo e tre automobili parcheggiate in giardino. Al 113 sono arrivate numerose segnalazioni di cittadini terrorizzati ma nemmeno l’arrivo degli equipaggi è riuscito a calmare l’anziano, visto che ha tentato di investirli. Alla fine i poliziotti sono riusciti a salire sull’escavatore e a fermare lo scalmanato, che a un successivo controllo avvenuto negli uffici del Commissariato San Basilio è risultato avere piccoli precedenti oltre che destinatario in passato di un provvedimento di diniego alla detenzione di armi. L’epilogo di un pomeriggio a dir poco movimentato è stato l’arresto per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, esercizio arbitrario delle proprie ragioni e danneggiamento.

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

Alessandro Pino

Strettamente Confidenziale, la nuova fatica teatrale di Paolo Silvestrini al Teatro Manhattan

22 Giu

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

foto L. Miocchi (Paolo Silvestrini e Valentina Lombardi sul palco del Teatro Manhattan)

E’ andato in scena il 15 ed il 16 giugno al teatro Manhattan, nel cuore del rione Monti, “Strettamente confidenziale” l’ultimo lavoro scritto e diretto da Paolo Silvestrini, il prolifico autore di Settebagni, poco più che trentenne e già con all’attivo cinque libri – scritti in soli cinque anni di attività – e diversi lavori per il cinema e teatrali (la sua ultima fatica d’autore, andata in scena pochi giorni addietro sempre al Manhattan “letterine per Silvia” ha avuto l’onore dell’interpretazione di Elio Pandolfi).

La piece tratta delle stagioni di una donna vissute a ritroso fino all’amaro epilogo (non senza aver prima riso, a volte di cuore, a volte cinicamente): l’infanzia, gli amori, brevi ritratti, cartoline mai spedite, osservazioni fulminanti, sogni, versi”.

La sera della prima del monologo interpretato da Valentina Lombardi, brava attrice livornese che lavora per il cinema, il teatro e la tv, il parterre della piccola sala – impegnativa, perché ogni bisbiglio anche dell’ultima fila arriva fin sul palco e anche il click degli scatti del fotografo può risultare di disturbo – era ricco di nomi illustri, artisti del calibro di Maurizio Micheli – alle prese con i postumi di un dispettoso incidente – , Lino Patruno – in splendida forma -, Franco Oppini – inseparabile dalla compagna, l’astrologa Ada Alberti – il Maestro Manuel De Sica – figlio del grande Vittorio e già candidato all’oscar per le musiche de Il Giardino dei Finzi contini – .

Nascosta tra il pubblico anche la giovane madre di Silvestrini, Elena, tutta in rosso ma con la capacità di non risultare appariscente, che segue con discrezione la carriera in ascesa del figlio, talmente discreta da non essere riconosciuta se non dai collaboratori più stretti.

Luciana Miocchi

le foto della serata sono visibili su: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.4140783328103.2173248.1539288292&type=1

 

Eataly di Roma in anteprima per la stampa. Nel tempio del made in Italy culinario

22 Giu

Un lunedì mattina, squilla il telefono: «C’è una presentazione alla stampa questo pomeriggio all’ex Air Terminal Ostiense e io non posso andare, ti andrebbe di partecipare al posto mio?». La risposta, complici la mia solita incapacità a dire no unita al fatto che appena svegli non si è molto coscienti, non può che essere  «Ma certo». Ma certo anche se se non ho la minima idea di cosa si tratti, ricevo solo la rassicurazione che è un evento legato al cibo e si prevedono parecchi assaggi: quindi non  la solita soporifera assemblea di quartiere o sulle scaramucce tra consiglieri in municipio – già questo mi solletica – ma mi prendono proprio per la gola, mio punto debole, anzi debolissimo.

Dunque si parte col piede giusto, come conferma anche il fatto che per strada incontro poco traffico e una volta giunto sul posto riesco a trovare subito un posto per la macchina, per giunta con le strisce bianche quindi non a pagamento (c’è la crisi, anche l’eurino l’ora risparmiato ha il suo porco fascino). Raggiunto l’ingresso dell’Air Terminal vedo che non è più la struttura abbandonata di un tempo, simbolo dei peggiori sprechi di casa nostra e soprattutto noto sulle facciate in vetro una scritta enorme: “EATALY”, che è chiaramente un anglofono gioco di parole tra “eat” (mangiare, pronunciato “it”) e Italy. Promette bene insomma, un bell’esempio di riqualificazione urbana. Abbasso lo sguardo trovo un capannello di persone in attesa di entrare mentre gli addetti della vigilanza  spuntano i loro nomi da una lista. Il mio di nome non risulta, ma una telefonata a Marica di Santo – efficientissima addetta stampa di Slow Food, associazione di settore che è partner nell’iniziativa- risolve rapidamente la situazione: esce dalla struttura e mi porta dentro sotto gli occhi di quelli ancora attendono di passare e che un minuto prima mi guardavano con aria di sufficienza perché non avevo l’accredito.

All’interno attendo con tutti gli altri che inizi la presentazione – ospite d’onore Renata Polverini, presidente della Regione Lazio – e nel frattempo mi rendo rapidamente conto di dove mi trovo: l’intera struttura di quattro piani e diciassettemila metri quadri è stata trasformata in un vero e proprio tempio dedicato al cibo in tutte le sue forme, dalla ristorazione in piccoli locali interni affidati a imprenditori selezionati, al normale acquisto di cibi e ingredienti o anche di libri di cucina – c’è un intero reparto dedicato – e di strumenti per la preparazione, senza dimenticare iniziative come corsi di cucina, convegni e incontri a tema. Tutto all’insegna del tricolore nazionale, non solo per quanto riguarda il palato: anche gli arredi sono un omaggio a quanto ancora rimane dell’operosità italiana, come testimoniano le sedie trasparenti di Kartell presenti in tutti i piccoli esercizi presenti. Insomma, quello che già avviene nelle altre diciotto sedi di Eataly, di cui nove in Giappone e una a New York. Viene il momento di iniziare tutti insieme un giro per i quattro piani, guidati da Oscar Farinetti, il “dominus” di Eataly che, microfono e miniamplificatore alla mano, guida la maxicomitiva con Renata Polverini in testa.

A ogni reparto, ad ogni piccolo locale – ce n’è pure uno in cui si produce una mozzarella che nemmeno a Mondragone – Farinetti si ferma per una breve presentazione, con la presidente che saluta banconisti e commessi. E mi rendo conto tutto ad un tratto – facendo parte del medesimo spettacolo, lo ammetto – che ben pochi sono quelli che tengono dietro al tour presidenziale tra i banconi e gli scaffali in parte ancora da riempire: la stragrande maggioranza dei partecipanti, taccuini in tasca e fotocamere al fianco, si attarda in pantagruelici assaggi dando letteralmente l’assalto alle pietanze pronte per gli ospiti. Compassati giornalisti col papillon ed eleganti croniste con borsa ultrafirmata si accalcano come cavallette davanti ai salumi, le salsicce, i fritti, i sedanini cacio e pepe ( “eh ma sono crudi”), ai dolci; c’è pure la rosticceria con l’abbacchio a scottadito. Il tutto annaffiato da vini di qualità e – per gli astemi come il sottoscritto – acqua minerale a fiumi. Insomma uno spettacolo forse non elegantissimo ma che è un efficace segno di questi tempi di crisi, visto che tra gli addetti ai lavori la voce degli assaggi gratis si doveva essere sparsa da tempo. Anche Renata Polverini si adegua e rallentato il passo si concede qualche boccone e un paio di sorsate, compiacendosi evidentemente di alimentare non solo sé stessa ma l’immagine di persona verace.

Alla fine si giunge satolli nella sala delle conferenze dove le domande scarseggiano, le menti ancora rivolte alle delizie assaggiate poco prima. La domanda più gettonata: «Ma quando apre?». «Attorno al 18 giugno». Forse.  Il motivo di tanta genericità? «A noi piace non essere sicuri di niente».

Alessandro Pino

17 Giu

Galleria Fotografica della presentazione di Eataly alla Stampa. Servizio realizzato da Alessandro Pino

 

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Roma: I precari della giustizia ovvero la crisi dove meno te l’aspetti

13 Giu

In tempi di crisi nei quali per il settore privato praticamente si parla solo di licenziamenti e disoccupazione, si può supporre che chi opera in una struttura pubblica come un Tribunale si trovi in una situazione di relativo privilegio: tra questi, tutti quegli addetti lavorano nelle cancellerie, assistono i giudici nelle udienze, preparano o archiviano i fascicoli e si occupano della informatizzazione delle pratiche. Supposizione errata, perché proprio molte di queste persone – circa cinquecento in tutto il Lazio – hanno già vissuto il dramma della perdita dell’impiego e sono stati assegnati agli uffici giudiziari per svolgere una sorta di tirocinio nell’ambito di  un percorso di formazione e reinserimento lavorativo della durata di due anni, organizzato prima con la Provincia e poi con la Regione attraverso i Fondi Sociali Europei. Quindi non sono dipendenti pubblici: se per quanto riguarda gli ordini di servizio dipendono dagli uffici ai quali sono stati assegnati, in pratica vengono pagati dall’Inps e il progetto del quale fanno parte è organizzato dalla Regione. Il problema – oltre a una mancanza di puntualità dei pagamenti mensili lamentata da alcuni di loro – è che per questa esperienza sta volgendo al termine e a quanto pare non c’è intenzione di proseguirla da parte delle istituzioni, non quantomeno con le stesse persone, al più una specie di ricambio che sembra una lotteria della disperazione: dentro nuovi precari – o forse i praticanti di ordini professionali – e gli altri arrivederci e grazie, insomma. Gli interessati giustamente non ci stanno,  vorrebbero quel minimo di serenità che la sicurezza di un lavoro può dare e all’angoscia di un futuro incerto si unisce un senso di presa in giro per quello che viene percepito come un voltafaccia. Per farsi ascoltare da chi di dovere e sensibilizzare coloro che gravitano nel settore (magistrati e legali) si sono allora organizzati in un collettivo chiamato Unione Precari Giustizia che ha organizzato manifestazioni davanti Montecitorio o fuori gli uffici nei quali prestano servizio, arrivando a decidere una sospensione della loro attività durante una assemblea tenutasi lo scorso 29 maggio presso la Sala della Musica del Tribunale Civile di Roma. «Una formazione dentro i Tribunali non si può spendere tranquillamente nel mercato del lavoro, è molto specifica – afferma Emiliano Viti, uno dei portavoce – per cui il turn over è sbagliato». Il problema sembrerebbe dunque insito nella stessa natura di una iniziativa che per la sua specificità ha immesso queste persone in un vicolo cieco creando inoltre delle aspettative andate in fumo in chi – dopo essere stato formato e inserito in una struttura – sta per essere rispedito a casa. Ma ora che la situazione si è creata e non si può tornare indietro, come rimediare? Prosegue al proposito Emiliano Viti: «Gradiremmo che lo stesso senso di responsabilità che abbiamo dimostrato andando anche a lavorare la mattina senza percepire un euro lo dimostrassero anche il ministero e la ministra Severino e la Regione Lazio nelle figure di Renata Polverini e dell’assessore al Lavoro Mariella Zezza, aprendo un tavolo dove si possano trovare delle soluzioni ponte che ci garantiscano una continuità lavorativa per portarci fino all’indizione di un bando di concorso dandoci almeno la possibilità di spenderci un domani in un concorso pubblico le competenze acquisite».

Alessandro Pino

 

 

Appello per Toffee, pinscher femmina di due anni, sparita da Settebagni

27 Apr

E’ scomparsa ieri, 26 aprile,  davanti casa sua in via dello scalo di Settebagni, Toffee, cagnolina di due anni. Trovandosi nel giardino padronale, non indossava il collarino.  Non si allontana mai da sola, la sua famiglia teme sia stata rapita, dato il carattere estremamente docile e la bellezza delle sue forme. Tutto il quartiere è stato tappezzato di foto e numeri di telefono. Nelle vicinanze la fermata della FM1 lascia sospettare che qualcuno l’abbia presa, salendo poi  sul treno locale, direzione Roma.

Chi l’avesse notata, ne abbia notizie o l’abbia raccolta spaurita può contattare il numero XXXXXXX. E’ stata promessa una ricompensa per chi la riporta indietro.

Luciana Miocchi

AGGIORNAMENTO DELLE 14.45: Toffee è stata riportata a casa dalla ragazza che l’ha trovata ieri in stazione che vagava vicino ai binari. Rifocillata, portata dal veterinario per controllare il microchip e fatta dormire in compagnia. Tutto è bene quel che finisce bene

Nuovo sequestro per il Salaria Sport Village ma l’attività prosegue regolarmente

13 Apr

La notizia pubblicata dall’Ansa è stata rimpallata immediatamente da tutti i siti di informazione praticamente identica alla velina iniziale.

Il simbolo dei presunti abusi edilizi legati agli ultimi mondiali di nuoto, già posto sotto sequestro nelle parti realizzate ex novo,  torna nuovamente sotto i riflettori. Il Salaria Sport Village rientra tra le proprietà confiscate a Diego Anemone, alla moglie ed allo zio a seguito dell’ordinanza firmata dal gip del Tribunale di Roma, Nicola di Grazia su richiesta dei pm Felici, Calò e Calabretta in merito alle indagini sul G8.

Alla reception del centro sportivo impiegate sorridenti accolgono la moltitudine dei frequentatori, l’attività prosegue regolarmente. Nessuno nega il sequestro ma non sono stati predisposti, almeno per ora, comunicati stampa o bollettini di alcun genere.

All’esterno, sugli edifici indicati come sequestrati, non sono stati posti i cartelli di rito.

Presumibilmente si tratta di un sequestro conservativo, con la nomina di un custode giudiziario e con l’autorizzazione alla prosecuzione delle attività economiche, al fine di tutelare i lavoratori e lo Stato.

LM e AP

Roma IV Municipio: allarme bomba in via delle vigne nuove. Disinnescata una centralina di rilevamento del traffico

13 Apr

foto A. Pino

Effettivamente pareva un allarme per un pericolo immediato e reale, quello raccolto ieri, 12 aprile, dai carabinieri della stazione Talenti. Alcuni residenti avevano notato un involucro strano, fissato su un albero in via delle vigne nuove e mai visto prima, coperto di un rivestimento color carta da zucchero. Sembrava,  ad occhio e croce, un ordigno o quanto meno poteva passare per un pessimo scherzo in ritardo sul primo aprile. Il luogotenente Salvatore Veltri –  Comandante della stazione dei carabinieri di Talenti – intervenuto sul posto insieme ai suoi uomini, dopo aver strappato l’incarto ha visto apparire una sorta di valigetta che non mostrava  collegamenti elettrici visibili all’esterno ne meccanismi che potessero far pensare ad un controllo a distanza ma risultava ben ancorata con delle staffe.  Il graduato, uomo di grande esperienza,  ha vissuto sul campo gli anni di piombo, ordigni ne ha visti tanti ed ha deciso di assumersene la responsabilità e di rischiare, seguendo istinto e mestiere, riuscendo così nell’impresa di disinnescare….una stazione per il rilevamento del traffico. Il momento critico a quel punto era superato ma deve essere stato un bel tuffo al cuore aprire e vedere una batteria ed un dispositivo luminoso lampeggiante.

Peccato che nemmeno il comando dei Vigili Urbani – che ha competenza per il traffico – fosse al corrente dell’operazione e che sul “pacco” non ci fosse nessuna indicazione tecnica nè un riferimento all’organismo che ne ha disposto il dislocamento. Una pessima dimostrazione di quanto a volte nell’amministrazione ci sia un grave difetto di comunicazione tra uffici. Non risulta difficile immaginare quanto sarebbe costato un intervento a vuoto della squadra artificieri dotati di tutto punto, la chiusura del traffico, l’evacuazione delle vie limitrofe, il caos. Ancora, se per assurdo a forza di allarmi infondati, dovuti appunto alla mancata trasmissione di informazioni, qualcuno finisse per rimanere vittima di una situazione sottovalutata?

Stamattina una identica postazione, incartata con il medesimo materiale plastico azzurrino è apparsa in zona Bufalotta, altezza isola ecologica Ama. Tranquilli, non esplode. Stavolta lo sappiamo.

Luciana Miocchi

Inizio di aprile tragico su via Salaria: due morti e sei feriti in un solo incidente

2 Apr

Un gravissimo incidente si è verificato ieri pomeriggio attorno alle sedici sulla via Salaria, direzione centro, un centinaio di metri prima della motorizzazione civile.

Diverse le autovetture coinvolte.

La dinamica dei fatti non è ancora stata completamente definita ma sembra che una Lancia Ypsilon che viaggiava in direzione fuori Roma abbia compiuto un salto di corsia, probabilmente proiettata in aria dal guard rail – ma non vi sono segni evidenti sullo stesso – atterrando poi su due macchine, una mercedes classe E ed una bmw serie 3 che mostrano il tetto completamente schiacciato. Alcune testate nazionali hanno riferito invece che l’innesco della carambola possa essere stata la Mercedes. Leggo riporta l’ulteriore ipotesi che il conducente della Mercedes abbia eseguito un brusco cambio di corsia centrando Lancia e Bmw. Questa confusione la dice lunga sulla complessità degli accertamenti cui si dovrà dare seguito per cercare di fare chiarezza. I rilievi sono proseguiti per alcune ore ad opera degli agenti del IV gruppo dei VVUU, coordinati dalla dott.ssa Giovanna Gabbiai, che sono intervenuti con numerose pattuglie, bloccando il traffico nelle due direzioni di marcia e costruendo un’area protetta per i rilevamenti, fino verso le ore 20

L’unico dato sufficientemente chiaro sembra essere proprio quello dell’elevata velocità a cui è avvenuto il tutto.

Lo scenario che si è presentato ai primi soccorritori e agli agenti delle pattuglie della Polizia di Roma Capitale aveva un qualcosa di apocalittico: feriti a terra e nel raggio di una cinquantina di metri dalle macchine vi erano pezzi sparsi di rottami ed effetti personali.

Pesantissimo il bilancio delle vittime: due morti, una ragazza di 24 anni deceduta dopo il trasporto al Pertini e un uomo di 47 perito sul colpo, il cui corpo è rimasto sull’asfalto fin quando il magistrato di turno non ha dato l’autorizzazione alla polizia mortuaria di trasferirlo all’obitorio, verso le 19,40. Sei feriti, di cui uno grave e due bambini, inviati ai pronto soccorso di S. Andrea e Gemelli.

Alessandro Pino – Luciana Miocchi

Gamezero 5885 – le origini del videogioco. All’ex mattatoio fino al sei aprile – di Alessandro Pino

18 Mar

I quarantenni particolarmente sensibili e nostalgici dei tempi andati sono avvertiti: inonderanno di lacrime la Sala delle Vasche de “La Pelanda” nell’ex mattatoio di Testaccio dove fino al prossimo 6 aprile è ospitata la mostra “Gamezero 5885 – le origini del videogioco”.

Organizzata dalla Aiomi (Associazione Italiana Opere Multimediali Interattive) e con il patrocinio dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma Capitale, la rassegna racchiude nel nome un po’ criptico la promessa di raccontare i primi trent’anni – o quasi – di storia dell’industria videoludica: dal 1958, anno in cui lo schermo dell’oscilloscopio di un computer per usi militari diventò una primordiale simulazione di tennis, al 1985 ossia subito dopo la prima crisi – il cosiddetto “crash” – del settore.

Circondato da pannelli con le foto di schermate, confezioni e personaggi – reali e di fantasia – accompagnate da testi esplicativi, c’è esposto nelle vetrine tutto ciò che avrebbe fatto sognare i ragazzini – ma non solo – di ormai tanti anni fa: consolle come l’Atari Vcs e l’Intellivision, computer come i Commodore 64 e Vic 20 o il Sinclair Spectrum e tanto altro materiale.

«Quello preso in esame è il periodo più pionieristico anche dal punto di vista dei videogiocatori» spiega Marco Accordi Rickards, direttore artistico della mostra e docente di Teoria e Critica delle Opere Multimediali all’Università di Tor Vergata. Chi a quei tempi c’era sa bene cosa voglia dire quel “dal punto di vista dei videogiocatori” e Marco e i suoi collaboratori si illuminano letteralmente mentre i ricordi scorrono come un fiume in piena. Certo, il divario tecnologico con l’intrattenimento informatico di oggi è letteralmente imbarazzante ed è difficile se non impossibile spiegare a un giocatore di oggi come ci si potesse divertire muovendo pochi rettangoli colorati su uno schermo completamente nero.

Ma  forse il fascino della mostra è proprio una questione di sensazioni e ricordi di vita oltre che nel materiale esposto: il sapore di un tempo che non c’è più – anche se può sembrare la pubblicità di un formaggio…- in cui si era probabilmente più spensierati non fosse altro che per motivi anagrafici. Per cui, visto che l’ingresso è gratuito, andateci senz’altro portando figli, nipoti o – se non ne avete – le famiglie di amici che ne sono forniti. Senza dimenticare i fazzoletti, ovviamente.

Alessandro Pino

(pubblicato su http://www.europagiovani.com)

Quinta giornata delle ferrovie dimenticate – di Alessandro Pino

6 Mar

In un periodo nel quale infuriano roventi polemiche sull’opportunità o meno di realizzare una nuova linea ferroviaria – la controversa Tav – si è tenuta lo scorso 4 marzo la quinta edizione della “Giornata delle Ferrovie  Dimenticate”, manifestazione dedicata a quelle strade ferrate che non sono più in esercizio. Nel nostro Paese infatti sono numerosi i tracciati che nel corso degli anni sono stati dismessi o addirittura smantellati, spesso per una miope politica dei trasporti orientata a favorire quelli su gomma. Come negli anni scorsi, la Ferrovia Museo della ex stazione di Colonna –  cittadina a pochi chilometri fuori Roma sulla via Casilina – ha aderito all’iniziativa proposta dalla Co.Mo.Do. (Confederazione della Mobilità Dolce) mirata a sensibilizzare i cittadini e le amministrazioni sull’opportunità di riattivare servizi su quelli che a torto sono considerati “rami secchi” oppure – ove ciò non sia possibile – a trasformare i sedimi ferroviari abbandonati in piste ciclopedonali ad uso non solo turistico. La risposta del pubblico è stata notevole e in molti sono accorsi per visitare gli edifici e i rotabili storici conservati in quella che fu una fermata della ferrovia Roma – Fiuggi (oggi linea urbana terminante in località Giardinetti) al punto che in alcuni momenti i vagoni passeggeri si sono riempiti come ai tempi in cui erano in servizio.

Proprio il recupero della linea in questione nel tratto abbandonato tra le località Genazzano e Pantano Borghese e alla sua trasformazione in itinerario ciclabile e pedonale è l’obiettivo del comitato “RiCicliamo la ferrovia”, ospite del Museo in questa occasione, che ha organizzato una raccolta di firme per promuovere tale progetto nelle sedi competenti.

Alessandro Pino

 

(pubblicato su www.europagiovani.com)

Nevica a Roma – le automobili circolano i treni soffrono il freddo

3 Feb

fermata Fm1 Settebagni - foto A. Pino

In città la circolazione è rallentata a tratti per via della neve che sciogliendosi diventa vischiosa come fanghiglia e mette in difficoltà gli automobilisti non avvezzi ad uno scenario del genere.  Molti si sono riversati nelle stazioni delle ferrovie metropolitane ma hanno trovato amare sorprese. Sulla Fm1 ad esempio, i ritardi, fino a sessanta minuti,  si sono accumulati alla soppressione delle corse.  foto A. PinoUn treno è fermo verso Monterotondo per un guasto, gli altri non si sa. La stazione di Settebagni in questo momento è affollata come nemmeno nelle ore di punta da gente che solitamente utilizza altri mezzi di trasporto. Imprecazioni colorite e irripetibili contro il maltemo e la disorganizzazione. Il personale di stazione cerca, con i potenti mezzi a disposizione – una pala – di spazzare la banchina prima che inizino gli scivoloni. L’altoparlante annuncia l’adozione di un piano di emergenza ma i presenti in stazione ritengono sia alquanto fantomatico.

foto A. Pino

Prossimamente, gli aggiornamenti della situazione

Luciana Miocchi

Cartoline da Herat – Alberto Alpozzi racconta la vita a Camp Arena – di Alessandro Pino

22 Gen

Lo avevo incontrato alla stazione Termini di Roma, appena arrivato da Torino e in attesa di partire per Herat alla vigilia delle feste natalizie, giusto il tempo di una pausa della durata di poche decine di minuti. Alberto Alpozzi, fotoreporter di professione, andava in Afghanistan assieme ai militari del contingente italiano. Una decina di giorni in tutto durante i quali avrebbe documentato la vita quotidiana dei soldati della base chiamata Camp Arena. Ci siamo risentiti al suo ritorno, come mi aveva promesso. Questo è il racconto di quei giorni passati lontano da casa in un periodo in cui tutti vorrebbero essere in famiglia.

Il primo pensiero a portellone aperto?

Mamma mia che domanda…sai che non lo so…il primo era di prendere la telecamerina e riprendere l’uscita dall’aereo militare per avere il ricordo di quale è stato il primo impatto con l’Afghanistan però  nulla di particolare…

Vabbè, allora: l’ultimo a portellone quasi chiuso?

Che non volevo tornare! Che mi dispiaceva, che avevo centomila altre cose da documentare e da vedere, delle quali volevo portare testimonianza ma che per forza di cose non ho avuto tempo. E quindi la voglia di tornare assolutamente, il dispiacere di lasciare le amicizie che si sono formate in pochi giorni con i ragazzi, con molti dei quali continuo a sentirmi su Facebook quasi quotidianamente.

Quindi ti hanno accolto come…

…come uno di loro! Ricevo mail con scritto “sei uno di noi” ed è molto bello sentirlo dire da loro.

C’era una giornata tipo tua e dei militari ?

Una giornata tipo non esiste perché le condizioni variano in continuazione e tutto può cambiare. I programmi vengono sì prestabiliti, ma i turni delle varie pattuglie e i lavori che devono fare possono subire variazioni in ogni momento. Ci alzavamo alle sette e mezza, per le otto otto e mezza facevamo colazione e poi avevamo le varie attività che venivano comunicate la sera prima secondo la disponibilità dei mezzi, delle pattuglie, delle scorte o dell’Aeronautica quando ci dovevamo spostare con gli elicotteri. Non ci sono mai stati problemi e i programmi pianificati sono stati mantenuti, quindi significa che non abbiamo trovato situazioni di pericolo per le quali modificare  i nostri piani. Una volta usciti dalla base (in elicottero o sui mezzi blindati) sempre tra le nove e le dieci, seguivamo le attività dei militari: c’erano situazioni operative o ci portavano a visitare delle strutture come il carcere femminile o il cantiere del nuovo terminal dell’aeroporto. Massimo per le quattro e mezza – cinque si tornava alla base per questioni di sicurezza: diventa buio e fa freddo. Poi, tre ore prima di cena in press room a fare il riassunto tra noi giornalisti del materiale prodotto oppure a inviare testi e foto ai giornali; intorno alle otto  venivano a prenderci gli addetti stampa dell’Esercito, cenavamo con loro, poi di nuovo press room. Infine  chi voleva andava a dormire o se preferiva poteva farsi una birra (nella base ci sono birreria, pizzeria e ristorante) o ci facevamo ancora quattro chiacchere, non fino a tardi perché la mattina la levataccia era presto e soprattutto per la stanchezza per la tensione accumulata durante il giorno.

Assieme a te quanti altri reporter c’erano?

In totale durante la mia permanenza andavano dai sei ai dieci, tutti italiani.

Con alcuni siamo partiti insieme da Roma, altri sono arrivati qualche giorno dopo e altri ancora sono arrivati i giorni successivi, anche secondo la disponibilità dei mezzi di trasporto.

Eri preoccupato?

Tensione, quella sì ma preoccupazioni mai perché comunque vedevo la qualità del lavoro svolto dai ragazzi – per quanto posso capirne io –  e come erano preparati. Pur essendo in una situazione che per loro è già problematica e rischiosa si preoccupavano delle mie esigenze non solo professionali (trovarmi in posizione utile per scattare delle fotografie), ma soprattuto esigenze che noi nel mondo civile diamo per scontate: dalla banale riunione coi colleghi o bisogni fisiologici, una bottiglia d’acqua o quando si ha voglia di una sigaretta o di un caffè o a volte quando ci si guarda darsi anche un abbraccio o una stretta di mano. Queste sono cose importanti. La tensione va perché è un teatro operativo, una zona a rischio. Paura no perché mi sono sempre sentito protetto dalle persone che erano con me, perché nulla viene lasciato al caso. Lì non  è come negli uffici pubblici all’italiana “massì lo faccio domani, massì chissenefrega ci penserà un altro”. Se lì pensi solo una frase del genere qualcuno muore. Quindi il modo di vivere, di ragionare ma soprattutto di lavorare di questi ragazzi è il modo che dovrebbero avere tutti.

Hai avuto contatti con popolazione del posto ?

Non più di tanto, mi è capitato in città con alcune persone che erano lì in coda al carcere femminile per visitare i familiari. Ingenui, anche loro con la voglia di farsi fotografare e vedere la foto che gli hai fatto. All’interno della base ci sono i lavoratori locali, ho avuto modo di fotografarli ma non parlano inglese.

Come hai trascorso il giorno di Natale?

L’ho trascorso in pattuglia con il 66° Aeromobile di Trieste, siamo stati fuori con i mezzi blindati Lince; abbiamo fatto circa trenta chilometri, non tanti ma ogni incrocio va messo in sicurezza, ogni persona che si affaccia dal balcone è un problema, una persona che prende un cellulare va controllata, le moto che si avvicinano creano disagio perché non sai chi c’è sopra. Questo il 25 mattina, proprio mentre in Italia tutti quelli che criticano certe situazioni stavano mangiando ingrassando di cinque chili e i ragazzi là li stavano probabilmente perdendo.

A proposito, tu sei ingrassato o dimagrito ?

Né l’uno né l’altro, ho mangiato sempre molto bene comunque. Anche perché dietro c’è un gran lavoro di altri nostri ragazzi, importante come tutti gli altri, perché comunque tutti hanno necessità di mangiare e bere tutti i giorni. Nella base il servizio mensa funziona benissimo e a pranzo e cena quattromila persone mangiano, quindi immagina l’organizzazione che c’è dietro.

Dunque fisicamente non sei cambiato. E dentro ?

Eh bè, sono cose che sicuramente ti cambiano, ti fanno crescere, ti fanno apprezzare di più i rapporti umani, rivalutare molte delle cose che diamo per scontate tutti i giorni. Sì, sembrano luoghi comuni, però per parlarne credo che uno debba provarlo sulla propria pelle per poterlo dire realmente. Tutti possiamo dire “ooohh non abbiamo più valori” ma questo perché ? E allora forse se vivi una situazione del genere ti rendi conto di cosa sono i valori dell’amicizia, dell’amore fraterno, quanto valore ha una stretta di mano, quanto sia importante una pacca sulla spalla che ti viene data per il lavoro che stai svolgendo. Poi ritorni qua in Italia e ti rendi conto che non è più così, che hai vissuto un bellissimo sogno di dieci giorni in un luogo di crisi, situazioni devastate, con gli italiani. E dici “cavolo questi son sempre italiani, com’è che con loro qui all’estero ti trovi bene e torni in Italia non sono gli stessi ?”. Evidentemente non sono le stesse persone sennò avrebbero fatto altre scelte e non sarebbero qui in Italia a sputare merda nel piatto in cui mangiano.

Ti aspettavi che fosse così ?

Non mi aspettavo nulla, non mi ero fatto un’idea perché era una situazione che non conoscevo e che per fortuna non potevo conoscere. Quindi non avevo idee preconcette, sono andato aspettandomi di vivere qualcosa completamente diverso, quindi con la mente il più possibile sgombera da qualunque cosa per poterlo vivere con il minor numero di idee preconfezionate. “Quello che sarà sarà”, mi ero detto. E  ogni giorno era una scoperta.

Ci tornerai?

Sì, conto assolutamente di tornare in Afghanistan sia per ritrovare le persone che ho conosciuto e  sono ancora lì (intanto alcuni so che rientreranno a febbraio e conto di vederli in qualche maniera) sia  per – come ho detto all’inizio – terminare la documentazione di alcune situazioni che non ho avuto modo di trattare per questioni di tempo. E poi vorrei seguire il lavoro di altri nostri contingenti che lavorano in zone delle quali i giornali raramente parlano.

Per esempio? Cosa non hai avuto tempo di vedere in Afghanistan?

Volevo vedere l’orfanotrofio, l’ospedale pediatrico e andare in alcune piccole basi avanzate dove ci sono venti o trenta militari. E poi l’Afghanistan è bellissimo visto dall’alto, questo deserto giallo quasi rosso come Marte. Mi piacerebbe fare un reportage sulle rotte che i mezzi dell’Aeronautica e dell’Esercito affrontano tutti i giorni e documentare un paese che di solito è associato alla guerra. Guardiamolo dal punto di vista della natura, distanziamoci dagli uomini. La natura va al di là di certe situazioni, vederla dall’alto ti distacca. Paesaggi immensi che sì fanno paura ma sono affascinanti, il deserto ti rapisce. Sarebbe al di là delle dirette attività operative, estraniandosi e dicendo “le cose son diverse viste da qui”.

Tu sei sposato. Tua moglie come ha preso questa trasferta in una località non esattamente turistica?

Alla partenza da Torino le era uscita una lacrimuccia e mi aveva fatto un po’ effetto. Al ritorno invece aveva un bellissimo sorriso, un sorriso che non ricordavo. Non perché lo avessi dimenticato ma perché mi ha colpito come la prima volta che l’ho visto.

 

Alessandro Pino

 

 

II Municipio – e il consigliere si rivolse alla Procura della Repubblica per ottenere un guard rail indispensabile

20 Gen

Era l’alba del 25 ottobre  quando un’auto, dopo aver sfondato una semplice ringhiera a lato della marciapiede che costeggia quel tratto di via Olimpica, fece un salto nel vuoto di una decina di metri, atterrando in un prato lungo la via di Tor di Quinto.

Sul posto intervenirono gli agenti di Roma Capitale e i vigili del fuoco. Fatale la mancanza di guard rail, che inizia solo pochi metri più in là, direzione salaria. Sembra che siano anni che la municipale segnala la cosa, senza mai ottenere la messa in sicurezza del tratto.

La questione è stata presa a cuore dal consigliere de La destra del II municipio Massimo Inches, ex funzionario di polizia locale in pensione, che agli inizi dell’anno, passati più di due mesi dall’incidente mortale, ha provveduto ad inviare una diffida al segretario direttore generale di Roma Capitale ed al direttore del VII Dipartimento perché provvedessero a far eseguire i lavori di adeguamento.

Il sedici gennaio, con un comunicato, il battagliero Inches ha poi dato la notizia di aver richiesto al Procuratore della Repubblica di aprire un’indagine penale per accertare se vi sono responsabilità personali su quella morte, perchè «per un episodio analogo la Corte D’Appello di Messina ha condannato nel 2011 i dirigenti del Consorzio Autostrade Siciliane a un anno e sei mesi per omicidio colposo plurimo», e ancora «un segnale forte e chiaro che la Sicurezza noi la pretendiamo nei fatti e non deve servire solo come slogan elettorale stampato sui manifesti».

Luciana Miocchi

Chiude la libreria Fuorilemura di via dei Reti – ma non è colpa della crisi

18 Gen

(articolo pubblicato su http://www.europagiovani.com)

C’è un detto secondo cui quando muore un anziano è come se bruciassero dieci biblioteche. Anche nel caso inverso in cui sia una libreria a scomparire si avverte la perdita di qualcosa non definibile esattamente ma che lascia una sorta di vuoto non solo materiale. É quanto accade in questi giorni a Roma in via dei Reti, quartiere San Lorenzo, a un passo dalla Città Universitaria. Qui dal 2007 c’era la libreria “Fuorilemura”, condotta da due ragazzi, Tullia e Maurizio. Nel mondo del commercio massificato di oggi anche i libri sono entrati nell’orbita della grande distribuzione, che sia essa sinonimo di megalibrerie facenti parte di una catena o di ipermercati che accanto ai prosciutti e ai film in dvd hanno anche il reparto dedicato all’editoria. In un che per volontà delle stesse case editrici è sbilanciato a favore dei colossi commerciali l’unico modo che hanno i piccoli librai di attirare il pubblico è puntare da un lato su un rapporto con lo stesso che sia diverso da quello, asettico, che si instaura in un contesto dove un libro è considerato niente più che un codice a barre, una merce come un’altra; dall’altro, sull’organizzazione di incontri con gli autori, presentazioni di nuovi volumi, insomma iniziative che rendano il pubblico partecipe e non solo consumatore. Ed è proprio quello che avevano fatto Tullia e Maurizio, allestendo al piano inferiore della “Fuorilemura” una saletta per occasioni del genere. I problemi sono cominciati quando, due anni dopo l’apertura, un’infiltrazione d’acqua ha reso inagibile il locale riservato agli incontri, facendo venire meno proprio l’arma che consentiva alla libreria di sopravvivere nella lotta con i giganti. I due gestori ovviamente hanno cercato di ovviare alla situazione chiedendo alla proprietà dei locali di ripristinarne l’agibilità, ma senza risultato, nonostante due gradi di giudizio in sede civile fossero andati a loro favore – tanto per ricordare come funzionano le cose in Italia. Non c’è stato nulla da fare e alla fine, a malincuore, Tullia e Maurizio hanno deciso di chiudere, svendendo tutto ciò che era presente nella libreria, arredi compresi. Paradossalmente proprio la voce dei forti sconti praticati, diffusasi anche con il passaparola, ha portato numerosi clienti a varcare la soglia del negozio negli ultimi giorni di apertura per fare scorta di volumi interessanti alla metà del prezzo di copertina. Un’occasione imperdibile, seppur triste, per gli appassionati di ogni età: bambini, ragazzi e anziani davanti a tutti. I primi ad andare esauriti, gli scaffali di libri per bambini, poi quelli dei saggi e dei best seller. I due cronisti, andati per documentare, dimentichi che quando entrano in una libreria difficilmente escono a mani vuote, sono rientrati carichi di buste ma quasi in mutande. A qualcuno potrebbe forse venire in mente l’immagine degli avvoltoi che prosperano sulle altrui disgrazie, ma bisogna pensare che è anche un modo per aiutare i due sfortunati imprenditori a limitare i danni in attesa – ci si augura – di ricominciare in un’altra sede, possibilità che Tullia non esclude per un lontano futuro: adesso proprio non se ne parla perché il danno è stato grande, i tempi sono quelli che sono e anche la delusione per come sono andate le cose ha il suo peso. Mette tristezza che chiuda una piccola libreria in cui avevano creduto due appassionati – bisogna esserlo per forza per gestirne una – mentre prosperano sale slot e centri scommesse. L’amara consolazione è che tutti quei volumi andranno in casa di persone che li ameranno e che non li metteranno mai nella campana della carta da riciclare. La libreria è ancora aperta per pochi giorni, fino ad esaurimento libri.

Alessandro Pino e Luciana Miocchi

via della Marcigliana tra discariche abusive e incontri a luci rosse: non è cambiato nulla

30 Dic

(pubblicato su http://www.europagiovani.com)

Sembra un male incurabile il degrado di via della Marcigliana, la tortuosa, bellissima strada che si snoda nell’omonima riserva naturale tra Salaria e Bufalotta. Oltre a essere abituale luogo di incontri a luci rosse, da anni ormai viene utilizzata come discarica abusiva di rifiuti ingombranti che si accumulano ai bordi della carreggiata. Questo nonostante nel febbraio del 2009 fosse stata firmata in pompa magna alla presenza del sindaco Gianni Alemanno una convenzione tra il IV Municipio e la società Terna, che su questa strada possiede una stazione di trasformazione di energia elettrica, tesa alla riqualificazione della zona. Erano previsti l’installazione di un sistema di videosorveglianza e di recinzioni per impedire la sosta e lo scarico di rifiuti. A giudicare dai risultati l’accordo è rimasto pressoché lettera morta: delle telecamere non v’è traccia se non nell’unico cartello superstite di quelli posizionati all’epoca in ossequio alla normativa sulla privacy; gli altri sono stati asportati o beffardamente coperti di vernice. Le poche barriere montate sui cigli non creano alcun fastidio agli incivili che usano come pattumiera quella che dovrebbe essere un’area protetta: oltre a svariati cumuli di rifiuti generici e detriti provenienti da qualche demolizione si trovano abbandonati persino frigoriferi, altri elettrodomestici in vario assortimento e arredamenti completi, comprensivi di divano e poltrone. Su queste siedono in attesa dei clienti – con i quali poi appartarsi in auto o su giacigli di fortuna poco oltre la carreggiata – alcune ragazze che qui esercitano il mestiere. Meglio attrezzate sono alcune loro colleghe di lungo corso che hanno a disposizione due vecchi camper abitualmente parcheggiati alla confluenza della strada con la Salaria. Quelli con le prostitute non sono gli unici “incontri galanti” che qui avvengono a tutte le ore. La zona infatti è anche un noto punto di ritrovo dove si incontrano domanda e offerta di scambisti e anche di prostituzione maschile, talmente famoso da produrre su google centinaia di riferimenti. Ne sono testimonianza inequivocabile le decine di veicoli parcheggiati a bordo strada senza apparente motivo, mancando in questa stradina di campagna esercizi commerciali, abitazioni o fermate di mezzi pubblici. Chi viene in cerca di sesso va a colpo sicuro, o quasi: basta accostare e aspettare, entro un paio di minuti al massimo si viene avvicinati da qualcuno che non si ferma nemmeno davanti alla presenza in macchina di due persone. Rinunciano solo quando gli si sventolano sotto il naso reflex e videocamere, con il plateale intento non di riprendere furtivamente gli incontri per uso personale ma per scopo divulgativo.
In verità a fine maggio era stata compiuta una bonifica straordinaria della strada e delle aree verdi circostanti promossa da RomaNatura, l’ente regionale che gestisce le riserve naturali nel Comune di Roma, in collaborazione con l’Ama, il IV Municipio e la Terna. Durante l’intervento era stato riempito di rifiuti voluminosi l’intero cassone di un mezzo speciale fornito dalla municipalizzata, ma sono bastati pochi mesi per tornare a una situazione anche peggiore di prima. Se non si darà seguito a quel famoso accordo per la sicurezza e il decoro via della Marcigliana continuerà a essere una via di mezzo tra una casa d’appuntamenti all’aperto e uno sversatoio.
Luciana Miocchi

Sottrazione dei minori alle famiglie: in un meeting si è discusso come riformare un sistema criticato da molti – di Alessandro Pino

15 Dic

Organizzato dal “Movimento Nazionale Italia Garantista” presieduto dal consigliere provinciale  Pier Paolo Zaccai, ex Pdl ora ” indipendente neutrale del gruppo misto”, si è tenuto presso Palazzo Valentini – sede della Provincia di Roma – un convegno sul tema “Sottrazione coatta dei minori alle famiglie”. Il termine tecnico del titolo richiama alla mente fatti di cronaca che infiammano periodicamente l’opinione pubblica. I pochi casi eclatanti, però, sono solo la punta dell’iceberg: attualmente più di trentaquattromila i minori allontanati dalle rispettive famiglie e inseriti in “strutture protette”, per un costo – si pensi alla sola gestione degli alloggi – stimato attorno al milione di euro l’anno. Tra gli obiettivi del convegno, proprio la sensibilizzazione delle istituzioni e del pubblico riguardo gli errori e le storture compiute dal sistema giudiziario e dai servizi sociali comunali. Naturale che sovvenga immediato il ricordo dei casi più clamorosi tra quelli giunti alla ribalta dei media, alcuni ormai remoti. Era il 1989 quando, surclassando in assurdità la più allucinante delle trame kafkiane, i genitori di Miriam Schillaci – nemmeno tre anni – si videro sospendere la patria potestà e furono messi alla gogna nella veste di sadici aguzzini: il via fu dato dai medici che scambiarono  incredibilmente un tumore al retto della bambina per il segno di ripetute sodomizzazioni, il resto lo fecero magistrati e giornalisti in un crescendo di arroganza e superficialità. Il castello di accuse infamanti infine cadde ma non ci fu lieto fine. Il teratoma sacro-coccigeo non lasciò scampo alla piccola. Nessuno fece autocritica per l’accaduto, solo l’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiese perdono ai genitori a nome dell’intero paese. Più recente, del 2008, il caso conosciuto come “dei fratellini di Basiglio”, dal comune alle porte di Milano nel quale risiedeva la famiglia dei giovanissimi protagonisti. Una bambina di nove anni e il fratello di tredici furono tolti improvvisamente ai genitori per ordine del Tribunale dei Minori a causa del ritrovamento, nella classe frequentata dalla piccola, di un disegno a lei attribuito e interpretato da due maestre come inequivocabile indice di inenarrabili depravazioni subite in ambito domestico. I due piccoli furono portati in diverse comunità e solo dopo più di un mese e mezzo fu permesso ai genitori di mettersi in contatto con loro. Di quella separazione rimasero a testimonianza i diari tenuti durante  dal ragazzo durante l’allontanamento, che parlavano di pressioni e angherie, subìte però non a casa ma proprio nella struttura che avrebbe dovuto tutelarli. Nel frattempo le indagini  dimostravano l’inconsistenza delle accuse – i disegni erano stati fatti per dispetto da un’altra alunna- gettando inoltre forti ombre sugli operatori sociali e scolastici che avevano richiesto il provvedimento e che furono rinviati a giudizio con le accuse di falso ideologico, falsa testimonianza e lesioni colpose per il trauma provocato in particolare al ragazzo, che veniva riaffidato alla famiglia assieme alla sorellina. Gli operatori imputati furono poi prosciolti con una sentenza che suscitò ulteriori polemiche su una vicenda destinata a segnare per sempre la vita di una famiglia. All’epoca dei fatti era stato pesante il commento di don Antonio Mazzi: «I casi come questo sono più frequenti di quanto si possa immaginare. Cercare di fare qualcosa è difficilissimo: il Tribunale dei minori è un fortino blindato con meccanismi che non si arrestano nemmeno davanti all’evidenza dei fatti». Il religioso, secondo cui «psicologi e assistenti sociali  andrebbero affiancati da gente con più contatto con la realtà» si augurava, in un’intervista rilasciata al “Corriere della Sera”, una incisiva riforma «o i casi come quello di Basiglio continueranno a moltiplicarsi». Parole molto dure, attualizzate in una sorta di eco attraverso i commenti pubblicati in rete dai numerosissimi iscritti (più di diecimila) al gruppo di Facebook chiamato “Insieme per Stella”, sorto per tenere desta l’attenzione sulla vicenda della piccola Anna Giulia Camparini, chiamata Stella nei media fin quando la sua vicenda – tuttora in corso di sviluppo – ha assunto una  rilevanza tale da renderne impossibile la tutela dell’anonimato . La bambina fu tolta ai genitori nel 2007 in base a una relazione dei servizi sociali di Reggio Emilia in cui si giudicava “fatiscente” l’abitazione nella quale vivevano insieme. Iniziò così una drammatica odissea che li spinse anche al gesto estremo di portare via la bambina dalla struttura in cui era stata inserita. Una battaglia, la loro, combattuta non solo nelle aule giudiziarie ma anche mediaticamente, ospiti più volte della trasmissione “Chi l’ha visto”.

I casi riportati e tutti gli altri che non hanno avuto modo di approdare alla ribalta dell’informazione fanno riflettere sulla necessità di rivedere urgentemente un sistema che pure in altri casi ha contribuito a risolvere situazioni tremende. Al termine dei lavori, cui hanno partecipato i rappresentanti di associazioni genitoriali e politici di ogni schieramento, è stato quindi redatto un documento tra i cui punti qualificanti, oltre alla proposta di un aiuto concreto per le famiglie in difficoltà economiche (ottanta per cento dei casi di sottrazione di minori), figura l’introduzione di un vero contraddittorio medico-scientifico su quanto rilevato dai servizi sociali e di una sostanziale parità tra accusa e difesa. Un cambiamento, questo, avvertito come irrinunciabile se si vuole evitare che continuino a verificarsi aberrazioni come quelle citate.

Alessandro Pino

“Il futuro è adesso”. Alla sala Agnini l’Italia vista dall’Europa – incontro con la eurodeputata Debora Serracchiani

8 Dic

Silvia Di Stefano, Dario Nanni, Debora Serracchiani, Riccardo Corbucci (foto A. Pino)

«Andare ad elezioni dopo le dimissioni del governo Berlusconi? Era da irresponsabili e anche impossibile. Il Presidente della Repubblica si è fatto carico di affidare il paese a chi meglio di altri poteva rappresentarlo in Europa». Ha esordito così Debora Serracchiani, europarlamentare Pd, quando ha preso la parola durante l’incontro “Il futuro è adesso” nella Sala Agnini di Viale Adriatico, a Montesacro. Precedentemente a lei erano intervenuti Silvia Di Stefano, coordinatrice del circolo Settebagni-Castel Giubileo che ha coordinato gli interventi, Riccardo Corbucci, vice presidente del consiglio municipale e Dario Nanni, consigliere comunale. Presenti, insieme a numerosi cittadini, molti esponenti locali del partito. Contrariamente a quanto avviene di solito, con l’esponente di spicco che si fa attendere, i lavori sono iniziati con una puntualità svizzera, alle 18.

Silvia Di Stefano ha ricordato che l’assemblea regionale del Partito democratico il prossimo febbraio svolgerà le primarie per le elezioni del nuovo segretario, forse insieme a quelle per il candidato sindaco di Roma e per il candidato alla presidenza del IV municipio. Corbucci e Nanni hanno raccontato delle loro battaglie in Municipio e all’assise capitolina, degli abusi dei mondiali di nuoto e di un certo modo di amministrare la città per cui si cedono le ex aree mercatali, a volte molto pregiate a società di costruzioni che realizzano lauti guadagni avendone in cambio pochi appartamenti che non riescono a vendere in zone ultra periferiche della città.

Poi è iniziato l’intervento dell’europarlamentare, particolarmente atteso. Non capita tutti i giorni di poter avere testimonianza diretta di quanto avviene a Strasburgo, figuriamoci in un municipio grandissimo si, ma considerato “periferico” rispetto ad altri. Oggi come oggi l’argomento “Europa” è molto sentito, visto che è nel suo nome che ci vengono chiesti ed imposti sacrifici importanti.

Parla velocemente, senza sprecare tempo né una parola più del necessario, l’eloquio allenato anche dal fato di essere un affermato avvocato specializzato in diritto del lavoro.

«Per descrivere la nostra situazione in Europa, partirei da due fotografie, indicative. La conferenza stampa Merkel-Sarkozy, con la risatina rimasta famosa e poi un’altra conferenza stampa dove c’erano tre persone sullo stesso piano: Merckel, Sarkozy e Monti.

Nel giro di qualche giorno l’Italia si è trasformata, almeno nella forma, ed è tornata ad avere un ruolo centrale, il ruolo che gli è stato riconosciuto quando ha co-fondato la comunità europea insieme alla Germania e la Francia, ruolo che negli anni avevamo in qualche modo perso.

In pochi giorni, in poche settimane noi abbiamo riconquistato quell’affidabilità e quella credibilità che l’Europa pretendeva dall’Italia. In questo momento ci viene riconosciuta la nostra funzione di pontiere tra Francia-Germania e i paesi in difficoltà economica insieme a noi».

Il tempo scorre veloce, l’argomento è talmente interessante e vasto che nessuno interrompe per fare domande. «Ora c’è il problema di come quelle tre persone hanno intenzione di affrontare la situazione. L’Europa è arrivata a gestire questa crisi economico-finanziaria in maniera impreparata, senza la forza politica che doveva accompagnarsi alle scelte economiche e finanziarie che sono state fatte negli anni. Nel 1992 Jacques Delors diceva che la banca centrale europea contava 340 milioni di utenti ed era impensabile che non vi fosse l’accompagnamento di precisi e forti impegni politici. Dal 92 ad oggi di costruzione politica dell’Europa se ne è vista ben poca. Arriviamo quindi alla crisi economica attuale sommandola alla crisi strutturale che già c’era. Questa attuale però non è l’Europa di Khol, Mitterand e Delors ma è quella di Merkel, Sarkosi e fino a qualche giorno fa di Berlusconi. E’ differente la classe dirigente che affronta la crisi. Basta ricordare che se avessimo aiutato la Grecia un anno fa ci sarebbe costato la metà di quanto ci sta costando adesso. Se la Germania avesse sciolto il nodo degli aiuti finanziari alla Grecia avremmo evitato di bruciare in due settimane diciassette miliardi di euro e li abbiamo bruciati semplicemente perché bisognava attendere le elezioni in alcune regioni tedesche. Abbiamo un’Europa poco politica, leadership internazionale in difficoltà e stati nazionali che di fronte alla crisi invece di affidare un pezzo della loro sovranità nazionale se la riprendono, in particolare due grandi stati che in qualche modo si impegnano a fare da soli.»

Anche le curiosità riguardo la figura del premier Monti vengono anticipate. « Monti diventa determinante. Quei tre in comune non hanno nulla, la loro visione dell’Europa è profondamente diversa. I premier francesi e tedeschi pensano di poter fare da soli, l’italiano è un convinto europeista, che ha fatto il commissario europeo per anni, vuole la collegialità. L’apporto dell’Italia in questo caso è di arricchimento di quelle scelte che i capi dei due grandi stati non hanno fatto fino in fondo. Ne cito alcune. Noi siamo qui in bilico a decidere se fare o no il fondo salvastati, siamo in bilico a decidere se fare o no gli eurobond, che sono mettere insieme il debito degli stati nazionali, darlo in qualche modo all’Europa e a cercare di garantire che tutti gli stati, nessuno escluso, possano affrontare la crisi e magari anche superarla. C’è anche una difficoltà di individuazione della strategia e di individuazione della visione. La Merkel crede nell’Europa ma ne vuole il controllo, non è pronta a fare il passo di affidarsi ad un’Europa che mette insieme gli stati, si prende impegni politici e assume responsabilità verso gli altri stati membri. L’ingresso improvviso, voluto dell’Italia, è fondamentale.»

Sul diverso modo di reagire alla crisi dei stati membri, la Serracchiani dice «la crisi economico-finanziaria ha colpito tutti i paesi non soltanto quelli europei. Ognuno dei nostri 27 però ha reagito in maniera diversa. La Polonia ha un tasso di crescita superiore alla Germania. La Svezia è addirittura in crescita. Il Financial Times ha addirittura premiato il ministro svedese che per primo ha letto la crisi, ha bloccato i bonus alle banche e ha cominciato a fare quelle azioni che a noi vengono chieste tutte insieme, all’improvviso. Dobbiamo chiederci perché in questi ventisette stati ce ne sono molti che hanno una difficoltà economica superiore alla nostra, non solo la Grecia ma anche Portogallo, Spagna e Irlanda ma la Bce ha scritto solo a noi? Questo è un problema più politico. L’Italia è uno stato che aveva già promesso quegli interventi , in tre anni abbiamo fatto tredici manovre, dicendo sempre che eravamo pronti a fare le grandi riforme, avevamo già promesso che le avremmo fatte ma poi in realtà non è stato così. La banca centrale europea scrive proprio a noi perché in qualche modo sembravamo trascurare la questione, bastava prendere un qualsiasi giornale italiano per convincersi che la crisi non c’era.

Qualcuno ha reagito meglio. Viene da domandarsi cosa questi stati hanno fatto che non è riuscito a noi. La Spagna in campagna elettorale. ha spostato le tasse dal lavoro al capitale, ed è nel nostro paese un fatto che non è stato preso neppure in considerazione. Noi non abbiamo fatto la patrimoniale. Ora ne possiamo parlare liberamente, ma fino a qualche mese fa non si poteva neppure utilizzare il termine. In questo senso spero che monti vada fino in fondo con i tre requisiti rigore, equità, crescita. Che vanno messi insieme, non tenuti distinti. Rigore, se fai delle azioni che deprimono, devi fare un azione altrettanto equa. In Europa la patrimoniale è di due tipi, straordinaria con un aliquota più alta ma limitata nel tempo o più bassa ma in vigore per più tempo. Sarcozy  aveva promesso che l’avrebbe eliminata ma appena eletto ha detto ora non si può. In Francia si tassa tutto il patrimonio ma per loro è più semplice, non hanno il tasso di evasione che c’è da noi, che tassiamo solo l’immobiliare perché è quello più difficile da nascondere. Va bilanciata tenendo in considerazione anche la liquidità, con equità va valutato anche il reddito della persona perché essere proprietario di immobile non significa automaticamente avere la liquidità per pagare. Se queste scelte le avessimo fatte per tempo ora ci sembrerebbero più accettabili.»

Altro punto dolente da spiegare, le pensioni. «In Europa si dice che il nostro sistema pensionistico tiene, ma tiene nel lungo periodo, per i prossimi quindici anni no, perché c’è il peso delle pensioni di anzianità di chi ha iniziato a lavorare molto giovane e che, accumulato li anni di contribuzione, sta andando in pensione. Nel tempo sono sempre di meno quelli che hanno iniziato a lavorare presto, se si è 25 anni e molti di quelli che cominciano ora non accedono neppure all’inps ordinaria ma alla gestione separata. Il peso c’è ora. Ci sarà un aggiustamento? Molti sono gli interventi da fare prima di toccare le pensioni, ma se si decide di fare questo, le opzioni che più probabilmente verranno richieste all’Italia sono l’innalzamento dell’età già previsto per il 2026 e il passaggio al metodo contributivo, si abbassa un pochino la pensione ma diventa più equa, poi la flessibilità in uscita, cioè il lavoratore decide quando vuole uscire più lo fa prima più ne prende di meno. Ancora si possono eliminare tutte le pensioni privilegiate che esistono in questo paese. Potevamo farlo dieci anni fa, quando c’erano le condizioni economiche».

Sui problemi del sistema Italia il suo pensiero è «Al di la della crisi economica, il paese ha un problema di competitività rispetto agli altri i.. qui l’energia elettrica costa il 26 per cento in più della media europea, il carburante subisce due accise, mancano le infrastrutture e trasportare merci costa il 20 per cento in più. C’è un eccesso di burocrazia. L’ Eeuropa batte sulla competitività.»

Sul costo del lavoro: «Si dice che in Italia il costo del lavoro è troppo elevato per cui non si fa impresa. In parte è vero ma come mai in Germania il lavoro costa di più e gli stranieri vanno a mettere li le lori imprese? Ci vanno perché il paese è più competitivo. C’è anche un problema culturale per cui da noi i lavoratori sono sempre un costo per cui se una azienda deve abbattere i costi la prima cosa che fa è tagliare il personale. Perché noi siamo ancora convinti che un lavoratore che viene specializzato in quell’azienda e viene fidelizzato costa molto di meno di quanto costi cambiare in continuazione dipendenti. E da altre parti l’hanno già capito. In Italia è complicato capire che il mercato del lavoro va riordinato perché non è normale che se io decido di assumere una persona ho trentaquattro forme diverse contrattuali per farlo. »

L’intervento politico come esponente del Pd

«Ora abbiamo un governo tecnico, ma i governi non sono mai tecnici, sono politici. Monti ha fatto il commissario in Europa per dieci anni alla concorrenza al mercato unico e ha aperto una procedura di infrazione alla concorrenza a Microsoft. Mettere insieme ventisette teste diverse non è roba da tecnici ma da politici. E comunque, se se questi faranno le cose fatte bene, perché dopo dovrebbero rimettere il paese in mano alla “politica”?

Dobbiamo seguire passo passo tutto quello cha andrà ad accadere perché non sarò sufficiente se la politica non avrà l’ambizione di cambiare il modello culturale nel quale questo paese vive. Dobbiamo tornare a dire questo è uno Stato,  è una comunità, una nazione con il rispetto delle istituzioni, l’etica. Alcuni hanno detto ad esempio che l’appello che ha fatto il presidente alla necessità di dare la cittadinanza ai giovani che si sentono  italiani, che nascono in Italia da famiglie straniere, non è una priorità perché ora c’e altro da fare. Questo può riguardare il governo Monti perché deve fare delle scelte economiche ma non può riguardare la politica che deve fare delle modifiche al modello culturale. Possiamo fare due scelte; mettere quelle persone ai margini della società e non considerarli italiani ma quando si mettono le persone ai margini delle società quelle si incattiviscono e diventa difficile conviverci, oppure che diventino italiani, che ci sia un possibilità di assumersi i diritti ma soprattutto i doveri di essere cittadini italiani. Perché allora si costruisce un paese diverso. Ci aspetta una campagna elettorale dura, perché chi ha fatto una scelta vergognosa di mettersi all’opposizione, per tenere il proprio consenso elettorale, mi riferisco alla lega nord, che poi non ha avuto neppure il coraggio di portarci fuori da una situazione difficile. Quella forza politica farà solo un tipo di campagna elettorale: no all’ Europa, salviamo gli italiani mandiamo via gli immigrati, salviamo il nord togliamo il sud. Il nostro è l’unico paese europeo che durante la crisi ha tagliato scuola, sanità e ricerca. E anche qui la volontà politica era chiara, un popolo ignorante si governa molto meglio. Tutte queste cose le sentiamo nostre ed è una battaglia da fare in questi quindici mesi, dove la politica deve appoggiare questa sfida economica ma deve avere l’ambizione importante di tornare ai valori dell’etica. Quello che sta succedendo a questo paese è che sta tornando normale. Non è un pese normale quello che si stupisce se il presidente del consiglio va a vedere una mostra, si mette in fila e paga il biglietto. Non è neppure normale un paese che si stupisce se il presidente del consiglio potendo scegliere tra due aerei uno più grande e uno più piccolo sceglie quello più piccolo. Come non è normale aprire il giornale e trovare uno ricco che dice fatemi pagare più tasse. Dobbiamo ritrovare la normalità. Le battaglie sindacali sulla dignità del lavoro, sulla sicurezza. Dobbiamo recuperare la normalità. Dobbiamo impegnarci tutti a stare sul territorio marcando la differenza tra noi e gli altri per governare al meglio dove già lo facciamo e tornare dove non siamo più. Se vogliamo tornare in Europa dobbiamo farlo a testa alta.»

* * * *

Dopo l’intervento a “Il futuro è oggi” Debora Serracchiani ha accettato di rispondere ad alcune domande poste da www.europagiovani.com

(per leggere l’intervista completa copiate l’indirizzo http://www.europagiovani.com/index.php?module=loadRubriche&IdCategoria=25&IdRubriche=307  )

Luciana Miocchi

Salaria Sport Village: il sequestro alle nuove strutture resta. Probabile precedente anche per gli altri circoli coinvolti nel caso Mondiali di Nuoto

18 Nov

Il 17 novembre la IV sezione del Tribunale penale di Roma, per mezzo del giudice Bruno Costantini ha emesso un’ordinanza con la quale viene respinta l’istanza di dissequestro delle strutture del Salaria Sport Villane edificate per il mondiali di nuoto del 2009.

La decisione viene a poca distanza in ordine temporale dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 5799/2011 che dichiarava nulli  gli atti del 2010 del Sindaco Alemanno e della sua giunta, con i quali si dichiarava la competenza di Roma Capitale a rilasciare le autorizzazioni edilizie necessarie, non ritenendo le sue prerogative sufficienti ad interferire con i poteri attribuiti al commissario straordinario. Tale sentenza ribaltava completamente quella emessa dal Tar appena qualche mese prima, contro cui avevano fatto ricorso i legali del centro sportivo e che considerava appunto le strutture prive di autorizzazione perché non rilasciate dagli uffici comunali, forti dell’autorizzazione del delegato a gestire l’evento straordinario dei mondiali di nuoto. Tutto ruota intorno alla qualifica di impianto pubblico, se sia da considerarsi tale anche quando la proprietà è privata ma viene utilizzata per uno scopo che interessa la collettività, quale può essere una manifestazione sportiva di simile portata.

Ad oggi è ancora in piedi presso il Tar-Lazio il giudizio incardinato da Italia Nostra, che ha per oggetto la validità o meno delle ordinanze del presidente del consiglio dei ministri con le quali sono stati attribuiti al commissario straordinario i poteri, tra gli altri, di andare in deroga su qualunque ostacolo di natura burocratica si frapponesse nella gestione dell’evento mondiali di nuoto. Nel caso del Ssv,  i vincoli sono rappresentati oltre che dal prg che destina i terreni ad uso agricolo, dalla presenza di un’area di esondazione del Tevere che ha generato un parere contrario dell’autorità di bacino e da un piano paesaggistico della regione.
Il ritardo con cui si è avuta l’emissione dell’ordinanza penale, attesa per l’inizio dell’estate, è dovuto al fatto che giudice Colaiocco è stato distaccato ad altro incarico ed i tempi tecnici per cui un altro magistrato ha dovuto prendersi carico del faldone hanno fatto si che si arrivasse a metà novembre. Le motivazioni del giudice Costantini contenute nell’ordinanza spiegano che la decisione del Consiglio di Stato deve avere effetto solo sul piano amministrativo. Viene messo in evidenza, infatti, che i magistrati amministrativi non entrano nel merito ma si limitano a considerare “la legittimità della nota del Comune di Roma del gennaio 2010 con la quale si esprimeva parere favorevole all’apertura della pratica di sanatoria per il nuovo impianto sportivo”.

Il mancato dissequestro delle strutture potrebbe influire, quale precedente, anche sulle decisioni riguardanti gli altri quattordici circoli sportivi sequestrati nella medesima inchiesta, tutti con varie presunte pecche nelle autorizzazioni.

Il procedimento penale per il presunto abuso edilizio delle nuove edificazioni, quindi, va avanti. Le attività nelle strutture preesistenti, non oggetto di sequestro, proseguono normalmente.

Luciana Miocchi