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IV Municipio: a fuoco una palazzina in Largo Valtournanche

30 Mar

Paura ai Prati Fiscali per un incendio che ha distrutto un appartamento la mattina del 28 marzo. Verso le dieci e mezzo del mattino le fiamme si sono sviluppate all’attico della palazzina al civico 18 del largo Valtournanche. Oltre ai Vigili del Fuoco sul posto sono intervenuti la polizia e i carabinieri della Compagnia Monte Sacro con il comandante, maggiore Alessandro Di Stefano. Traffico e linee autobus deviati per consentire le operazioni di spegnimento. Per fortuna nessuna conseguenza per le persone ma vi è da registrare la morte di un micio, intossicato dal fumo. Per tutta la durata delle operazioni di spegnimento l’edificio è stato sgomberato delle persone che vi si trovavano in quel momento, molto poche essendo orario lavorativo. «Sono andata a suonare al citofono – racconta l’edicolante che gestisce il chiosco al centro della piazza – ma quasi nessuno ha risposto». Ci sono volute un paio d’ore per normalizzare la situazione, quando la vita è tornata ad assumere i ritmi di sempre: autisti sovrappensiero in attesa di ripartire dall’antistante capolinea, passanti che chiaccherano e  nemmeno fanno caso alle pareti annerite quattro piani più in alto. Nell’androne del palazzo gli unici indizi dell’accaduto sono dati dall’ascensore fermo e sigillato oltre che dal tipico odore acre di plastica bruciata che si percepisce in casi del genere.

Alessandro Pino

Gamezero 5885 – le origini del videogioco. All’ex mattatoio fino al sei aprile – di Alessandro Pino

18 Mar

I quarantenni particolarmente sensibili e nostalgici dei tempi andati sono avvertiti: inonderanno di lacrime la Sala delle Vasche de “La Pelanda” nell’ex mattatoio di Testaccio dove fino al prossimo 6 aprile è ospitata la mostra “Gamezero 5885 – le origini del videogioco”.

Organizzata dalla Aiomi (Associazione Italiana Opere Multimediali Interattive) e con il patrocinio dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma Capitale, la rassegna racchiude nel nome un po’ criptico la promessa di raccontare i primi trent’anni – o quasi – di storia dell’industria videoludica: dal 1958, anno in cui lo schermo dell’oscilloscopio di un computer per usi militari diventò una primordiale simulazione di tennis, al 1985 ossia subito dopo la prima crisi – il cosiddetto “crash” – del settore.

Circondato da pannelli con le foto di schermate, confezioni e personaggi – reali e di fantasia – accompagnate da testi esplicativi, c’è esposto nelle vetrine tutto ciò che avrebbe fatto sognare i ragazzini – ma non solo – di ormai tanti anni fa: consolle come l’Atari Vcs e l’Intellivision, computer come i Commodore 64 e Vic 20 o il Sinclair Spectrum e tanto altro materiale.

«Quello preso in esame è il periodo più pionieristico anche dal punto di vista dei videogiocatori» spiega Marco Accordi Rickards, direttore artistico della mostra e docente di Teoria e Critica delle Opere Multimediali all’Università di Tor Vergata. Chi a quei tempi c’era sa bene cosa voglia dire quel “dal punto di vista dei videogiocatori” e Marco e i suoi collaboratori si illuminano letteralmente mentre i ricordi scorrono come un fiume in piena. Certo, il divario tecnologico con l’intrattenimento informatico di oggi è letteralmente imbarazzante ed è difficile se non impossibile spiegare a un giocatore di oggi come ci si potesse divertire muovendo pochi rettangoli colorati su uno schermo completamente nero.

Ma  forse il fascino della mostra è proprio una questione di sensazioni e ricordi di vita oltre che nel materiale esposto: il sapore di un tempo che non c’è più – anche se può sembrare la pubblicità di un formaggio…- in cui si era probabilmente più spensierati non fosse altro che per motivi anagrafici. Per cui, visto che l’ingresso è gratuito, andateci senz’altro portando figli, nipoti o – se non ne avete – le famiglie di amici che ne sono forniti. Senza dimenticare i fazzoletti, ovviamente.

Alessandro Pino

(pubblicato su http://www.europagiovani.com)

Via dei Prati Fiscali: esplosione nella notte. Danneggiata una banca – di Alessandro Pino

9 Mar

Attentato dinamitardo a Monte Sacro: verso le tre e un quarto della notte tra il sette e l’otto marzo c’è stata un’esplosione all’esterno della filiale del Monte dei Paschi di Siena al civico 209 di via dei Prati Fiscali.

Nello scoppio è andata distrutta parte della vetrata dell’agenzia mentre all’interno i danni hanno interessato controsoffitti,  pavimenti e mobilio. Anche l’adiacente negozio di arredamenti e una macchina parcheggiata davanti le vetrine hanno riportato danni. Fortunatamente non sono state coinvolte persone. La mattina dopo l’esplosione i carabinieri della stazione Nuovo Salario hanno circoscritto l’area antistante l’agenzia mentre i loro colleghi del Reparto Investigazioni Scientifiche eseguivano i rilievi del caso. A loro toccherà indagare su autori e motivi dell’attentato, anche ricorrendo alle  immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza della banca danneggiata e di altre vicine.

Sembra da escludere il tentativo di scasso del bancomat per mezzo di gas, visto che lo sportello automatico non si trova su quel lato della filiale. Nel frattempo che i militari eseguivano misurazioni e fotografie, alcuni operai  hanno iniziato a rimuovere i materiali danneggiati. Intorno, numerosi passanti non hanno mancato di  soffermarsi a curiosare commentando l’accaduto: tra questi, una anziana signora forse memore degli anni di piombo che con una verve insospettabile ha sbottato: «Questa è la banca dove c’ho il conto, a chi ha fatto ‘sto lavoro je sparerei con un bazooka».

Alessandro Pino

Quinta giornata delle ferrovie dimenticate – di Alessandro Pino

6 Mar

In un periodo nel quale infuriano roventi polemiche sull’opportunità o meno di realizzare una nuova linea ferroviaria – la controversa Tav – si è tenuta lo scorso 4 marzo la quinta edizione della “Giornata delle Ferrovie  Dimenticate”, manifestazione dedicata a quelle strade ferrate che non sono più in esercizio. Nel nostro Paese infatti sono numerosi i tracciati che nel corso degli anni sono stati dismessi o addirittura smantellati, spesso per una miope politica dei trasporti orientata a favorire quelli su gomma. Come negli anni scorsi, la Ferrovia Museo della ex stazione di Colonna –  cittadina a pochi chilometri fuori Roma sulla via Casilina – ha aderito all’iniziativa proposta dalla Co.Mo.Do. (Confederazione della Mobilità Dolce) mirata a sensibilizzare i cittadini e le amministrazioni sull’opportunità di riattivare servizi su quelli che a torto sono considerati “rami secchi” oppure – ove ciò non sia possibile – a trasformare i sedimi ferroviari abbandonati in piste ciclopedonali ad uso non solo turistico. La risposta del pubblico è stata notevole e in molti sono accorsi per visitare gli edifici e i rotabili storici conservati in quella che fu una fermata della ferrovia Roma – Fiuggi (oggi linea urbana terminante in località Giardinetti) al punto che in alcuni momenti i vagoni passeggeri si sono riempiti come ai tempi in cui erano in servizio.

Proprio il recupero della linea in questione nel tratto abbandonato tra le località Genazzano e Pantano Borghese e alla sua trasformazione in itinerario ciclabile e pedonale è l’obiettivo del comitato “RiCicliamo la ferrovia”, ospite del Museo in questa occasione, che ha organizzato una raccolta di firme per promuovere tale progetto nelle sedi competenti.

Alessandro Pino

 

(pubblicato su www.europagiovani.com)

Al Brancaleone di Via Levanna il primo festival della musica elettronica con ospiti internazionali – di Alessandro Pino

4 Mar

(pubblicato su www.europagiovani.com)

Il centro sociale Brancaleone di via Levanna 13 a Monte Sacro si prepara a ospitare la prima edizione del “Pull My DayC Spring Festival 2012”, rassegna di musica elettronica che si articolerà in tre appuntamenti: 9 marzo, 5 e 30 aprile, sempre con inizio alle undici e mezza di sera.

In ciascuna data assieme ad artisti italiani si esibirà un ospite straniero: si comincerà con il britannico Blawan, proseguendo con il neozelandese Martyn per terminare con la formazione sudafricana Spoek Mathambo, nomi che forse ai profani risulteranno comprensibilmente poco familiari ma che per chi mastica la materia sono autentici padreterni del genere, apprezzati e richiesti in tutto il mondo.

Abbonandosi al pacchetto completo di tre date  si riceverà in omaggio la maglietta ufficiale della manifestazione e un compact disc, il tutto per la somma di venticinque euro, comprensive della soddisfazione di aver contribuito a una iniziativa che viene presentata come totalmente autonoma e autofinanziata senza appoggi istituzionali. Tutte le informazioni del caso sono reperibili  sulla pagina Facebook “Pull My DayC” o tempestando di telefonate Alessio Sidoti al 3381247700.

Alessandro Pino

Aperto oggi al traffico il prolungamento di via Ugo Ojetti – di Alessandro Pino

20 Feb

– in tempo reale –

La bretella lungamente attesa collega via di Casal Boccone con la Nomentana

L’attesa è stata lunga ma alla fine la bretella a quattro corsie – realizzata dall’impresa Mezzaroma a scomputo delle cospicue realizzazioni immobiliari nella zona – che collega via di Casal Boccone con la Nomentana è stata aperta al traffico: pochi minuti prima di mezzogiorno del venti febbraio una Volvo coupè è stato il primo veicolo che non fosse di servizio a percorrere la nuova arteria che è in pratica il proseguimento di via Ugo Ojetti, anche se non vi sono ancora targhe toponomastiche che lo attestino. Non ci sono state cerimonie ufficiali, brindisi o tagli di nastri anche se il presidente del Quarto Municipio Cristiano Bonelli non è voluto mancare assieme ai consiglieri di maggioranza Giordana Petrella e Stefano Ripanucci – che presiedono rispettivamente le commissioni Lavori Pubblici e Urbanistica – scoprendo personalmente la tabella che indica la svolta in direzione Bufalotta  e improvvisandosi fotoreporter scattando alcune istantanee dell’avvenimento. Prima dell’effettiva apertura è stato provato il semaforo che regola il nuovo incrocio con la Nomentana, con la Polizia di Roma Capitale che dirigeva il traffico manualmente. Proprio la realizzazione di un incrocio con la consolare a fronte di un generale fiorire di rotatorie anche dove non servirebbero potrebbe destare qualche perplessità. «Abbiamo dato consigli e indicazioni per fare una rotatoria – ha ribattuto Bonelli –  ma la competenza si ferma a due metri dalla Nomentana. Abbiamo fatto una serie di richieste, ora saranno i tecnici a valutare se o no fare una rotatoria». I fan delle rotonde possono però consolarsi, perché effettivamente ve n’è una molto grande a metà percorso che permette l’accesso alla preesistente via Sandro Giovannini. Si vedrà rapidamente, una volta diffusasi la novità, quali saranno i reali benefici sul traffico apportati dalla neonata arteria.

Alessandro Pino

Paura nella sede del Municipio di via Fracchia. Un pregiudicato semina il panico minacciando di ferirsi con un cacciavite – di Alessandro Pino

12 Feb

articolo pubblicato da www.europagiovani.com

Alta tensione nella sede municipale di via Umberto Fracchia a Talenti. La mattina del primo febbraio attorno alle undici e trenta si è presentato negli uffici un uomo che da tempo è stato assegnato allo svolgimento di lavori socialmente utili. L’individuo, pluripregiudicato, era venuto per riscuotere il compenso spettantegli ma constatato che il denaro non era disponibile ha dato in escandescenze. Prima ha lanciato un estintore a terra, dopodiché brandendo un cacciavite – arnese che notoriamente tutti tengono nel taschino – ha iniziato a girare per i corridoi dell’edificio. Ovviamente tra i dipendenti comunali e gli utenti dello sportello anagrafico è scoppiato il panico mentre un vigile urbano tenendosi a distanza di sicurezza ha telefonato ai Carabinieri. I militari della vicina Stazione Talenti sono arrivati con il loro comandante, il luogotenente Salvatore Veltri, per il quale situazioni del genere non sono una novità: nel 2005 riuscì a liberare praticamente da solo i fedeli che un folle teneva in ostaggio in un tempio di Geova, mentre nel 1984 portò avanti le trattative con il sequestratore di una classe di bambini in una scuola al Nuovo  Salario. Alla vista dei Carabinieri – di cui era una vecchia conoscenza – il pregiudicato si è puntato il cacciavite alla gola minacciando gesti autolesionistici. Il luogotenente Veltri però lo ha convinto a lasciar perdere e a consegnare l’arnese; la movimentata mattina si è così conclusa con la denuncia a piede libero dell’uomo per interruzione di pubblico servizio.

Alessandro Pino

A Settebagni altri disagi nella notte per una perdita d’acqua – di Alessandro Pino

7 Feb

Mentre Settebagni è ancora alle prese con i postumi della nevicata, un’altro accidente è arrivato a complicare la vita dei residenti della zona collinare. Forse a causa delle temperature molto al di sotto dello zero, si è verificata una rottura nelle tubature dell’acea nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, in via delle Lucarie a pochi metri dallo storico bar “Renato”. L’acqua esce in grande quantità da una crepa apertasi nell’asfalto e da un tombino distante un paio di metri, arrivando a causa della pendenza, fino al sottopasso che sta all’incrocio tra via dello Scalo di Settebagni e la Salaria, allagatosi rapidamente. In contemporanea, il flusso della fontanella pubblica di via Sant’Antonio di Padova – quella rimasta chiusa e poi rimossa per diversi mesi –  si è ridotto al minimo, ma questa è forse solo una sfortunata coincidenza, dato che la fontana vicino all’edicola sacra in via della Stazione di Settebagni – molto più vicina al punto in cui l’acqua affiora – funziona regolarmente. Il rischio più immediato è che si formi uno strato di ghiaccio micidiale per veicoli e pedoni. Le segnalazioni sono già partite, anche se la situazione critica dell’intera città non depone per una risoluzione immediata dell’emergenza.

Alessandro Pino

 

Pulizia straordinaria all’Ipogeo della Torricella

2 Feb

(pubblicato su www.europagiovani.com)

L’iniziativa promossa dal CdQ Serpentara con il Comune di Roma, l’Ama e associazioni di cittadini

Il territorio del Quarto Municipio comprende ancora alcune aree verdi risparmiate dalla cementificazione selvaggia – ma formalmente legittima – degli ultimi anni. Purtroppo però queste  zone solo in apparenza sono rimaste incontaminate: osservandole a distanza sembrano luoghi ameni, quasi delle oasi nel grigio delle costruzioni, ma da vicino – ove ciò non comporti problemi di sicurezza personale, perché a volte sono ritrovo di sbandati –  ci si rende conto del degrado in cui versano. Una di queste è la collina a ridosso del complesso archeologico noto come Ipogeo della Torricella, tra il parco omonimo e il fascio di binari della stazione ferroviaria Nuovo Salario. Qualche settimana fa quest’area – di proprietà privata ma aperta al pubblico – era stata sommariamente bonificata con una ruspa dalla presenza di un accampamento di persone senza fissa dimora. Sul posto però oltre ai resti del bivacco era rimasta una grande quantità di rifiuti ed è per questo che lo scorso 29 gennaio è stata organizzata una pulizia straordinaria. L’iniziativa, promossa in collaborazione tra il Comitato di quartiere Serpentara, l’Assesorato all’Ambiente del Comune di Roma Capitale, l’Ama, la fondazione Insieme per Roma e l’associazione Romaltruista, ha visto impegnate una quindicina di persone per tutta la domenica mattina. Alla fine sono stati una ventina i sacconi per la spazzatura – forniti dalla municipalizzata – riempiti dai volontari con i materiali rinvenuti tra la vegetazione e all’interno della galleria che porta alla grande cisterna dell’Ipogeo: tra questi, numerosi metri di guaina per cavi elettrici e parti di elettrodomestici, di probabile illecita provenienza. Per i membri del Comitato Serpentara  le bonifiche di aree verdi degradate non sono una novità: periodicamente si prendono cura del vicino Parco delle Magnolie e di recente hanno ripulito le aiole di via Tina Pica. Queste attività non vogliono sostituirsi a quelle che dovrebbe svolgere chi di dovere ma, come ricorda Mimmo d’Orazio, presidente del Comitato, hanno il significato di coinvolgere i cittadini nella manutenzione di un bene comune come il verde:  «Lo spirito è quello della buona volontà dei cittadini per passare una domenica diversa».

Alessandro Pino

 

Settebagni: al semaforo davanti la chiesa, dopo il verde ko anche il giallo e il rosso – di Alessandro Pino

28 Gen

Uno dei due semafori che a Settebagni regolano l’immissione nel Raccordo Salario all’altezza della parrocchia di S. Antonio da Padova  è definitivamente fuori servizio. La luce verde aveva smesso di funzionare circa un mese fa, e già così si registravano numerosi tentennamenti tra i conducenti in prima fila, alla ripartenza dopo lo stop, con conseguenti  nervosi colpi di clacson da parte dei più impazienti. Improbabile che il guasto non sia stato segnalato a chi di dovere, dato che quel tratto di strada è quotidianamente percorso dai mezzi della Polizia Stradale e dei Carabinieri di stanza nel quartiere. Fatto sta che non solo nessuno è intervenuto per sostituire la lampadina ma da un paio di giorni si sono fulminate anche quelle del giallo e del rosso.

Alessandro Pino

 

Cartoline da Herat – Alberto Alpozzi racconta la vita a Camp Arena – di Alessandro Pino

22 Gen

Lo avevo incontrato alla stazione Termini di Roma, appena arrivato da Torino e in attesa di partire per Herat alla vigilia delle feste natalizie, giusto il tempo di una pausa della durata di poche decine di minuti. Alberto Alpozzi, fotoreporter di professione, andava in Afghanistan assieme ai militari del contingente italiano. Una decina di giorni in tutto durante i quali avrebbe documentato la vita quotidiana dei soldati della base chiamata Camp Arena. Ci siamo risentiti al suo ritorno, come mi aveva promesso. Questo è il racconto di quei giorni passati lontano da casa in un periodo in cui tutti vorrebbero essere in famiglia.

Il primo pensiero a portellone aperto?

Mamma mia che domanda…sai che non lo so…il primo era di prendere la telecamerina e riprendere l’uscita dall’aereo militare per avere il ricordo di quale è stato il primo impatto con l’Afghanistan però  nulla di particolare…

Vabbè, allora: l’ultimo a portellone quasi chiuso?

Che non volevo tornare! Che mi dispiaceva, che avevo centomila altre cose da documentare e da vedere, delle quali volevo portare testimonianza ma che per forza di cose non ho avuto tempo. E quindi la voglia di tornare assolutamente, il dispiacere di lasciare le amicizie che si sono formate in pochi giorni con i ragazzi, con molti dei quali continuo a sentirmi su Facebook quasi quotidianamente.

Quindi ti hanno accolto come…

…come uno di loro! Ricevo mail con scritto “sei uno di noi” ed è molto bello sentirlo dire da loro.

C’era una giornata tipo tua e dei militari ?

Una giornata tipo non esiste perché le condizioni variano in continuazione e tutto può cambiare. I programmi vengono sì prestabiliti, ma i turni delle varie pattuglie e i lavori che devono fare possono subire variazioni in ogni momento. Ci alzavamo alle sette e mezza, per le otto otto e mezza facevamo colazione e poi avevamo le varie attività che venivano comunicate la sera prima secondo la disponibilità dei mezzi, delle pattuglie, delle scorte o dell’Aeronautica quando ci dovevamo spostare con gli elicotteri. Non ci sono mai stati problemi e i programmi pianificati sono stati mantenuti, quindi significa che non abbiamo trovato situazioni di pericolo per le quali modificare  i nostri piani. Una volta usciti dalla base (in elicottero o sui mezzi blindati) sempre tra le nove e le dieci, seguivamo le attività dei militari: c’erano situazioni operative o ci portavano a visitare delle strutture come il carcere femminile o il cantiere del nuovo terminal dell’aeroporto. Massimo per le quattro e mezza – cinque si tornava alla base per questioni di sicurezza: diventa buio e fa freddo. Poi, tre ore prima di cena in press room a fare il riassunto tra noi giornalisti del materiale prodotto oppure a inviare testi e foto ai giornali; intorno alle otto  venivano a prenderci gli addetti stampa dell’Esercito, cenavamo con loro, poi di nuovo press room. Infine  chi voleva andava a dormire o se preferiva poteva farsi una birra (nella base ci sono birreria, pizzeria e ristorante) o ci facevamo ancora quattro chiacchere, non fino a tardi perché la mattina la levataccia era presto e soprattutto per la stanchezza per la tensione accumulata durante il giorno.

Assieme a te quanti altri reporter c’erano?

In totale durante la mia permanenza andavano dai sei ai dieci, tutti italiani.

Con alcuni siamo partiti insieme da Roma, altri sono arrivati qualche giorno dopo e altri ancora sono arrivati i giorni successivi, anche secondo la disponibilità dei mezzi di trasporto.

Eri preoccupato?

Tensione, quella sì ma preoccupazioni mai perché comunque vedevo la qualità del lavoro svolto dai ragazzi – per quanto posso capirne io –  e come erano preparati. Pur essendo in una situazione che per loro è già problematica e rischiosa si preoccupavano delle mie esigenze non solo professionali (trovarmi in posizione utile per scattare delle fotografie), ma soprattuto esigenze che noi nel mondo civile diamo per scontate: dalla banale riunione coi colleghi o bisogni fisiologici, una bottiglia d’acqua o quando si ha voglia di una sigaretta o di un caffè o a volte quando ci si guarda darsi anche un abbraccio o una stretta di mano. Queste sono cose importanti. La tensione va perché è un teatro operativo, una zona a rischio. Paura no perché mi sono sempre sentito protetto dalle persone che erano con me, perché nulla viene lasciato al caso. Lì non  è come negli uffici pubblici all’italiana “massì lo faccio domani, massì chissenefrega ci penserà un altro”. Se lì pensi solo una frase del genere qualcuno muore. Quindi il modo di vivere, di ragionare ma soprattutto di lavorare di questi ragazzi è il modo che dovrebbero avere tutti.

Hai avuto contatti con popolazione del posto ?

Non più di tanto, mi è capitato in città con alcune persone che erano lì in coda al carcere femminile per visitare i familiari. Ingenui, anche loro con la voglia di farsi fotografare e vedere la foto che gli hai fatto. All’interno della base ci sono i lavoratori locali, ho avuto modo di fotografarli ma non parlano inglese.

Come hai trascorso il giorno di Natale?

L’ho trascorso in pattuglia con il 66° Aeromobile di Trieste, siamo stati fuori con i mezzi blindati Lince; abbiamo fatto circa trenta chilometri, non tanti ma ogni incrocio va messo in sicurezza, ogni persona che si affaccia dal balcone è un problema, una persona che prende un cellulare va controllata, le moto che si avvicinano creano disagio perché non sai chi c’è sopra. Questo il 25 mattina, proprio mentre in Italia tutti quelli che criticano certe situazioni stavano mangiando ingrassando di cinque chili e i ragazzi là li stavano probabilmente perdendo.

A proposito, tu sei ingrassato o dimagrito ?

Né l’uno né l’altro, ho mangiato sempre molto bene comunque. Anche perché dietro c’è un gran lavoro di altri nostri ragazzi, importante come tutti gli altri, perché comunque tutti hanno necessità di mangiare e bere tutti i giorni. Nella base il servizio mensa funziona benissimo e a pranzo e cena quattromila persone mangiano, quindi immagina l’organizzazione che c’è dietro.

Dunque fisicamente non sei cambiato. E dentro ?

Eh bè, sono cose che sicuramente ti cambiano, ti fanno crescere, ti fanno apprezzare di più i rapporti umani, rivalutare molte delle cose che diamo per scontate tutti i giorni. Sì, sembrano luoghi comuni, però per parlarne credo che uno debba provarlo sulla propria pelle per poterlo dire realmente. Tutti possiamo dire “ooohh non abbiamo più valori” ma questo perché ? E allora forse se vivi una situazione del genere ti rendi conto di cosa sono i valori dell’amicizia, dell’amore fraterno, quanto valore ha una stretta di mano, quanto sia importante una pacca sulla spalla che ti viene data per il lavoro che stai svolgendo. Poi ritorni qua in Italia e ti rendi conto che non è più così, che hai vissuto un bellissimo sogno di dieci giorni in un luogo di crisi, situazioni devastate, con gli italiani. E dici “cavolo questi son sempre italiani, com’è che con loro qui all’estero ti trovi bene e torni in Italia non sono gli stessi ?”. Evidentemente non sono le stesse persone sennò avrebbero fatto altre scelte e non sarebbero qui in Italia a sputare merda nel piatto in cui mangiano.

Ti aspettavi che fosse così ?

Non mi aspettavo nulla, non mi ero fatto un’idea perché era una situazione che non conoscevo e che per fortuna non potevo conoscere. Quindi non avevo idee preconcette, sono andato aspettandomi di vivere qualcosa completamente diverso, quindi con la mente il più possibile sgombera da qualunque cosa per poterlo vivere con il minor numero di idee preconfezionate. “Quello che sarà sarà”, mi ero detto. E  ogni giorno era una scoperta.

Ci tornerai?

Sì, conto assolutamente di tornare in Afghanistan sia per ritrovare le persone che ho conosciuto e  sono ancora lì (intanto alcuni so che rientreranno a febbraio e conto di vederli in qualche maniera) sia  per – come ho detto all’inizio – terminare la documentazione di alcune situazioni che non ho avuto modo di trattare per questioni di tempo. E poi vorrei seguire il lavoro di altri nostri contingenti che lavorano in zone delle quali i giornali raramente parlano.

Per esempio? Cosa non hai avuto tempo di vedere in Afghanistan?

Volevo vedere l’orfanotrofio, l’ospedale pediatrico e andare in alcune piccole basi avanzate dove ci sono venti o trenta militari. E poi l’Afghanistan è bellissimo visto dall’alto, questo deserto giallo quasi rosso come Marte. Mi piacerebbe fare un reportage sulle rotte che i mezzi dell’Aeronautica e dell’Esercito affrontano tutti i giorni e documentare un paese che di solito è associato alla guerra. Guardiamolo dal punto di vista della natura, distanziamoci dagli uomini. La natura va al di là di certe situazioni, vederla dall’alto ti distacca. Paesaggi immensi che sì fanno paura ma sono affascinanti, il deserto ti rapisce. Sarebbe al di là delle dirette attività operative, estraniandosi e dicendo “le cose son diverse viste da qui”.

Tu sei sposato. Tua moglie come ha preso questa trasferta in una località non esattamente turistica?

Alla partenza da Torino le era uscita una lacrimuccia e mi aveva fatto un po’ effetto. Al ritorno invece aveva un bellissimo sorriso, un sorriso che non ricordavo. Non perché lo avessi dimenticato ma perché mi ha colpito come la prima volta che l’ho visto.

 

Alessandro Pino

 

 

Primo Torneo Municipale per Scuole Calcio: tutti vincitori e si sperimenta l’autoarbitraggio

21 Gen

(pubblicato su www.europagiovani.com)

 Si è svolto durante le festività natalizie (dal 23 dicembre al 4 gennaio) il Primo Torneo Municipale per le Scuole Calcio, organizzato dalla VIII commissione consiliare permanente per lo sport e l’impiantistica sportiva del IV Municipio e riservato a calciatori in erba di età compresa tra i cinque e i dieci anni (categorie Piccoli Amici e Pulcini). Giocato sui campi “Angelucci”, “Talenti” e “Salaria Sport Village”, il torneo ha visto la partecipazione di sei squadre del territorio municipale: Achillea, Fidene, Monte Sacro, Porte di Roma, Settebagni e Virtus Vigne Nuove. Al fine di esaltare lo spirito di partecipazione, si è deciso di non formulare classifica alcuna ma di premiare tutti i giocatori, con una cerimonia semplice, al termine di ciascuna finale, con una medaglia ricordo consegnata dal presidente della commissione sport, Marco Bentivoglio. Ancora più importante dal punto di vista culturale ed etico è stata la scelta dell’autoarbitraggio: si tratta di una novità di recentissima introduzione da parte della Figc, che prevede siano gli stessi bambini che disputano la gara – coadiuvati dai rispettivi tecnici e da un dirigente arbitro –  a gestirla, al fine di un più efficace apprendimento delle regole di gioco e dello sviluppo di una maggiore responsabilità da parte di tutti, genitori compresi.

Testo: Alessandro Pino

Foto: Luciana Miocchi

Sul posto dell’esplosione in via Deledda – aggiornamenti di Alessandro Pino

18 Gen

L’edificio, una costruzione bassa al civico 41 di via Grazia Deledda, all’angolo  con via Gaspara Stampa,  ospita anche l’ufficio postale di zona. Prima della rivendita di generi alimentari, al suo posto c’era una gelateria. Lo spettacolo che si mostra ai passanti è raccapricciante,  il cortiletto antistante è ingombro di resti informi: infissi distrutti, vetrine in frantumi con su quel che resta di vetrofanie dei prodotti venduti, serrande accartocciate, frigoriferi inutilizzabili. Anche i balconi sovrastanti, una parte di grondaia e la cancellata sono stati danneggiati. All’interno, uno spettacolo non dissimile da quello che di tanti altri scenari di incendi: scaffali e banconi bruciati, nulla è scampato al nero fumo. In strada c’è ancora parcheggiata una Opela Astra grigia che è stata colpita dai detriti, sulla sua carrozzeria sono ancora ben evidenti i segni lasciati dai rilievi dei Carabinieri. Ironia della sorte, per lo sfortunato proprietario oltre al danno c’è la beffa: in bella mostra, sul parabrezza la Municipale ha lasciato una contravvenzione. La macchina è stata multata perché il muso sta sopra le strisce pedonali. Se non ci fosse stato l’incendio probabilmente non se ne sarebbe accorto nessuno.  Il commento ricorrente tra i passanti: “sembra proprio uno di quei scenari dei serial sui racket delle estorsioni”. Intanto gli investigatori sono già all’opera, non tralasciano nessuna ipotesi.

Alessandro Pino

Settebagni: un semaforo da riaccendere – di Alessandro Pino

5 Gen

È ormai da parecchi giorni che uno dei due semafori che a Settebagni regolano l’immissione sul Raccordo Salario si trova non solo con il gruppo delle lanterne storto e quindi poco visibile – fatto che si verifica di frequente a causa del vento – ma per giunta con la lampada del “verde” spenta. Può sembrare un guasto da poco – sarebbe ovviamente più grave se ad essere fulminato fosse il “rosso” –  ma nella sua banalità crea un certo disagio: l’incrocio interessato è molto trafficato a tutte le ore ed è naturale che i conducenti cerchino di sfruttare il segnale di via libera fino all’ultimo secondo disponibile, onde evitare di attendere il completamento di un’altra sequenza di  luci. Con la lampadina del “verde”  fuori servizio la percezione del via libera non è immediata e in molti lasciano trascorrere attimi che in tempi di carburanti alle stelle (e forse anche di accresciuto stress) possono essere vissuti come uno spreco intollerabile di tempo e denaro. Da qui le salve di clacson che puntualmente risuonano quando chi si trova davanti si attarda a ripartire non vedendo la luce verde accesa. Considerando la probabilità che da quell’incrocio si lasci il quartiere per iniziare una giornata di impegni, è auspicabile evitare di farlo già carichi di nervosismo, condizione favorita al contrario proprio da una discussione per motivi di viabilità. Un semaforo funzionante magari non basta a cambiare la vita ma aiuta, come nella pubblicità delle caramelle.

Alessandro Pino

Raccolta mobile dei rifiuti in IV Municipio, quando la cura è peggio della malattia: immondizia a mucchi – di Alessandro Pino

28 Dic

È trascorso circa un anno da quando in alcune zone del IV Municipio (Prati Fiscali, Valli, Sacco Pastore) l’Ama ha introdotto un nuovo modello di raccolta dei rifiuti. Caratteristica principale è la consegna dei materiali non riciclabili (compresi gli scarti alimentari e organici) presso una rete di “Punti Mobili di Raccolta” presidiati da operatori: in pratica, automezzi della municipalizzata che sostano in orari e punti prestabiliti coprendo un arco di tempo che va dalle sei e mezza fino alle undici e mezza del mattino nei giorni feriali, dalle sette a mezzogiorno il sabato e i festivi. Ovviamente dalle strade interessate sono scomparsi i cassonetti per la raccolta dei rifiuti in questione, rimanendo soltanto quelli bianchi dedicati alla carta e quelli blu per il vetro, la plastica e i metalli. L’iniziativa probabilmente aveva lo scopo di incrementare le percentuali di raccolta differenziata contrastando il fenomeno delle microdiscariche abusive, non potendo gli addetti ritirare materiali riciclabili assieme agli scarti indifferenziati. In pratica è accaduto l’esatto contrario e per rendersene conto basta fare un giro nelle zone coinvolte dal progetto: in parecchi abbandonano gli involucri colmi di immondizia vicino ai contenitori della raccolta differenziata o lasciandoveli appesi quando non addirittura introducendoveli. Spesso i sacchetti si aprono sparpagliando il contenuto tutto intorno; specialmente in estate ne derivano effluvi non proprio da rose e fiori. Il fatto è che molti residenti non hanno la possibilità di essere presenti negli orari di permanenza dei furgoni. È il caso, ad esempio, di coloro che escono di casa prima che i mezzi dell’Ama arrivino in zona e tornano quando sono andati via da un pezzo. Impensabile che queste persone possano accumulare il pattume nella propria abitazione per giorni fin quando non abbiano l’occasione di affidarlo regolarmente agli operatori. Altrettanto stravagante l’idea che uscendo la mattina presto diretti in un altro quartiere si possa portare a spasso fino a destinazione il proprio bravo sacchetto dell’umido. Qualcuno, come gli arzilli soci dell’associazione bocciofila di via Val d’Aosta – di fronte al quale sono collocati due cassonetti della differenziata – non ci sta a vedere trasformato in immondezzaio il marciapiede antistante l’ingresso; con la franchezza un po’ sfrontata di chi ne ha viste tante non ci pensano due volte a riprendere verbalmente coloro che lasciano i rifiuti nei pressi del circolo. E se c’è chi, colto in flagrante, abbozza e si riprende il materiale, «capita pure di trovare quello che ti dice “fatte li cazzi tua” – riferiscono – perché in effetti non hai titolo per metterti a controllare». A questo proposito lanciano una proposta: «Come davanti alle scuole hanno messo gli anziani che vigilano sull’uscita dei ragazzini, ci vorrebbe che venisse istituita una figura preposta al controllo sullo scarico dei rifiuti. Una specie di ausiliario dell’immondizia, insomma». Forse servirebbe, ma è vero anche che alla prova dei fatti l’idea dei Punti Mobili di Raccolta si è dimostrata velleitaria e utopistica e certi problemi pratici come quelli di non sapere dove gettare la spazzatura non si risolvono a colpi di contravvenzioni. Ci voleva forse la sfera di cristallo per prevedere come sarebbe andata a finire?
Alessandro Pino

Quando Gesù nasce ogni anno nella “Sedia del Diavolo” – di Alessandro Pino

28 Dic

È ormai da una quarantina d’anni che durante le festività natalizie viene allestito un presepe all’interno della cosiddetta “Sedia del Diavolo”, il rudere di tomba risalente al II secolo che si trova a Roma in piazza Elio Callistio, quartiere Trieste. Artefice dell’installazione è fin dall’inizio Gaetano Chiacchio, proprietario di un bar proprio di fronte al monumento, assieme al gestore di un altro esercizio commerciale della piazza. Gaetano, di ascendenze partenopee (quindi con il presepe nel Dna), spiega come ebbe l’idea: «Appena mi stabilii qui pensai di fare il presepe, perché è bello farlo, valorizza la piazza e poi perché il monumento, con i resti della copertura a volta, mi ha sempre ricordato una grotta. Mi è sembrata anche una sfida al diavolo mettere una scena della Natività proprio nel rudere che tradizionalmente porta il suo nome». Per collocare le statuine (una decina in tutto, alte trenta centimetri circa) Gaetano inizialmente scavalcava l’acuminata recinzione posta attorno alle rovine, successivamente le autorità comunali – nella persona della funzionaria Antonella Gallitto che ne ha in custodia le chiavi – hanno concesso di aprirgli la cancellata in alcune occasioni come appunto l’allestimento del presepe o la pulizia periodica del sito archeologico. A fronte infatti di chi come il barista tiene alla cura e alla valorizzazione del monumento e della piazza, ci sono troppi incivili che scambiano la minuscola area verde per una pattumiera riempiendola di cartacce, situazione aggravata– a detta del consigliere del Secondo Municipio Massimo Inches – da un rimpallo di competenze tra Ama e Ufficio Giardini per quanto riguarda la manutenzione e la pulizia della stessa. Per supplire a questa carenza alcuni cittadini – tra cui anche Gaetano – hanno dunque creato una onlus chiamata “Solidarietà Benessere Natura” alla quale – caso unico a Roma – è stata dato in affidamento il complesso della Sedia del Diavolo. I membri dell’associazione – tutti residenti nella zona – non sono interessati solo a tenere in ordine l’area ma anche a diffonderne la conoscenza. Molti romani ignorano la storia di un edificio appena un secolo più giovane del Colosseo, cosa che stride in maniera imbarazzante con la competenza dimostrata, come ricorda Gaetano, da numerosi turisti stranieri che allontanandosi dal centro vengono qui apposta per vederlo. Periodicamente quindi vengono organizzate delle giornate di divulgazione alle quali partecipano eminenti cultori della storia romana, come l’attore Dino Ruggiero. Anche una targa esplicativa sulla cancellata servirebbe senz’altro allo scopo. Nell’attesa che si possa affiggerne una, Gaetano tiene esposto nel suo caffè un tabellone illustrato con la storia della Sedia del Diavolo.
Alessandro Pino

Natale in Afghanistan con i militari italiani per il fotoreporter Alberto Alpozzi

23 Dic

Alberto Alpozzi

C’è chi a Natale va in montagna in settimana bianca e chi invece, come il fotoreporter torinese Alberto Alpozzi, parte per lavoro alla volta di Herat in Afghanistan: sempre montagna (circa mille metri), ma in piena zona di guerra. Vi rimarrà una decina di giorni nella veste di fotografo “embedded” ossia accreditato per partecipare a una sorta di media tour organizzato dall’Esercito per documentare l’andamento della missione militare italiana. Una figura, quella del reporter “embedded”, nata ufficialmente con la Seconda Guerra del Golfo per venire incontro alle richieste dei media americani, insoddisfatti dell’accesso alle informazioni loro consentito nei conflitti immediatamente precedenti. Alberto parla dell’impegno che lo attende seduto a un tavolino di un bar della stazione Termini: è appena sceso dal treno con uno zaino e la valigetta delle fotocamere e manca ancora qualche ora all’appuntamento con i militari che lo accompagneranno al velivolo dell’Aeronautica diretto alla base italiana chiamata Camp Arena; l’itinerario esatto e le tappe sono ovviamente riservati per motivi di sicurezza. Anche se è già stato all’estero come fotografo e ha collaborato in passato con l’Esercito, questa è la prima volta che si reca in uno scenario operativo. Ammette di essere un po’ emozionato ma evidentemente nasconde bene lo stato d’animo, visto che risponde senza scomporsi quando gli viene chiesto come gli è venuto in mente di andare in Afghanistan, roba da meritare la fucilazione sul posto dell’intervistatore: «Per due motivi: è il mio lavoro, fa parte di esso portare agli occhi degli altri ciò che non possono vedere. Ci sono zone nelle quali per loro fortuna non tutti possono essere presenti. E poi perché è Natale e anche in patria si parla poco dei nostri soldati. È giusto che si sappia come vivono». Come detto, l’emozione c’è ma ci tiene a evidenziare la differenza tra la sua condizione e quella dei militari che seguirà: «Un po’ di ansia, sì, perché vado in una situazione che non conosco. Ma mi rendo conto che è nulla rispetto a quello che prova chi ci va in missione. Io ho tutta una serie di precauzioni e una scorta dedicata. In pratica sono un pacco postale». Al proposito, conclude riferendosi alla polemica – rinnovantesi periodicamente specie in occasione di attentati contro le Forze Armate italiane – che vorrebbe come principale motivo di partecipazione alle missioni estere le elevate indennità previste: «A quelli che muovono un’accusa del genere vorrei chiedere semplicemente: ma voi ci andreste, essendo disposti a lasciare per mesi tutti i vostri telefoni ultimo modello e i vostri social network in cui cazzeggiare ventiquattr’ore al giorno?».
Alessandro Pino

Sottrazione dei minori alle famiglie: in un meeting si è discusso come riformare un sistema criticato da molti – di Alessandro Pino

15 Dic

Organizzato dal “Movimento Nazionale Italia Garantista” presieduto dal consigliere provinciale  Pier Paolo Zaccai, ex Pdl ora ” indipendente neutrale del gruppo misto”, si è tenuto presso Palazzo Valentini – sede della Provincia di Roma – un convegno sul tema “Sottrazione coatta dei minori alle famiglie”. Il termine tecnico del titolo richiama alla mente fatti di cronaca che infiammano periodicamente l’opinione pubblica. I pochi casi eclatanti, però, sono solo la punta dell’iceberg: attualmente più di trentaquattromila i minori allontanati dalle rispettive famiglie e inseriti in “strutture protette”, per un costo – si pensi alla sola gestione degli alloggi – stimato attorno al milione di euro l’anno. Tra gli obiettivi del convegno, proprio la sensibilizzazione delle istituzioni e del pubblico riguardo gli errori e le storture compiute dal sistema giudiziario e dai servizi sociali comunali. Naturale che sovvenga immediato il ricordo dei casi più clamorosi tra quelli giunti alla ribalta dei media, alcuni ormai remoti. Era il 1989 quando, surclassando in assurdità la più allucinante delle trame kafkiane, i genitori di Miriam Schillaci – nemmeno tre anni – si videro sospendere la patria potestà e furono messi alla gogna nella veste di sadici aguzzini: il via fu dato dai medici che scambiarono  incredibilmente un tumore al retto della bambina per il segno di ripetute sodomizzazioni, il resto lo fecero magistrati e giornalisti in un crescendo di arroganza e superficialità. Il castello di accuse infamanti infine cadde ma non ci fu lieto fine. Il teratoma sacro-coccigeo non lasciò scampo alla piccola. Nessuno fece autocritica per l’accaduto, solo l’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiese perdono ai genitori a nome dell’intero paese. Più recente, del 2008, il caso conosciuto come “dei fratellini di Basiglio”, dal comune alle porte di Milano nel quale risiedeva la famiglia dei giovanissimi protagonisti. Una bambina di nove anni e il fratello di tredici furono tolti improvvisamente ai genitori per ordine del Tribunale dei Minori a causa del ritrovamento, nella classe frequentata dalla piccola, di un disegno a lei attribuito e interpretato da due maestre come inequivocabile indice di inenarrabili depravazioni subite in ambito domestico. I due piccoli furono portati in diverse comunità e solo dopo più di un mese e mezzo fu permesso ai genitori di mettersi in contatto con loro. Di quella separazione rimasero a testimonianza i diari tenuti durante  dal ragazzo durante l’allontanamento, che parlavano di pressioni e angherie, subìte però non a casa ma proprio nella struttura che avrebbe dovuto tutelarli. Nel frattempo le indagini  dimostravano l’inconsistenza delle accuse – i disegni erano stati fatti per dispetto da un’altra alunna- gettando inoltre forti ombre sugli operatori sociali e scolastici che avevano richiesto il provvedimento e che furono rinviati a giudizio con le accuse di falso ideologico, falsa testimonianza e lesioni colpose per il trauma provocato in particolare al ragazzo, che veniva riaffidato alla famiglia assieme alla sorellina. Gli operatori imputati furono poi prosciolti con una sentenza che suscitò ulteriori polemiche su una vicenda destinata a segnare per sempre la vita di una famiglia. All’epoca dei fatti era stato pesante il commento di don Antonio Mazzi: «I casi come questo sono più frequenti di quanto si possa immaginare. Cercare di fare qualcosa è difficilissimo: il Tribunale dei minori è un fortino blindato con meccanismi che non si arrestano nemmeno davanti all’evidenza dei fatti». Il religioso, secondo cui «psicologi e assistenti sociali  andrebbero affiancati da gente con più contatto con la realtà» si augurava, in un’intervista rilasciata al “Corriere della Sera”, una incisiva riforma «o i casi come quello di Basiglio continueranno a moltiplicarsi». Parole molto dure, attualizzate in una sorta di eco attraverso i commenti pubblicati in rete dai numerosissimi iscritti (più di diecimila) al gruppo di Facebook chiamato “Insieme per Stella”, sorto per tenere desta l’attenzione sulla vicenda della piccola Anna Giulia Camparini, chiamata Stella nei media fin quando la sua vicenda – tuttora in corso di sviluppo – ha assunto una  rilevanza tale da renderne impossibile la tutela dell’anonimato . La bambina fu tolta ai genitori nel 2007 in base a una relazione dei servizi sociali di Reggio Emilia in cui si giudicava “fatiscente” l’abitazione nella quale vivevano insieme. Iniziò così una drammatica odissea che li spinse anche al gesto estremo di portare via la bambina dalla struttura in cui era stata inserita. Una battaglia, la loro, combattuta non solo nelle aule giudiziarie ma anche mediaticamente, ospiti più volte della trasmissione “Chi l’ha visto”.

I casi riportati e tutti gli altri che non hanno avuto modo di approdare alla ribalta dell’informazione fanno riflettere sulla necessità di rivedere urgentemente un sistema che pure in altri casi ha contribuito a risolvere situazioni tremende. Al termine dei lavori, cui hanno partecipato i rappresentanti di associazioni genitoriali e politici di ogni schieramento, è stato quindi redatto un documento tra i cui punti qualificanti, oltre alla proposta di un aiuto concreto per le famiglie in difficoltà economiche (ottanta per cento dei casi di sottrazione di minori), figura l’introduzione di un vero contraddittorio medico-scientifico su quanto rilevato dai servizi sociali e di una sostanziale parità tra accusa e difesa. Un cambiamento, questo, avvertito come irrinunciabile se si vuole evitare che continuino a verificarsi aberrazioni come quelle citate.

Alessandro Pino

Guardala la crisi: tutti all’assalto di giacconi firmati e cellulari ultimo grido – di Alessandro Pino

3 Dic

Mentre la parola “crisi” è all’ordine del giorno e la litania delle famiglie che non arrivano a fine mese viene ripetuta come un rosario, capita di assistere a spettacoli che invece darebbero ragione a chi invoca e impone tagli e sacrifici perché “i soldi ci sono”. È di pochi giorni fa la notizia che in diverse città italiane le sedi di una storica catena di grandi magazzini, presso le quali era stata annunciata la vendita a prezzo stracciato di giacconi firmati, sono state invase da folle oceaniche di predatori dell’affare perduto. In un caso la ressa è stata tale da creare problemi di ordine pubblico al punto che si è stati costretti ad annullare la vendita speciale. Scene simili si sono registrate durante la recente inaugurazione del nuovo punto vendita romano – zona Ponte Milvio – di un noto marchio di negozi di elettronica, preso d’assalto da una massa di invasati molti dei quali accampatisi la sera precedente, attratti dagli sconti pubblicizzati per il primo giorno di attività. Particolarmente appetiti erano i cento esemplari promessi del telefono cellulare più famoso del mondo, venduti a un prezzo molto inferiore a quello di listino ma in ogni caso non indifferente (circa quattrocento euro, la rata  media di un mutuo). Le cronache hanno riferito di scene da Presa della Bastiglia, con vetrine infrante e colluttazioni per portarsi a casa qualcosa, magari per la sola soddisfazione di acquistare a prezzo scontato un oggetto di cui probabilmente non si aveva affatto necessità. Se  le conseguenze si fossero limitate a questo, poco male. Il fatto è che l’abnorme afflusso di persone – e quindi di veicoli – ha creato ingorghi mostruosi anche ben oltre la zona in cui si trova il negozio, casomai solitamente ci fosse poco traffico. Per tentare di governare in qualche modo una situazione rapidamente congestionatasi la Polizia di Roma Capitale ha dovuto fare intervenire in tutta fretta duecento unità ma ormai la frittata era fatta e il caos si era impadronito di Roma Nord, come già accaduto in altri quadranti in occasioni analoghe. Proprio per questo molti hanno giudicato poco avvedute le parole del sindaco Gianni Alemanno secondo cui tutto ciò non era prevedibile. Polemiche a parte, resta il fatto che questi comportamenti sarebbero stati ammissibili nel caso si fossero distribuite gratuitamente bistecche e pacchi di pasta ma non per la vendita di beni superflui e – specialmente nel caso dell’elettronica di consumo – dalla rapida obsolescenza: basti pensare che a fine giornata pare sia stata acquistata merce per un valore di circa due milioni di euro. Nessuno stupore però se uscisse fuori che buona parte di quella cifra sia stata anticipata con finanziamenti accesi da chi effettivamente ha difficoltà economiche ma non rinuncia a mettersi in casa gli ultimi ritrovati della tecnologia. Come dire: saremo più poveri, ma gonzi uguale.

Alessandro Pino

 

Serpentara: torna a nuova vita il Parco delle Magnolie ?L’assessore capitolino all’Ambiente Marco Visconti ha visitato l’area verde che il locale Comitato di Quartiere ha chiesto in affidamento – di Alessandro Pino

28 Nov

Il Parco delle Magnolie, area verde che si trova in via Nicola Maldacea alla Serpentara, sembra  tornato a nuova vita dopo che a lungo si era trovato in condizioni di abbandono:  frequentato da sbandati che ne avevano fatto luogo di bivacco, invaso da cumuli di rifiuti sparsi in mezzo all’erba alta, recentemente è stato oggetto di ripetuti interventi di riqualificazione ad opera di volontari del Comitato di Quartiere Serpentara presieduto da Mimmo D’Orazio.

 Certo, rimangono inquietanti segni di degrado, come un tavolo da ping pong in cemento armato letteralmente fracassato a martellate, ma rispetto a prima è tutta un’altra cosa. Ovviamente iniziative come questa di sensibilizzazione nei confronti della cittadinanza e degli amministratori servono a poco se finalizzate a sé stesse: facile prevedere che in mancanza di una costante manutenzione e sorveglianza il parco tornerebbe presto nelle condizioni precedenti. Al Comitato Serpentara ne sono ben consapevoli e per questo è stato presentata ufficialmente nei giorni scorsi al Comune di Roma e al Quarto Municipio la richiesta di affidamento in gestione del parco allo stesso comitato, in collaborazione con altre realtà associative locali. Il progetto “Orti Urbani” – questo il nome che gli era stato dato originariamente – sebbene allo stato embrionale, prevede oltre alla manutenzione del giardino esistente la creazione di un orto botanico, uno tradizionale e la costruzione di una serra. Lo scopo ovviamente non sarebbe una effimera produzione agricola ma un’attività educativa (rivolta specialmente a scolaresche e disabili).

Se il piano andasse in porto, i residenti del quartiere recupererebbero un elemento importante  di qualità della vita, facendosi parte attiva nella sua salvaguardia accrescendo al contempo il proprio senso di appartenenza a una comunità. Dell’iniziativa è stato interessato anche l’assessore capitolino all’Ambiente Marco Visconti, che su invito della consigliera comunale Gemma Azuni ha visitato il parco lo scorso 21 novembre assieme a una rappresentanza del Comitato Serpentara. L’assessore ha espresso il proprio apprezzamento per l’idea, proponendo anche di  modificarne il nome in “Orto Didattico”: «È un’iniziativa importante perché se i vari comitati ci aiutano a mantenere il verde o a far comprendere alle persone che abitano nei vari quartieri che avere un polmone verde così è una cosa importante e quindi va anche mantenuta e non utilizzata come discarica, credo sia la via che un’Amministrazione deve perseguire. Per cui massima disponibilità concreta verso questo tipo di Comitati fattivi».

A chi esprimeva il dubbio che in tal modo il Comune deleghi ai cittadini la cura del verde pubblico, Visconti ha replicato: «È esattamente il contrario, perché non credo che i cittadini facciano lavori di ordinaria o straordinaria manutenzione. Più che altro fanno opera di sensibilizzazione verso coloro che magari non hanno il loro stesso senso civico». Non solo i cittadini, verrebbe da dire: sarà stato un caso, ma proprio in occasione del sopralluogo dell’assessore è arrivata a bordo di due furgoni una squadra della cooperativa che attualmente ha in gestione i lavori di manutenzione del Parco delle Magnolie. Muniti tra l’altro di rasaerba a motore e tute protettive integrali, sono stati impegnati sul posto per tutta la mattina.

Alessandro Pino