Archivio | un giro in giro RSS feed for this section

Un nonnino costretto a dormire in treno perchè non ha più una casa. Il Comune di Torino risponde – di Alessandro Pino

25 Apr

foto A. Pino

foto A. Pino

“Ultraottantenne italiano costretto a dormire sui treni dopo lo sfratto”: la notizia era di quelle che a parecchie persone fanno davvero girare le scatole, specialmente di questi tempi in cui divampano polemiche sulle risorse economiche destinate al mantenimento dei sempre più numerosi stranieri giunti in Italia su qualche barcone. L’avevo trovata nel mio giro mattutino in quella piazza telematica che è Facebook (l’altro social network, quello dei cinguettii, devo ancora capire come funziona) e non aveva l’aria di essere una bufala messa in giro da qualcuno alla ricerca di consensi facili: gli articoli apparsi sulla pagina personale di uno tra i miei contatti più affidabili erano  pubblicati da testate ben note e c’era anche un filmato. La vicenda presentata era quella, appunto, di un anziano e distinto signore piemontese privo di mezzi economici che dopo aver perso la casa si era adattato a vivere sui treni da e per la stazione di Torino Porta Nuova, viaggiando gratis sui convogli in virtù di un permesso speciale riservato agli invalidi. Fossimo stati giornalisti di quelli forniti di mezzi e risorse in quantità, ce ne sarebbe stato abbastanza per partire di corsa alla volta della ex capitale sabauda. Purtroppo però non facciamo parte di quel fortunato novero (non ancora, almeno!) però la storia era di quelle che grida davvero vendetta per rimanere con le mani in mano. Dietro suggerimento del suddetto contatto (la scrittrice mantovana Anna Talò, giornalista anch’essa) spedisco allora una mail alla casella elettronica che il Comune di Torino ha destinato a chi voglia rivolgersi al sindaco Piero Fassino (o più verosimilmente ai suoi collaboratori). Lo faccio con non troppa convinzione, dubitando persino che qualcuno legga il messaggio e già pregustando di poter produrmi in una delle mie consuete tirate sulle istituzioni e sui politici italiani che se ne fregano dei loro connazionali. Un paio di mattine dopo, squilla il cellulare (il cui numero avevo comunicato nella missiva) e sullo schermo leggo una serie di cifre che comincia con 011, il prefisso di Torino.

 All’altro capo della linea, un funzionario dell’amministrazione torinese mi comunica di aver letto la lettera informandomi altresì che la vicenda era da tempo a conoscenza delle autorità e che però l’anziano signore che vive sui treni non le aveva più contattate. Il mio interlocutore mi chiede poi se per caso io conosca personalmente l’ottuagenario in modo da poter fornire notizie più precise, essendo il suo ultimo indirizzo noto quello della casa da cui era stato sfrattato. Ovviamente rispondo che no, non lo conosco, suggerendo che sarebbe il caso di farlo cercare in stazione dai vigili urbani o dagli assistenti sociali, visto che nei servizi televisivi la persona in questione è apparsa molto familiare ai frequentatori abituali dello scalo ferroviario e quindi di agevole reperibilità. Il funzionario replica – forse punto nella sua professionalità? – che proprio questo è il loro mestiere e che si sta già procedendo in tal senso. Segue un breve ringraziamento reciproco all’insegna della cortesia di circostanza (non per nulla ho qualche avo torinese). Qualche telegiornale ancora si occupa della vicenda che spero si risolva; se accadrà, il merito ritengo vada anche al tam tam consentito dalla rete a volte troppo criticata e – ne va dato atto – al Comune di Torino, presso il quale evidentemente qualcuno legge davvero le lettere scritte dai cittadini.

Alessandro Pino

Settebagni – III Municipio di Roma Capitale. A fuoco la prima campana per il vetro. Il vuoto che c’è dietro un gesto simile

17 Apr
campanavetroINFIAMME

foto A. Pino

La raccolta differenziata, ormai, in questo Municipio, nel bene o nel male è una realtà. Si è molto discusso della correttezza o meno di servirsi di campane per il vetro piuttosto che dei contenitori familiari o condominiali ma attualmente a Roma così si fa. Senza entrare nel merito, ci si adegua.

Prima che il nuovo modello di smaltimento dei rifiuti prendesse piede, per le strade del quartiere c’erano cassonetti vecchi, rovinati, mal funzionanti. Se non erano di materiale ferroso, spesso e volentieri recavano i segni di incendi appicati un po’ per “scherzo” un po’ per “risolvere” in maniera poco ortodossa un problema olfattivo od estetico derivante da secchioni particolarmente malandati che l’azienda municipale non sostituiva se non quando erano ridotti a colata informe.

Quindi da ottobre, la rimozione dei vecchi cassonetti e l’istallazione delle nuove campane. Queste ultime non tengono minimamente conto delle esigenze di un mondo che può anche essere disabile, o troppo vecchio, o troppo giovane. Comunque i contenitori, belli o brutti o inutili, erano nuovi.

In fin dei conti, era questione di tempo, anche senza la scusa di farsi cambiare un contenitore schifoso e ai minimi termini.  Non c’è bene comune che prima o poi non subisca le attenzioni del più stupido, del più annoiato, del più frustrato o del più ubriaco dei cittadini.

L’ennesima dimostrazione di impotenza e di non appartenenza ad una collettività da parte di chi compie un gesto del genere. Ora passeranno mesi prima che l’oggetto del vandalismo venga sostituito, con aggravio sul bilancio di un’azienda pubblica in agonia, quindi a carico delle tasche di tutti.

Grazie, veramente. Abbiamo un monumento post moderno alla stupidità in più, nel quartiere.

Luciana Miocchi

Per Margaret Thatcher mercoledì 17 funerali solenni al cospetto della Regina Elisabetta

10 Apr

thatcherDIR(pubblicato su http://www.di-roma.com)

Cala il sipario su uno statista che ha influenzato un’epoca. Per Margareth Thatcher, morta l’8 aprile, primo ministro della Gran Bretagna dal 1979 al 1990 il 17 aprile un funerale solenne al cospetto della famiglia reale, onore riconosciuto in passato fuori dalla famiglia reale solo a Sir Wiston Churchill e all’ammiraglio Nelson. Eppure nemmeno Elisabetta II l’aveva in simpatia, con quelle origini fin troppo umili. Venne eletta all’indomani del Winter of discontent, caratterizzato da black out, scioperi e proteste di piazza, con il regno sull’orlo di un baratro creato da una crisi economica e sociale senza precedenti. In undici anni a Downing Street, una nazione sul viale del tramonto economico tornò ad essere inclusa nella rosa dei paesi che influenzano la scena mondiale, a costo di una rivoluzione sociale ed economica non indolore. I suoi molti detrattori, ancora oggi, l’accusano di essere stata il boia della classe operaia, ricordando gli scioperi dei minatori del Galles e le morti in carcere per sciopero della fame dei dissidenti irlandesi. Ma fu eletta tre volte da quello stesso popolo che ora la ricorda con cartelli offensivi e nel 1990 le sue dimissioni furono propiziate dalla parabola discendente del suo astro politico, evento naturale che si verifica puntualmente ovunque nel mondo, tranne che in Italia.

L’antipatia manifestata nei suoi confronti, non sopita ma riaccesa dalla notizia della morte è il segno che la Thatcher è ancora ben impressa nella memoria popolare come la Lady di Ferro, soprannome guadagnato con lo spirito da guerriera che la portò a difendere con una guerra di un mese pochi scogli dall’altra parte del globo in nome della grandezza dell’impero britannico che fu e che non temeva l’impopolarità come sanno solo i grandi leader mentre i politici ordinari vorrebbero essere sempre acclamati.

Per ironia della sorte, di quel che era stata la sua grandezza non aveva più contezza, colpita come era stata da una impietosa forma di demenza senile.

Luciana Miocchi

“Fierafuoriserie”: a Roma tornano in mostra i veicoli classici – di Alessandro Pino

10 Apr

PINOfuoriserietredici (1)Stanchi di circolare in un mare di Suv e monovolume tutti uguali, dai nomi improbabili e costruiti all’altro capo del mondo? Nostalgia di un tempo in cui il made in Italy in campo automobilistico non temeva rivali? Allora tenetevi liberi per i prossimi 13 e 14 aprile perché alla Fiera di Roma  torna “Fierafuoriserie”, la rassegna più importante per il collezionismo automotoristico dell’Italia centromeridionale giunta al settimo anno di vita. Semplici curiosi, iscritti a sodalizi dedicati a un genere o a un marchio in particolare, collezionisti in cerca di un pezzo di ricambio altrimenti introvabile da trapiantare su un esemplare già in loro possesso: tutti insieme tra veicoli più o meno anziani, più o meno prestigiosi. Come sempre saranno esposte mastodontiche vetture anni Trenta cariche di cromature assieme alle granturismo italiane anni Settanta  così piacevolmente diverse nelle loro linee tese dalle forme bulbacee oggi imperanti, passando per utilitarie comunissime nei primi anni Ottanta che trovare tra le auto ormai “storiche” (quindi almeno trentennali) potrà forse impressionare qualcuno per la sensazione del tempo già trascorso. Proprio ai veicoli meno esclusivi è dedicata la novità di questa edizione, il concorso “Povere ma belle” riservato alle auto di valore inferiore ai dodicimila euro: perché il mondo delle auto classiche – a dispetto del nome della manifestazione – non è solo quello delle “fuoriserie”ma anche di tutti quei veicoli che nel tempo hanno costituito la maggioranza del parco circolante e che in troppo pochi esemplari sono scampati alle sciagurate campagne di rottamazione. Ogni altra informazione può essere reperita sul sito http://www.fierafuoriserie.it

Alessandro Pino

L’Aquila – anno IV D.T.

7 Apr

raduno fiaccolata - foto virale da Fb(pubblicato su http://www.di-roma.com il 6 aprile 2013)

La fiaccolata del ricordo ha avuto luogo a partire dalle 22, in anticipo rispetto agli anni precedenti. Il luogo del raduno era davanti alla Fontana Luminosa in piazza degli Alpini ed ha raggiunto piazza Duomo attorno alla mezzanotte, dopo essersi fermata davanti il cratere della casa dello studente, in via XX Settembre. Qui si sono aggiunti il ministro Barca il gruppo dei familiari degli operai morti nella fabbrica Tyssen e quelli della strage di Viareggio. Dopo la funzione religiosa, officiata dall’Arcivescovo Molinari, sono stati liberati nel cielo 309 palloncini bianchi a memoria delle vittime, mentre ne venivano letti i nomi, per ognuno un rintocco di campana. L’ultimo alle 3.32, ora della scossa devastatrice.

Intorno, il centro storico è ancora tutto un immenso puntellamento. I giunti metallici sono ormai opachi, i legni di sostegno mostrano chiaramente gli anni di esposizione alle intemperie, al peso della neve e alla potenza dilatatrice del ghiaccio.

I cantieri avviati sono ancora pochissimi, l’auditorium progettato da Renzo Piano è un puntino colorato e deserto nel parco del Castello cinquecentesco. Qui ancora la gente non torna. Fuori dalle mura la situazione è migliore, nei quartieri più esterni sono cominciate le demolizioni, le case meno danneggiate sono state riparate e ora mostrano intonaci riverniciati in colori da sorbetto psichedelico finora mai visti. I paesi intorno sono nelle stesse condizioni, con le erbe spontanee che piano piano guadagnano terreno tra le macerie, qualche stabile rimesso a nuovo, travi a contrasto, MAP un po’ dappertutto.

Ma chi può, va via da questa città, dove molte imprese che si erano prestate a lavorare nell’emergenza sono state costrette a chiudere perché i pagamenti delle lavorazioni non arrivavano, dove il terremoto ha dato il colpo di grazia ad un’economia che stentava a tenere il passo, vittima della crisi di diverse fabbriche storiche. Dove la soluzione delle new town – acclamata dai più con ovazioni di giubilo e avversata da pochi con lo sguardo lungimirante sul futuro più prossimo e anche su quello più lontano –  ha creato di fatto decine di dormitori non collegati né con il resto della città, senza servizi né luoghi di aggregazione, ha assorbito gran parte delle risorse stanziate lasciando solo poche briciole per la ricostruzione di un centro che a questo punto, essendo il progetto C.A.S.E. un progetto definitivo, forse non interessa nemmeno realizzare. Chi può immaginare, infatti, venendo da fuori, una popolazione che cala di anno in anno, stipata in condomini tirati su in fretta ma realizzati per essere permanenti, non eliminabili come le soluzioni provvisorie dei moduli M.A.P., tornare in un centro ricostruito, non più fantasma. A quel punto si avrebbero interi quartieri abbandonati, ché L’Aquila non è Milano, non è Roma, non attira nemmeno orde di immigrati, troppo freddo, poche speranze di lavoro.

In fin dei conti gli aquilani, prima dei soldi per la ricostruzione, necessari, perché senza di quelli i mattoni non si comprano, cercano parole. Quelle parole che dovrebbero venire dalle Istituzioni, capaci di accendere la speranza di poter tornare un giorno, ad avere una città da vivere, dove andare a fare le vasche in centro e non ripiegare sulle gallerie dei centri commerciali spuntati un po’ ovunque come funghi tra le maglie del provvisorio tutto si può fare dappertutto. Serve infatti una volontà politica che non sia finalizzata a mera passerella per ego da gratificare ma che sia capace di trovare la soluzione al danno arrecato alla vita di relazione e all’ambiente, che voglia riportare effettivamente gli abitanti in centro e non solo gli avventori di pochi esercizi commerciali riaperti con deroghe provvisorie.

Questa città invece, che va avanti volando un po’ alla cieca, non ha avuto la forza di avere pietà neppure per i suoi morti. Il cimitero monumentale semi abbandonato, transennato, quelli nelle frazioni lasciati a se stessi ché la priorità sono i vivi. Un solo esempio per tutti: in quello piccolissimo di Preturo, l’anno scolpito sulla pietra dell’ingresso lo data al 1870, c’è ancora la transenna provvisoria messa su quattro anni fa a causa di una lastra di un loculo non utilizzato, in terza fila, rimasta spezzata e in bilico sul vuoto. Sotto le tombe di due anziani, tenuti in ostaggio da quattro anni dai tondini e dalla rete di protezione. I fiori i familiari sono costretti a tirarli da lontano, con l’occhio fisso sul marmo pericolante. Non si trova il responsabile della rimozione.

Ad un anno dalla morte di Miriam Sermoneta

5 Apr

sermonetaÈ passato già più di un anno dalla tragica morte di Miriam Sermoneta. La ragazza, che di lavoro faceva la guardia giurata, fu trovata morta nella propria abitazione nei pressi di Tivoli la sera del 24 marzo 2012. Si era sparata un colpo al cuore con l’arma di servizio, subito dopo avere manifestato le proprie intenzioni suicide ad un collega col quale stava chattando. Vicino al suo corpo ormai senza vita, una breve lettera, quasi a mo’ di seguito di quella aperta che aveva scritto al Presidente della Repubblica tempo prima, con la quale denunciava il disagio personale di donna che lavorava in un ambiente ancora troppo maschile e a volte maschilista e di una categoria, quella dei vigilantes, pressoché inesistente giuridicamente, mal retribuita e poco considerata, dal lavoro fatto di disagi, pericoli e precarietà di ogni genere, ultima in ordine di tempo la cassa integrazione, istituita dalla società per cui lavorava, la Axitea ( una volta Mondialpol Roma) e piovutagli addosso con l’effetto di un fulmine a ciel sereno.

Il clamore suscitato da quella morte solitaria fu enorme e per qualche giorno ci fu il solito italianissimo polverone di buoni propositi, intenti di riforma, trasmissioni sulle radio locali. Poi, come era facilmente prevedibile, tutto si esaurì nell’indifferenza più totale, la stessa che doveva aver contribuito alla sciagurata decisione di premere il grilletto. Quest’anno, solo pochi mesi dopo, quasi nessuno si è ricordato dell’anniversario di Miriam e i suoi suoi colleghi dell’istituto di vigilanza sono nelle stesse condizioni di allora, con lo stesso destabilizzante senso di ipotenza. Dopo la cassa integrazione a rotazione ora si rincorrono le voci, sempre più insistenti e angoscianti, di una possibile messa in mobilità – un modo più diplomatico di dire perdita del lavoro – per parte del personale.

Luciana Miocchi

Il 4 aprile su Serpentara Tv gli sfidanti alle primarie del centro sinistra per il municipio di Montesacro

3 Apr

Domani, 4 aprile, su http://www.livestream.com/Serpentara in diretta i candidati alle primarie municipali del 7 aprile, a partire dalle 21 e 15.

Nello studio di Serpentara Tv Paolo Marchionne, Claudio Maria Ricozzi, Riccardo Corbucci e Stefano Di Santo confronteranno le loro idee e i loro programmi elettorali.

Per chi volesse intervenire, l’abituale canale chat rimarrà aperto durante la trasmissione. Altrimenti, al nr 329/5813873

Luciana Miocchi

Vigilantes, forze dell’ordine e pistole: l’opinione politically scorrect di Penelope Giorgiani

28 Mar

fotoPISTOLAOgni giorno nelle pagine di cronaca capita di leggere di rapine a mano armata perpetrate  ai danni di esercizi commerciali come banche e supermercati. A volte però capita che sul posto si trovi qualche appartenente delle Forze dell’Ordine fuori servizio il (o la) quale decide di intervenire e ne può nascere un conflitto a fuoco in cui magari i malviventi rimangono feriti o uccisi. Certamente si svolgono accertamenti su come sono andati i fatti ed è probabile che l’agente o il militare protagonista riceva un encomio o una medaglia, venendo indicato come esempio di dedizione e senso del dovere. Capita invece che l’epilogo sia ben diverso quando episodi analoghi hanno come protagonista una guardia giurata, un vigilantes come si dice spesso – sbagliando tra l’altro. Per chi fosse totalmente a digiuno di nozioni giuridiche in materia, si tratta di privati cittadini dipendenti da un istituto di vigilanza ai quali viene rilasciato un porto di pistola per esclusiva difesa personale  diversamente dalle Forze dell’Ordine che possono usare l’arma per attaccare (si pensi a una irruzione ad armi spianate durante un sequestro di persone). Che cosa accadrà alla guardia giurata  – fuori servizio come anche nello svolgimento dello stesso – che trovandosi in quella situazione si trova minacciata (o ritiene di esserlo) dalle armi dei banditi e fa fuoco? Una risposta eloquente può fornirla una semplice ricerca in rete, inserendo nel motore di ricerca le parole “guardia giurata condannata”. Si avrà così conoscenza di svariati casi nei quali l’epilogo di fatti del genere è stato un procedimento penale a carico dell’addetto alla sicurezza, conclusosi con una condanna a vario titolo (dalle lesioni all’omicidio volontario): il che vuol dire ingenti sanzioni pecuniarie (al punto da dover vendere casa), una pena detentiva (con il rischio di vendette in carcere da parte di delinquenti abituali) e ovviamente la perdita del lavoro (venendo meno il requisito della condizione di incensurato) oltre alle spese per l’avvocato. Uno degli episodi più recenti è stata la condanna a un anno di reclusione e al pagamento di diecimila euro inflitta alcune settimane fa a una guardia giurata triestina che durante una rapina – avvenuta qualche anno prima – aveva sparato all’automobile dei banditi, uno dei quali era rimasto ferito dai frantumi di un finestrino e si era costituito parte civile. Notizie simili lasciano puntualmente interdetta parte dell’opinione pubblica che le percepisce come una presa in giro, una giustizia al rovescio con i rapinatori che appaiono premiati da un risarcimento e il vigilante punito severamente oltre che segnato drammaticamente  sia dal conflitto a fuoco che dal lungo processo, vissuto come un vero calvario da chi non è avvezzo a frequentare il banco degli imputati. Chi è più addentro ai tecnicismi  tribunalizi obietta invece che ci saranno stati procedimenti separati – una cosa è la rapina e un’altra la reazione a fuoco – che quello riguardante la guardia giurata era in pratica un atto dovuto al verificarsi di certi presupposti e che il giudice ritenendone spropositata la reazione armata ha solo applicato la legge: per farla breve, insomma, avrebbe fatto bene a condannare il vigilante. Il fatto è che il giudice in quanto tale (si tralascia qui il discorso sulla pubblica accusa, forse troppo spesso incaponita a ottenere condanne) non è un distributore automatico di sentenze, è un essere umano – si suppone preparato – ma proprio per questo non è onnisciente (quindi classifica determinati avvenimenti senza avervi assistito) e soprattutto può essere formato in base a una cultura per la quale l’uso delle armi da fuoco da parte di chi non fa parte delle Forze dell’Ordine equivale sempre e comunque a una “giustizia fai da te”, una sorta di Far West che va contrastato a prescindere dall’emergenza nella quale si fosse trovato chi ha premuto un grilletto. Purtroppo analizzare e scomporre un fatto a freddo è una cosa, trovarsi coinvolti nella concitazione dello stesso – in cui le azioni si accavallano frenetiche – un’altra. Gli addetti ai lavori sosterranno che qualcuno dovrà pur prendere una decisione. Ma forse, pensano l’uomo e la donna della strada, a stridere col buon senso e a suonare stonato non è solo la sentenza di condanna ma lo stesso processo nato da un episodio criminoso il cui autore non era certo la guardia privata.

Penelope Giorgiani

Muore Antonio Manganelli, capo della Polizia dal 2007. La camera ardente alla SSP di via Pier della Francesca

20 Mar

Manganelli

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

Il capo della polizia, Antonio Manganelli è deceduto oggi, all’ospedale San Giovanni di Roma dove era ricoverato dallo scorso 24 febbraio a seguito di una grave emorragia cerebrale.

Nato ad Avellino l’8 dicembre del 1950, si era laureato in giurisprudenza a Napoli ed aveva conseguito la specializzazione in criminologia a Modena.

Entrato in polizia negli anni settanta come giovane funzionario, ha poi percorso tutti i gradini della carriera pubblica, arrivando ad essere direttore dello Sco e del Servizio centrale di protezione dei collaboratori di giustizia, collaborando con i Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, poi Questore di Palermo e di Napoli. Nel 2000 fu nominato direttore centrale della Polizia Criminale e vice direttore generale della Pubblica Sicurezza, con funzione vicarie dal dicembre 2001, qualche mese dopo le polemiche sulla gestione della sicurezza durante il G8 di Genova. Del 25 giugno 2007 la nomina a Capo della Polizia.

Nel luglio scorso, all’indomani della sentenza definitiva di condanna di 25 tra funzionari ed agenti di polizia per il massacro della scuola Diaz, preceduto di poco dal ministro dell’Interno Cancellieri, fece le sue scuse, in qualità di Capo della Polizia, ai cittadini “che hanno subito danni, ma anche a quelli che, avendo fiducia nell’Istituzione-Polizia, l’hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza”. Si professò “orgoglioso di essere il capo di donne e uomini che quotidianamente garantiscono la sicurezza e la democrazia di questo Paese. Rispetto il giudicato della magistratura e il principio costituzionale della presunzione d’innocenza dell’imputato, fino a sentenza definitiva. Per questo – proseguiva – l’istituzione che ho l’onore di dirigere ha sempre ritenuto fondamentale che venisse salvaguardato a tutti i poliziotti un normale percorso professionale, anche alla luce dei non pochi risultati operativi da loro raggiunti. Ora, di fronte al giudicato penale, è chiaramente il momento delle scuse”.

Definito come un perfetto servitore dello Stato e grande mediatore, oggi è difficile trovare una critica sul web, anche se in alcuni ambienti c’è stato chi ha esultato perfino su fb. Commenti spiacevoli, in qualche caso spariti immediatamente dopo la pubblicazione.

La camera ardente, allestita presso la scuola superiore di Polizia di via Pier della Francesca,  sarà aperta a partire dalle 15 di domani.

Luciana Miocchi

Settebagni – IV Municipio di Roma Capitale: voto con grande sprezzo del pericolo

25 Feb

I seggi elettorali del quartiere si trovano nelle scuole elementari di via dello Scalo di Settebagni 45, in cima ad una ripida salita. Un tempo, fino ad una ventina di anni fa, quando i militari di leva fornivano vigilanza a basso costo per le casse erariali, nessuno poteva avventurarsi fin davanti all’entrata, tranne pochi casi di disabilità grave.

Il perchè del divieto è presto detto: la strada è cieca, non vi è la larghezza per far passare due macchine contemporaneamente. Se vi sono dei mezzi parcheggiati, diventa a senso unico e spazio per i pedoni non ne resta. Infatti, a scuole aperte, vige il divieto di accesso tranne che per i mezzi di servizio e per quelli che trasportano disabili motori, in terra è stato disegnato un percorso pedonale protetto anche da elementi metallici.

Ieri sera le urne erano aperte fino alle 22.

Al calar del sole, già al cancello si capiva che arrivare incolumi fino alla cabina elettorale sarebbe stata un’impresa: delle cinque lampade ad energia solare non ne funzionava nemmeno una. Problema annoso. Pare che le batterie siano irrimediabilmente compromesse, motivo per cui l’ufficio tecnico ne ha ordinate almeno tre. La fornitura sembra sia stata sbagliata, ragion per cui ancora non è avvenuta nessuna sostituzione e la scuola resta al buio. L’unico lampione acceso, che però fa luce solo a se stesso, è dentro la recinzione delle scuole medie, chiuse, non essendo seggio elettorale.  Arrampicata al buio. Buio pesto. Tanto pesto da non potersi individuare nemmeno eventuali buche in agguato.  Si sale e si scende un po’ come si può, immersi nell’oscurità, al centro della strada.  Si perchè sui lati le macchine di chi non se l’è sentita di poter fare nemmeno quelle poche decine di metri a piedi sono parcheggiate in bella posa anche sul percorso pedonale non protetto dalle barriere. Inizia così l’odissea per arrivare in cima, tra macchine in sosta e auto che salgono e scendono a velocità anche sostenuta, facendo lo slalom tra i vari elementi umani e plasticometallici che sono sparsi in maniera casuale sull’asfalto.  In un paio di casi un doppio salto carpiato tra i cofani delle macchine evita l’incidente. Insomma, c’è da pensare che a Settebagni il numero degli invalidi debba essere altissimo, a giudicare dalle vetture i cui conducenti sono stati costretti ad accedere fin dentro la recinzione.  Strani handicappati, molti sotto i trent’anni, dal fisico slanciato e scattante, salgono la gradinata senza passare dallo scivolo, con grandi falcate. Rapido giro ad ispezionare i cruscotti delle vetture ferme davanti l’atrio, l’unico luogo illuminato. Un solo tagliando disabili. Dentro, in fila davanti ai seggi, un paio di anziani. Non si vede nessuno in carrozzella nè fornito di stampelle.

D’altra parte, non c’è una pattuglia dei vigili urbani a deterrente del malcostume anche se in via dello Scalo sarebbe stata necessaria.

Il meglio dello spettacolo però, non è stato ancora raccontato.

Uno spettacolo indecente fatto di menefreghismo, ignavia, inerzia.

Scrive infatti Lara Trivelli – disabile motoria con tanto di vettura modificata per le sue esigenze e dotata di regolare contrassegno – sul suo wall di Fb: “Sono andata a votare con i miei. All’arrivo tutti i posti davanti al seggio sono occupati da macchine di gente che avrebbe preferito un seggio drive in, in modo di non dover scendere nemmeno dalla macchina, per quanto sono attaccati. Una volta smistato il traffico ci avviamo alla rampa per entrare nel seggio ma c’è una macchina parcheggiata davanti all’ingresso. Mia madre si è lamentata con i finanzieri che stavano seduti dietro la scrivania all’entrata che le hanno risposto che loro non erano li per fare i parcheggiatori, ma sono usciti a vedere e si sono offerti di aiutare mio padre a salire più su con l’auto, in modo di superare il gradino tra due macchine. Nel frattempo è stata rintracciata la signorina scrutatrice che non capiva assolutamente perchè doveva spostare la macchina, ma siamo entrati senza sentire le spiegazioni che le stavano dando. Siccome mi serve usare il montascale per scendere al livello del seggio abbiamo constatato che era ancora rotto dalla volta precedente e ho dovuto votare nella sala delle maestre da sola. All’uscita abbiamo potuto usufruire della rampa perchè c’era una sedia davanti alla rampa con scritto “non parcheggiare”.

Finchè non arriva il disabile in carrozzella non viene in mente a nessuno di proteggere il varco della rampa per gli handicappati motori. Ai normodotati diversamente abili non balena nella mente nemmeno per un istante che la grazia di poter camminare da soli a qualcuno non è toccata, forse pensano che debbano stare tutti relegati in casa -cazzovannoafareingiro – Ai coscritti in divisa non è affidato il compito di mantere un minimo di ordine all’esterno del seggio, anche se è compreso nel perimetro a loro assegnato. A nessuno, ma proprio a nessuno dei votanti con la sindrome da drive in è venuto da pensare che una strada a fondo cieco e al buio non è il migliore dei posti dove andare ad infilarsi. La colpa è anche di quei pedoni indomiti che hanno deciso con un pizzico di originalità di votare dopo la calata del sole ma dopotutto, la legge dice “aperto fino alle 22” non “aperto fino alle 22 tranne che a Settebagni”.

In cinque anni non si è trovato il tempo di verificare il funzionamento di una pedana già presente, attrezzatura che dovrebbe potersi usare in ogni momento. Dopo cinque anni si sono ripetute identiche le scene di sempre: buio, ingorgo, macchine guidate ad minchiam. Se i seggi non si possono spostare una pattuglia a garanzia dell’incolumità pubblica poteva e doveva essere inviata per ristabilire un minimo di ordine in una situazione che non ha uguali nel Municipio. Mancano un paio di mesi al prossimo appuntamento elettorale, per il Comune e per il Municipio, c’è tutto il tempo per porre rimedio. Votare con grande sprezzo del pericolo non è cosa da tutti. Sfidare ancora una volta il ridicolo è troppo.

Luciana Miocchi

Settebagni, IV Municipio di Roma Capitale: i lavori di sistemazione della scuola Giovanni Paolo I a spizzichi e bocconi, a seconda dei soldi in cassa

14 Feb

giovannipaolo1Finalmente l’ Ufficio Tecnico del Municipio ha presentato la settimana scorsa il conto preventivo dei lavori che servono per l’intervento globale di messa in sicurezza della scuola Giovanni Paolo I di Settebagni, fatti rientrare nella cifra di seicentomila euro dei fondi dell’emergenza neve. E’ terminata da qualche giorno la prima trance dei lavori che è stato possibile realizzare con la somma erogata dall’amministrazione: il taglio delle essenze arboree, effettuato da Multiservizi, il rifacimento dei profili sulla scalinata d’ingresso e la sostituzione o la riparazione di vetri e finestre dei locali di pertinenza della scuola dell’infanzia dove è stato stivato il materiale contentente eternit rimosso dall’edificio. A detta del consigliere Marco Bentivoglio, Pdl, che con il presidente del Municipio Cristiano Bonelli e il vice presidente del consiglio municipale Riccardo Corbucci, Pd, aveva partecipato ai sopralluoghi nei locali della scuola insieme ad alcuni genitori ed ha seguito poi l’intero iter, l’eternit è stato trattato e sigillato nella stanza che è stata destinata allo scopo e lì rimarrà fino a data da destinarsi perché mancano i fondi per lo smaltimento attraverso l’invio ad una discarica autorizzata.

I lavori che mancano all’appello sono la messa in sicurezza totale dell’edificio, la sistemazione dei bagni e le infiltrazioni d’acqua nei solai, in alcune classi quando piove si fa lezione con la bacinella ed il rischio che prima o poi si verifichi il crollo di qualche controsoffittatura diventa sempre più probabile. Verranno eseguiti soltanto quando le somme saranno messe a disposizione, nella misura che si riuscirà a coprire con gli importi ottenuti. Purtroppo, le regole imposte sono queste. Per l’intanto permangono le impalcature su alcuni dei terrazzi.

Luciana Miocchi

IV Municipio di Roma Capitale – Chiude Fnac, almeno sessanta perdono il lavoro

13 Feb

fnac

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

Questa sera Fnac, la grande catena francese di distribuzione dischi, libri ed elettronica di alta gamma chiuderà per l’ultima volte le porte del suo negozio nel centro commerciale di Porta di Roma. Più o meno cinquanta lavoratori, a cui vanno aggiunti dieci impiegati esterni nella sorveglianza e il bar interno. I primi sentori che oltralpe avevano intenzioni “diverse” per il ramo italiano erano arrivati l’anno scorso, con la dichiarazione dei vertici che il fnac non rientrava più nelle strategie del polo del lusso che ne deteneva la proprietà, con particolare riferimento a Fnac Italia, posta poi nei mesi successivi in liquidazione – ceduta ad un fondo noto per comprare aziende in crisi e rivendere il possibile – senza che, fino all’ultimo momento i dipendenti venissero messi a parte delle effettive intenzioni. Il sito web di vendita on line risulta ancora attivo, anche se le prospettive sono tutt’altro che rosee anche per la trentina di dipendenti. Anche loro in cassa integrazione a breve. Alla chiusura del negozio di Roma seguirà quello di Firenze, sempre in un centro commerciale. Per gli altri, tre mesi di osservazione, poi si vedrà, le decisioni verranno rese note sul fischio finale.

A nulla è valsa la mobilitazione di artisti e scrittori che hanno presentato le loro opere presso gli Store nel corso degli anni. Si chiude, e si comincia proprio dal negozio di Porta di Roma, a cui i residenti del IV Municipio di Roma Capitale, più di trecentomila abitanti, sono particolarmente affezionati, sia per la vastità dei titoli presenti, sia perché, attraverso le iniziative che si tenevano a cadenza regolare, hanno avuto modo di apprezzare cantanti e scrittori famosi senza dover andare in centro, alcune volte fortunate assistendo perfino a preziosi mini concerti, con quella gratificazione che soltanto chi vive in quartieri periferici può raccontare. L’idea era vincente, la collocazione forse un po’ meno. Con i prezzi dell’affitto a circa 48 euro al mq ed una superficie di 2500 metri quadrati di esposizione, il bilancio non ha mai potuto chiudere in pareggio. Cinque anni di perdite ma le aperture nei centri commerciali sono continuate.

Che l’avventura sfortunata di Fnac sia l’inizio di una era in cui i mastodontici tempi del consumismo, dopo aver fatto strage dei negozi del circondario rimarranno vittime del loro stesso elefantismo dal costo spropositato? E’ ancora presto per dirlo, probabilmente scelte strategiche non propriamente azzeccate, congiuntura economica sfavorevole e volontà di riposizionarsi su fasce di mercato più redditizie sono state concause che hanno pesato tutte insieme, in maniera diversa, sulla decisione finale.

I dipendenti di Fnac Porta di Roma meriterebbero, per la correttezza e l’attaccamento a quello che era diventato un progetto di vita, una famiglia allargata, più che un mero luogo di lavoro, di trovare una nuova occupazione nel tempo più breve possibile. Mai un gesto scortese, né di stizza, sempre pronti all’assistenza all’acquisto anche quando ormai sapevano di avere i giorni contati. A tradirli, solo un velo di tristezza in fondo agli occhi, tristezza condivisa da chi era abituato a passare con l’intenzione di fare solo un giro e poi usciva con almeno un libro scovato in angolo nascosto.

Come prospettiva, la cassa integrazione. Poi, come tanti altri in questo tempo triste, il baratro dell’incognita, la disperazione del tempo che si accorcia e dell’occupazione che non si trova, persone con un progetto di vita e di famiglia improvvisamente a rischio, tutt’altro che choosy. L’ordinaria perdita del posto di lavoro non fa nemmeno più notizia.

L’unica cosa in grado di far alzare la voce alle casse è l’ennesima lamentela di un cliente che rimane stupito del fatto che la sua tessera fedeltà non sarà più utilizzabile, data la chiusura. Già, anche questa, nessuno ha avvertito nessuno, il giorno prima della comunicazione ufficiale si continuavano a richiedere e ad ottenere – a pagamento – le tessere sconto. Un capitale di fidelizzazione buttato, lasciando a fronteggiare la clientela giustamente inviperita, coloro che riportano il danno più grande.

Il giorno prima del D day, passeggiando per l’ultima volta tra gli scaffali semi vuoti, visto che gli avventori comunque comprano – e lo fanno a prezzo pieno – si respira un’aria di disarmo stupefatto. Nessun cartello indica la data di chiusura eppure ci starebbe bene, magari in un angolo, a spiegazione del perché i locali somiglino a quel che resta dopo una rapina. Semplicemente, domani, per sempre, non si riapre.

* * *

Prendo licenza poco poetica, il cronista non dovrebbe intervenire mai in prima persona, ma l’occasione è di quelle speciali. Se non ci fosse stata Fnac e le sue addette alla comunicazione, Alessandra prima e Daniela poi, non avrei mai avuto la possibilità di intervistare per la stampa locale tanti cantanti di successo come Alex Britti, Gianluca Grignani, i Bastards sons of Dioniso, Carmen Consoli, Federica Baioni 4thet, Luca Barbarossa, Francesco Baccini e tanti altri. Di foto e di ricordi ne ho messi da parte un bel po’. Mi spiace sia finita così. Ragazzi, buona fortuna

Luciana Miocchi

Papa Benedetto XVI si dimetterà il 28 febbraio

11 Feb

papabenedetto2

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

La notizia ha fatto immediatamente il giro del mondo, facendo saltare il sito internet dell’Ansa che per prima l’ha resa nota. Papa Benedetto XVI ha annunciato, in latino, durante il concistoro di canonizzazione dei martiri di Otranto, che rinuncerà a guidare la chiesa cattolica il 28 febbraio. La decisione, maturata dopo una seria riflessione e nella constatazione che la sua età non gli consente di governare la barca di Pietro con l’energia necessaria, lascia smarriti quanti sono legati alla tradizione per la quale un Papa non abdica mai, a cui non venne meno nemmeno Giovanni Paolo II, gravemente malato ma Pontefice fino all’ultimo respiro.

Non tutti credono alle motivazioni di salute e di anzianità, alcuni ritengono che l’amore che Benedetto XVI nutre per la Chiesa e il pontificato sia talmente grande da arrivare al sacrificio personale pur di dare una scossa all’ambiente curiale, accusato da più parti di pensare poco ai regni celesti e troppo all’amministrazione del potere terreno.

Il primo a dimettersi nella storia bimillenaria della Chiesa fu S. Clemente, nel I secolo DC, ma bisogna tornare indietro nei secoli di ottocento anni per trovare il precedente più clamoroso, quello di Celestino V, l’eremita Pietro del Morrone, dimessosi dopo pochi mesi dalla sua elezione al soglio pontificio, in contrasto con l’ambiente corrotto e clientelare a cui non era abituato, incapace di porvi rimedio. Gregorio XII, ai tempi oscuri dei papi e degli anti-papi, prima della scoperta dell’America, fu l’ultimo a prendere una decisione così grave .

Ancora non ci sono indicazioni certe su quale sarà la destinazione di Joseph Ratzinger una volta ufficializzato il suo abbandono, anche se sembra plausibile venga accolto in un convento di clausura, per non essere di intralcio al nuovo pontefice. Le ultime notizie danno come prescelto il chiostro interno allo Stato pontificio, almeno fino al termine del concistoro che sceglierà il suo successore.

Luciana Miocchi

Roma – Settebagni IV Municipio: vicino i cassonetti per il vetro e ai giardinetti una montagna di inciviltà e di rifiuti

14 Gen

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

foto A. Pino

foto A. Pino

Qualcuno a Settebagni non deve proprio aver mandato giù la recente introduzione della raccolta differenziata spinta che ha comportato la scomparsa dei cassonetti tradizionali dall’intero quartiere. Non si sono ancora placate le polemiche sui ritardi nella raccolta dei sacchetti lasciati fuori la porta di casa dai residenti – conformemente a quanto disposto – che già altre situazioni guastano il panorama di una zona finora estranea a scene che finora si erano viste solo nelle telecronache napoletane ai tempi della crisi dei rifiuti.

Non si spiega altrimenti come in alcuni punti – come vicino ai cestini del giardinetto pubblico in via Sant’Antonio di Padova – si accumulino piccole montagne di spazzatura che superano anche il metro di altezza. Stessa situazione vicino ad alcuni cassonetti per il vetro più isolati.

foto A. Pino

foto A. Pino

Non è verosimile che si tratti solamente di materiale lasciato da chi, dopo aver consumato per strada una bibita in lattina –  per fare un esempio – non voglia portarsi l’involucro fino a casa: quella visibile nelle immagini è indubitabilmente spazzatura che dalle abitazioni proviene. Forse, come ha dichiarato al microfono di Serpentara Tv il presidente del Quarto Municipio Cristiano Bonelli, fatti del genere sono accaduti ovunque in Italia vi sia stato un cambio analogo nello smaltimento dei rifiuti ed è solo questione di tempo prima che tutti si adeguino al nuovo regime. Si spera che abbia ragione perché – posto che così è come augurare buon appetito ai topi – se la situazione perdurasse anche con il caldo sarebbe davvero spiacevole.

foto A. Pino

foto A. Pino

Anche se vi è un’altra ipotesi che pare sommarsi al gesto di qualche incivile: il cambio nella modalità di gestione dei rifiuti sta mettendo in luce, nel territorio cittadino, utenze sconosciute agli uffici contabili Ama, come affitti in nero o abitazioni di cui non è mai stato denunciato l’uso ai fini del pagamento della Tarsu.

A complicare il tutto, la gestione dei rifiuti da strada che non è più competenza Ama ma di una ditta appaltantante, per cui gli operatori addetti alla differenziata possono solo fare segnalazioni.

Intanto, nel piccolo parco di via S. Antonio sono ormai due mesi che si accumulano i rifiuti, così come denunciato e documentato fotograficamente anche sul gruppo facebook Settebagni&Castelgiubileo.

Alessandro Pino – Luciana Miocchi

IV Municipio di Roma Montesacro: caccia al tombino perduto

22 Dic

Oltre al rame anche i chiusini sono al centro del mirino

Viadotto dei Presidenti: una lunga fila di buche aperte

Viadotto dei Presidenti: una lunga fila di buche aperte

Guai a non guardare bene per terra. Negli ultimi tempi sta diventando sempre più pericoloso girare con la testa tra le nuvole e gli occhi rivolti altrove. I tombini vanno via come le caramelle e non importa che si tratti di una strada vicinale o del viadotto dei presidenti. Talmente sta diventando un fenomeno diffuso che ormai non vengono sostituiti nemmeno più, a meno che non si tratti di una situazione particolarmente pericolosa.

A volte sparisce soltanto il chiusino, come racconta un addetto alla manutenzione ed in quel

segnalazione provvisoria

segnalazione provvisoria

caso si tratta di qualcuno che mira ad un facile guadagno rivendendo il rottame a peso, quando il lavoro si fa accurato  viene espiantato anche il telaio di ferro – sempre secondo lo stesso addetto che per evidenti motivi tiene a rimanere anonimo – si tratta di opera di professionisti che rivendono la refurtiva al mercato nero . Si tratta di un guadagno facile e poco rischioso: a prezzo di listino ogni pezzo, comprensivo del telaio, va dai quaranta ai novanta euro.

zona Vigne Nuove

zona Vigne Nuove

Sulle nostre strade, complice anche la crisi e le casse vuote, rimangono una fila interminabile di barriere di plastica e cartelli stradali precari, tondini di ferro e nastro per segnalazioni. A volte, anche per mesi.

Le foto a corredo di questo articolo provengono dal viadotto dei Presidenti e da una strada nei dintorni di Vigne Nuove (per la quale si ringrazia la signora Carolina della segnalazione).

Luciana Miocchi

Tempo reale: ore 19.30 – Caos sulla Salaria. Il semaforo di Castel Giubileo vicino al Gra è in tilt e segna rosso per tutti

23 Nov

La fila ha raggiunto livelli record e non si capisce perchè fin quando non si arriva sotto il semaforo. Le lampade segnano rosso contemporaneamente e diventa un azzardo passare da via Grottazzolina alla Salaria, anche se sulla Salaria le auto sono disciplinatamente incolonnate in attesa del verde. Avvertito il 112, l’operatore gentilissimo, ma evidentemente all’ennesima segnalazione uguale, annuncia il prossimo imminente arrivo dei vigili urbani.

Luciana Miocchi

Lo studio dell’Istituto Negri sui miasmi avvertiti dalla popolazione di Villa Spada

27 Set

(pubblicato su http://www.di-roma.com)

A poche ore dall’assemblea di protesta organizzata dai residenti di villa spada contro l’impianto ama di via salaria 981 è stato finalmente possibile reperire una copia dello studio commissionato dall’Ama all’Istituto Mario Negri di Milano sulle emissioni odorigine che vengono percepite dagli abitanti nei dintorni dello stabilimento che tratta rifiuti indifferenziati e che è stato illustrato la settimana scorsa dai vertici dell’azienda alla commissione sanità del Comune di Roma nonché ai residenti e ai politici locali.

Leggi il pdf della relazione

Ci sono alcuni passi molto interessanti, comprensibili anche da chi è profano della materia.

Tra le varie rilevazioni i tecnici hanno inserito un’analisi specifica per ricercare l’idrogeno solforato, acido associato alla emissione di odori (pag. 3, si dice presente specialmente negli impianti di trattamento delle acque reflue)

Per i particolari tecnici si rinvia alla lettura della relazione presente qui

Con la seconda campagna di rilevamenti si è ricercata anche la presenza dei mercaptani, composti ridotti dello zolfo, mediante rilevatore automatico senza la presenza di operatori che potessero rilevare empiricamente – con il naso per intenderci – la percezione delle puzze (pag 1).

Con quatto sensori istallati presso il depuratore ed uno vicino al biofiltro si è registrato un valore elevato, fino 250 ppm, il 23 giugno nei pressi del silos di stoccaggio dei fanghi dell’impianto Acea. In seguito, con l’istallazione di un sensore sul terrazzo di una palazzina di villa spada, a luglio, su 18 giorni monitorati 12 hanno visto la rilevazione dei mercaptani e dell’acido solfidrico fino a 150 ppb. Ed è a pagina 12 che incontriamo i limiti stabiliti come nocivi, sia per l’esposizione professionale che per quella quotidiana. A conviverci per tutta la vita, tali concentrazioni non dovrebbero superare lo 0,72 ppb.

Le conclusioni statistiche dello studio dicono che in generale l’aria di Villa Spada è da considerarsi pulita, con un inquinamento atmosferico praticamente assente. Che gli odori provenienti da Ama sono dovuti ai tarpeni (sostanze che sono presenti nei vegetali e negli scarti freschi) mentre quelli che caratterizzano acea sono mercaptani (composti dello zolfo) e che i campioni prelevati a villa spada contengono in massima parte questi ultimi, segno che le correnti di aria trasportano gli odori dal depuratore fino a villa Spada.

Però quello che lo studio non mette in evidenza è l’avvertenza che l’acido solfidrico si forma ovunque ci sia un processo di fermentazione – anche il corpo umano ne produce in piccole quantità a seguito di tale attività – quindi si può generare sia nell’impianto Acea che in quello Ama. Va dato atto alla relazione però, che tra le avvertenze vi è riportato il fatto che non sono state svolte analisi specifiche per analizzare con precisione l’origine di alcuni composti comuni ai due impianti.

Da notare che a pagina 12 si avverte che lo studio è stato incentrato sulla percezione degli odori e non della tossicità e che quindi tali risultanze non possono essere utilizzate per avere stime e valutazioni tossicologiche e anche che benché il sensore utilizzato sia riconosciuto da diversi enti governativi non è da considerarsi un metodo ufficiale di analisi. Un giro di parole un po’ elaborato per dire che l’intero studio non prova nulla e non può essere citato come fonte attendibile?

Un esperto del settore, a cui sono state rivolte delle domande specifiche ha così risposto:

La puzza si può spostare tanto da ingannare i punti di prelievo?

Gli odori  si spostano in base al vento che tira ma che ciò non dovrebbe ingannare un operatore esperto.

Perchè a parità di concentrazione di sostanze chimiche nell’aria, alcuni giorni si sente puzza e altri no?

La puzza o dipende da sostanze chimiche non prese in considerazione (cosa a mio avviso impossibile) o la puzza non si sente perché il vento la porta altrove. Ma se le responsabili degli odori sgradevoli sono quelle determinate sostanze, come generano puzza oggi la generano anche domani, ovviamente a seconda delle concentrazioni l’odore sarà più o meno percepito.

Esiste un sistema che eviti il formarsi dell’acido solfidrico?

Si potrebbe tentare ma si tratta di lottare contro la termodinamica quindi direi che è pressoché inutile farlo.

Se il sistema esiste ma non è conveniente applicarlo, si può almeno evitare che l’acido si liberi all’esterno?

Si e non è nemmeno costosissimo realizzare un sistema efficace, piuttosto la problematica si individua nel mantenerlo ma nulla di impossibile. Solo che ovviamente va dimensionato per i carichi che si immettono, come per il resto dell’impianto. Se ci si carica 100 ma è progettato per 10 non funziona.

Il tecnico interpellato fa notare che se le concentrazioni non sono sballate ma la puzza persiste ed è facilmente individuabile, forse sarebbe il caso di effettuare veramente dei controlli a sorpresa e che per fugare ogni dubbio dei residenti – che hanno contestato da subito le risultanze dello studio che a loro detta indicava solo lievi presenze odoro gene quando loro asserivano di non poter aprire le finestre per i miasmi (ndr) – altra strada non v’è se non quella di affidare uno studio ad un consulente tecnico di parte.

Luciana Miocchi

Un cassonetto vi sorveglierà: la nuova raccolta differenziata parte dal Quarto Municipio – di Alessandro Pino

27 Ago

(pubblicato su http://www.di-roma.com)
Il Comune di Roma Capitale e l’Ama hanno intenzione di diffondere il più possibile in tutta la città la pratica della raccolta differenziata dei rifiuti, da svolgersi con modalità innovative rispetto a quanto fatto finora: si parla anche di “ cassonetti intelligenti” attivabili con un tesserino magnetico individuale, in modo da arginare il fenomeno del rovistaggio da parte di nomadi. L’assessore capitolino al’Ambiente Marco Visconti ha annunciato che per mettere a punto il nuovo sistema, in partenza da novembre e che dovrebbe raddoppiare in due anni la quota di rifiuti da riciclare, è stato scelto il territorio del Quarto Municipio, ritenuto più adatto di altri per più motivi: sia dal punto di vista logistico, per la presenza dei centri di raccolta di rifiuti speciali (le cosiddette isole ecologiche in zona Bufalotta e Ateneo Salesiano) e del deposito automezzi di via Salaria, annesso al controverso impianto per la preparazione di combustibile ottenuto da rifiuti. Altre ragioni che avrebbero determinato la scelta del Quarto Municipio per la sperimentazione del nuovo sistema sarebbero – così si legge nei lanci di agenzia – la “bassa densità abitativa” e l’essere caratterizzato da “edifici piccoli” adatti alla raccolta porta a porta e dotati di “ampi spazi condominiali” (caratteristiche che sinceramente non sembra di riscontrare con tale evidenza) oltre al fatto che in alcuni quartieri come Sacco Pastore già da tempo si è cercato di introdurre una sorta di “differenziata spinta” con la scomparsa dei cassonetti per i rifiuti organici, che vanno consegnati in orari fissi agli operatori Ama. Proprio quest’ultima modalità alla prova dei fatti – come si vede nelle immagini – si era dimostrata controproducente perché in molti, non avendo modo di trovarsi sul posto negli orari convenuti, lasciavano i sacchetti dell’umido proprio a fianco dei cassonetti della raccolta differenziata. Di questo devono averne preso atto nella “stanza dei bottoni” e per l’appunto sembra che debbano tornare i grandi secchioni per i rifiuti non riciclabili, seppure nella versione tecnologica dotata di lettore di schede magnetiche – una sorta di Grande Fratello orwelliano dell’immondizia. Entusiastiche dichiarazioni sono state rilasciate dagli amministratori interessati: Salvatore Cappello e Piergiorgio Benvenuti, rispettivamente ‘amministratore delegato e presidente dell’Ama, hanno espresso “grande soddisfazione”, mentre Andrea De Priamo, presidente della Commissione Ambiente di Roma Capitale, ha parlato di una «rivoluzione in grado di avvicinare Roma al modello “rifiuti zero” già sperimentato con successo a San Francisco». Secondo Cristiano Bonelli, presidente del Quarto Municipio, il fatto che il nuovo modello verrà sperimentato sul territorio da lui amministrato è «grande motivo di orgoglio» e gli abitanti del Municipio sapranno certamente accoglierne le novità. Sarà, ma di fronte a tutto questo sfoggio di ottimismo tecnologico la prima immagine che viene in mente è quella della classica signora ultraottantenne che guarda perplessa una specie di carta bancomat davanti a un “cassonetto intelligente” – magari vandalizzato – chiedendosi che cosa debba farci: in fondo voleva solo buttare via un sacchetto di immondizia.

Alessandro Pino

Roma IV Municipio: l’asilo nido Castello di Gelsomina chiuso perchè insalubre viene assegnato all’associazione ViviCastello

5 Ago

(articolo pubblicato su http://www.di-roma.com)

L’asilo nido fu chiuso perchè insalubre, ora i locali vengono affidati, senza lavori, temporaneamente ad un’associazione perchè vengano fruiti dalla popolazione. Guerra di comunicati stampa, solito pasticcio alla romana.

Giovedì 2 agosto, con una memoria di giunta firmata dal presidente del Municipio Cristiano Bonelli, un assessore assente – Francesco Filini, dei servizi sociali e scuola, quindi il competente per materia – un voto contrario, quello dell’assessore Rizzo, tre a favore, i locali dell’asilo nido “Castello di Gelsomina” sono stati assegnati “in via temporanea” all’associazione Vivi Castello, perché questa li utilizzi come «luogo di aggregazione dei cittadini di tutte le fasce d’età e per la realizzazione di iniziative culturali, eventi, laboratori volti a migliorare il quartiere e a promuovere il miglioramento del benessere di tutti i cittadini» (leggi qui l’estratto della memoria di giunta). Raggiunto telefonicamente il presidente della commissione scuola , Emiliano Bono, questi ha detto di non essere al corrente delle modalità che hanno portato all’assegnazione,perché lui come commissione non ha partecipato attivamente ai lavori che hanno portato all’emanazione del documento e di non avere potere di assegnare alcunché, perchè quella è una prerogativa della sola giunta.

L’asilo venne chiuso con una decisione presa a seguito di un documento stilato da un pediatra della Asl (leggi la nota del dirigente asl rmA), che chiedeva di prendere provvedimenti per l’umidità risalente, che obbligava in inverno ad accendere stufe elettriche supplementari e che allo stato i luoghi non erano idonei alla permanenza dei bambini. Però il dirigente del IV Distretto della Ausl RmA, Carlo Cristofanelli aveva chiarito di non essere responsabile della chiusura del nido perché a dover decidere in merito è sempre il Comune di Roma.

Ora però, seppur in via temporanea, la stessa struttura viene affidata ad un’associazione – il cui presidente è anche presidente del Comitato di quartiere di Castel Giubilieo, espressosi negativamente circa la chiusura del nido mentre ora sembra che ne usufruirà, a leggere la memoria di giunta – perché venga utilizzata e frequentata da “tutte le fasce d’età”. Si presuppone per evitarne il degrado, la chiusura e l’occupazione. Per raggiungere lo scopo dovrà essere sempre presidiata ed utilizzata, si suppone ancora. Quindi, se era malsano per operatori e bambini ora non lo sarebbe per volontari ed utilizzatori. Se era così nocivo, deve rimanere precluso alla fruizione anche ora, limitandosi l’assegnazione alla custodia esterna. Se nocivo non è, tanto da poter essere utilizzato, allora non era necessario chiuderlo e al quartiere non andava sottratto un servizio, sostituito si con un altro ma distante e soprattutto non raggiungibile con i mezzi pubblici dalla stessa utenza di prima.

Nel merito, nessuno sa quanto sarà temporanea questa soluzione. Infatti, nel bilancio preventivo triennale del Municipio non vi è traccia di stanziamento alcuno per i lavori all’asilo nido Castello ed il patto di stabilità impedisce gli investimenti, cioè spendere per una manutenzione straordinaria quale quella che dovrebbe essere fatta sulla struttura. La notizia è confermata anche dagli uffici tecnici.

In una nota, Riccardo Corbucci, consigliere Pd che già si era occupato della vicenda dichiara “Finalmente appare evidente quello che abbiamo sempre denunciato. L’asilo nido di Castel Giubileo è stato chiuso, su richiesta esplicita della dirigente scolastica, che ha voluto prendere possesso del nuovo asilo nido di via Cerusico, penalizzando i cittadini di Castel Giubileo e Settebagni. Bonelli non soltanto ha consentito la chiusura di un servizio essenziale per i cittadini, ma ha avuto anche l’ardire di consegnare pochi giorni dopo quella struttura ai soliti amici, dimenticandosi che se gli ambienti fossero davvero insalubri, lo sarabbero ovviamente per tutti”.

Ci si preoccupa del benessere e della salute dei bambini, insomma. Per l’aumentato numero di bronchiti e mal di gola nella struttura di Castel Giubileo si è pensato di chiudere e trasferire tutti nel nuovo edificio di via di casale Redicicoli. Per la scuola dell’infanzia Giovanni Paolo I e i bambini che la frequentano non si è dimostrata la stessa solerzia, nonostante la dirigenza scolastica sia la medesima. Oltre che ai muri fradici per un tubo rotto, al piano di sopra, proprio a fianco di aule utilizzate per la didattica vi sono stoccati dei resti di eternit (vedi qui le foto). Con le finestre perennemente aperte, probabilmente per abbassare la possibile concentrazione di polveri nocive nell’ambiente, disperdendole però all’esterno, dove ci sono i giardini utilizzati dai bambini.

In serata le repliche del presidente del Municipio, Cristiano Bonelli sono state affidate ad una nota diffusa dall’agenzia stampa Omniroma: “La decisione di chiudere l’ asilo Gelsomina di Castel Giubileo è stata presa dopo certificati rilasciati dalla Asl, dall’Ufficio Tecnico del IV Municipio e dopo aver approfondito accuratamente insieme alla dirigente scolastica, alle maestre e ai genitori dei bimbi ospiti della struttura tutte le problematiche e le eventuali conseguenze di tale coraggiosa scelta. Un processo di condivisione, quindi, che ha raccolto i pareri dei tecnici, dei medici del personale e soprattutto dei genitori che, dopo due assemblee, hanno accettato il trasferimento in una nuova struttura non distante da Castel Giubileo. Tutto ciò per chiarire e tirare fuori la verità che evidentemente qualcuno, per un minuto di visibilità , evita di dire. Assegnarlo alle realtà locali vuol dire riconoscere il ruolo attivo ed iI  radicamento che hanno nel territorio le associazioni, il locale comitato di quartiere e, tra le richieste ricevute, anche  la banda musicale del confinante quartiere di Settebagni: tutto questo con l’ obiettivo di non lasciare nell’  abbandono una struttura che manterrà la destinazione scolastica, per dar modo all’ amministrazione di finanziare il nuovo asilo.

Di vergognoso non c’è veramente nulla, anzi c è la volontà di nonlasciare una struttura in mano ad eventuali male intenzionati (come occupanti) o nel degrado e nell’  abbandono”. Lo dichiara in una nota il presidente del Municipio IV Cristiano Bonelli. “Inoltre, si tratta di una assegnazione temporanea che non prevede la presenza prolungata (ci dormivano) dei piccoli, come accadeva fino all’ anno scorso. Inoltre, in questo modo ci sarà la possibilità di sviluppare dentro la struttura attività di aggregazione; una assegnazione di locali pubblici assolutamente gratuita che potrà quindi tutelare l’ immobile e che è identica a quella fatta alcuni anni fa dalla passata amministrazione municipale in quella che oggi è la sede del Municipio a via Fracchia, quando il consigliere del Pd era in maggioranza e presidente di commissione. Infine ci piacerebbe sapere se il Consigliere del PD che spaccia come vergognosa una normale ed opportuna assegnazione temporanea alle realtà locali, abbia mai condiviso questa sua posizione visto che il gruppo del quale fa parte ha, in più occasioni, avallato ( seppur non formalmente) la scelta di chiudere l’ asilo. E’ ormai noto l’  isolamento nel quale opera il Consigliere municipale che non perde occasione di dichiarare cose o fatti lontano dalla linea del suo stesso gruppo”, aggiunge il presidente della Commissione Scuola del IV Municipio Emiliano Bono (Pdl).

Per la cronaca e per tutti quelli che non seguono troppo assiduamente le vicende politiche di piazza Sempione, il consigliere a cui si fa riferimento senza citarlo è proprio Riccardo Corbucci.

Pronta la replica del Pd locale, con una nota pubblicata dall’agenzia Dire: “Il Partito Democratico é da sempre contrario alla chiusura dell’asilo nido “Il castello di Gelsomina”, figuriamoci dopo aver scoperto che i locali, secondo Bonelli, non sarebbero salubri per i bimbi dell’Asilo, ma sono invece perfetti per tutte le fasce d’età dell’associazione ViviCastello, una delle realtà a cui sono stati assegnati i locali, ovviamente senza alcun bando di evidenza pubblica” lo dichiarano in una nota Claudio Ricozzi, presidente del Pd del IV municipio e Fabio Dionisi, vicepresidente della commissione lavori pubblici. “La decisione di Bonelli non ha alcun valore legale perché non spetta al municipio chiudere l’asilo nido ed assegnare locali comunali” spiegano i membri del Pd “per questa ragione interesseremo Roma Capitale e faremo tutto quanto in nostro potere per non togliere un servizio al territorio. Circostanza contestata persino da pezzi della maggioranza che si sono espressi negativamente su questa decisione”. Intanto nei bar del quartiere già si parla di un esposto alla Procura della Repubblica.

Luciana Miocchi

Roma Capitale abbandonata: Gregna Sant’Andrea e il sottopasso della vergogna

3 Ago

Essere costretti a una quotidiana immersione nel degrado scendendo nei sottopassi che collegano le sponde di un quartiere attraversato da quel fiume di veicoli che è il Raccordo Anulare: è quanto accade ai residenti in zona Gregna Sant’Andrea, quadrante sud est della città, Decimo Municipio del Comune di Roma Capitale. I camminamenti in questione sono quelli di via Michele Migliarini, via Lucrezia Romana e via Pietro Crostarosa: da circa un anno e mezzo si trovano in condizioni indecenti perché nessuno viene a pulire i rifiuti qui lasciati dai troppi incivili che li hanno scambiati per immondezzaio. Le immagini sono eloquenti e documentano quel disgustoso campionario già visto in situazioni analoghe, ammorbato per giunta – così testimonia la lettrice che ha inviato le foto – dai miasmi rivoltanti delle deiezioni umane sparse dappertutto.  Se si aggiunge a questo che la galleria di via Migliarini è completamente al buio e che i sottopassi sono frequentati da un gruppo di zingari occupante una villa disabitata che sorge nei pressi, ben si comprende l’urgenza di un intervento di risanamento che però non sia occasionale. Ma chi dovrebbe occuparsene? Le informazioni ricevute dalla lettrice presso Ama e Comune chiamano in causa l’Anas, alla quale ha dunque mandato una mail con allegate parte delle immagini qui presentate. Al momento però la pratica sarebbe sospesa. Sembra dunque dura a morire l’abitudine italiana a lasciare fuori controllo sacche di imbarbarimento e potenziale pericolo, almeno fin quando non avviene qualcosa di eclatante, drammatico, tragico. Sarebbe allora il caso  di intervenire prima, invece che installare una lapide commemorativa dopo. Il caso di Giovanna Reggiani dovrebbe aver avere insegnato qualcosa. Dovrebbe, appunto.

Alessandro Pino